12 dicembre 1969: strage di Piazza Fontana

dicembre 12, 2012

È il 15 dicembre 1969. La strage di Piazza Fontana (16 morti e 88 feriti) è di tre giorni prima. Alle 9.30 un tassista milanese, Cornelio Rolandi si presenta ai carabinieri: dice di aver accompagnato l’attentatore. Alle 11 la polizia ferma un anarchico di 37 anni, Pietro Valpreda. Il giorno seguente i due sono a Roma per il riconoscimento.  “L’è lù” dice il tassista indicando Valpreda. Sono le ore 20 del 16 dicembre e in quel momento viene scattata la foto qui sopra: “Avevo la barba lunga ed ero in uno stato di semicoscienza quando fui allineato a quattro poliziotti…avevano tutti un aspetto lindo e ordinato, la camicia bianca con la cravatta ben annodata, le guance rasate di fresco, i capelli pettinati come si deve” ricorda Valpreda: innocente, trascorrerà tre anni in carcere. Tutto inizia da lì, da un confronto fasullo, e continua con i depistaggi, le false piste, i servizi segreti direttamente coinvolti in quella che già in quegli anni qualcuno definiva “strategia della tensione”. Tra tanti poliziotti, prefetti, ispettori e quadri dirigenti delle questure che “forse” non facevano il loro mestiere (“All’inizio degli anni sessanta 62 prefetti su 64 di prima classe, 64 su 64 di seconda, 241 viceprefetti su 241, 7 ispettori generali su 10, 135 questori su 135, 139 vicequestori su 139, avevano iniziato la loro carriera sotto il regime fascista e tra tutti questi solo un questore e cinque vicequestori sono stati, durante gli eventi del 1943/45, dalla parte della Resistenza” – dati tratti da “La polizia” di A. D’Orsi)  qualcuno, per avere scoperto cose che non doveva scoprire, perdeva il proprio posto di lavoro. Tra l’aprile e il giugno 1969, infatti, ci fu chi indagò su una serie di attentati avvenuti a Padova a partire dalla primavera del 1968 e finì per imbattersi nella cellula di Ordine Nuovo di Franco Freda e Giovanni Ventura. A indagare fu Pasquale Juliano, il capo della squadra mobile della questura di Padova, uno che non si intendeva di inchieste politiche e che fino a quel momento si era occupato di criminalità comune.
A sorpresa, però, dopo la bomba del 15 aprile ‘69 nell’ufficio del rettore, Renato Opocher, gli si chiede di occuparsene senza coinvolgere in un primo momento i colleghi dell’ufficio politico. Juliano e i suoi uomini si muovono e, attraverso una serie di confidenti e verifiche, iniziano a ricostruire un panorama eversivo che diventerà centrale negli anni della strategia della tensione. In quel momento, però, il commissario non lo sa, non ha ancora ben intuito dentro quale ambiente si sta infilando. E soprattutto non ha capito che i risultati raggiunti nel corso delle settimane danno fastidio.
Quando lo capirà,  sarà troppo tardi: sarà accusato di aver falsificato la sua indagine e di aver costruito le prove contro gli ordinovisti. Per lui, a partire dall’estate 1969, arrivano la sospensione dal servizio e dallo stipendio e l’incriminazione. Sarà assolto definitivamente il 23 maggio 1979: non ha commesso il fatto, dice la sentenza – la quinta in dieci anni di accertamenti giudiziari – che lo scagiona e che attesta il suo operato onesto.
Ma per fermare lo stragismo ormai sarà troppo tardi. Nel frattempo ci saranno altri attentati (Peteano, la questura di Milano, piazza della Loggia a Brescia, l’Italicus e poco più di un anno dopo l’assoluzione definitiva arriverà anche la stazione di Bologna) che hanno mietuto decine vittime e in seguito ai quali si sono celebrati controversi processi. Juliano, in tutto quell’arco di tempo, ha potuto solo guardare ciò che stava accadendo, ha dovuto difendersi e ha cercato, laddove gli è stato possibile, di collaborare con la magistratura per raccontare ciò che aveva scoperto pagando un prezzo elevato: la fine della sua carriera di poliziotto e l’ingiusta infamia sul suo operato.

Attentato imminente – Piazza Fontana, una strage che si poteva evitare” di Antonella Beccaria e Simona Mammano, ed. Stampa Alternativa

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