Razza partigiana

Il 4 maggio 1945 viene ucciso a Stramentizzo in Val di Fiemme Giorgio Marincola, medaglia d’oro al valor militare (è il terzo da destra nella foto): questa è la sua storia.

Giorgio Marincola: pelle nera, razza partigiana
di Tonino Bucci, «Liberazione», 2010/10/24

Questa è una storia anomala. La storia di un partigiano che finisce ammazzato a guerra finita nell’ultima strage fatta dalle Ss in territorio italiano. Il 4 maggio, nella Val di Fiemme, tra le Dolomiti, i tedeschi in ritirata uccidono trentasei persone. Sono passati cinque giorni da quando il cadavere di Mussolini è stato appeso per i piedi a Piazzale Loreto. Il Cln di Cavalese, lo stesso pomeriggio della strage, manda sul posto un avvocato per redigere un elenco delle vittime. Tra i cadaveri, c’è pure un ragazzo di colore. La relazione è inclusa nell’incartamento della commissione d’indagine sui crimini di guerra, nominata dal tribunale militare statunitense. Le carte finiscono però in un armadio, insieme ad altri 694 fascicoli attinenti alle stragi nazifasciste. Il mobile si trova in uno sgabuzzino nella sede della Procura militare italiana a Roma. Ha le ante rivolte verso il muro. Ci resterà, coperto di polvere, fino al 1994, quando viene scoperto dal procuratore Intelisano che sta raccogliendo informazioni su Priebke. Da quel momento viene ribattezzato l’armadio della vergogna . Tra i fascicoli chiusi all’interno c’è anche quello sul partigiano di colore. E’ lui il protagonista della nostra storia. Si chiama Giorgio Marincola, è nato in Somalia nel 1923, da padre italiano e madre somala. A quel che se ne sa, è l’unico partigiano italiano di origini africane a combattere nelle file della Resistenza. Un nero, un mulatto, un “meticcio” dal “sangue contaminato”, stando alla dottrina fascista della razza. Questa, però, è anche la storia di chi vuole raccontarle, le storie. Di due giovani studenti, prima di tutto, che si imbattono, l’uno senza sapere dell’altro, come due vite parallele, nella storia di Giorgio Marincola. Sono Carlo Costa e Lorenzo Teodonio, il primo laureato in scienze politiche, borsista alla Scuola superiore di storia contemporanea dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, il secondo laureato in fisica e autore di ricerche sulla Resistenza romana. Finiranno per incontrarsi e realizzare il sogno: un saggio su Giorgio Marincola, il partigiano nero, uscito per la piccola casa editrice Iacobelli col titolo Razza partigiana. Titolo azzeccato. «La suggestione fu immediata, folgorante e così abbiamo “googleato” il termine. Il motore di ricerca restituì, come unico risultato, il collegamento a un sito neofascista: “dall’altra parte abbiamo le mamme delatrici, le spie figlie di sessantottini e nipoti di quell’immonda razza partigiana che il baratro in cui oggi ci troviamo hanno creato”». Ma non è finita. I due autori cominciano anche un rapporto “elettronico-epistolare” con Wu Ming 2. «Noi avremmo scritto il saggio, Wu Ming 2 avrebbe scritto una qualche narrazione che partisse dai dati archivistici che noi gli fornivamo». A due anni dalla sua pubblicazione Razza partigiana è diventata quel che si dice un reading, una lettura su base musicale di un testo che è per metà prosa, per metà poesia, uscito dalla mano di Wu Ming 2 (l’autore, assieme ad altri, di Q, Asce di guerra, 54, Guerra agli umani e Manituana). Lo troviamo in libreria in questi giorni, col titolo Basta uno sparo (edizioni Transeuropa, di Wu Ming 2, volume più cd, pp. 64, euro 15). La storia del tenente Mercurio – nome di battaglia di Giorgio Marincola – si trova, per la verità, già inserita in un breve paragrafo della nuova edizione di Asce di guerra (del 2005). Giorgio Marincola nasce in Somalia nel 1923, a Mahadaay Weyn, un presidio dell’esercito italiano, «figlio di un’indigena e di un italiano». La dottrina fascista della razza avrebbe proibito unioni del genere. «Viene commesso un delitto contro il prestigio della razza tutte le volte che il puro sangue della nostra razza, illuminatrice del mondo col pensiero e con le opere, è mischiato, inquinato, contaminato». Giorgio cresce in Italia, a Roma frequenta il liceo e per tramite del suo professore di filosofia, Pilo Albertelli (che finirà trucidato alle Fosse Ardeatine), entra dopo l’8 settembre nei reparti di Giustizia e libertà. Partecipa alla lotta clandestina, compie sabotaggi, assalti a caserme e azioni di copertura. Dopo la liberazione di Roma, Giorgio chiede al comando alleato di proseguire la guerra. Viene pacadutato nella zona di Biella col grado di tenente dell’esercito inglese. Partecipa a varie azioni con le brigate partigiane locali, fino a che non viene catturato. «A Biella i nazisti avevano una radio, Radio Baita si chiamava, e trasmetteva da Villa Schneider, il posto dove portavano i prigionieri per torturarli. Quando prendevano un partigiano, spesso lo facevano passare prima dallo scantinato e poi su al piano di sopra, per farlo parlare alla radio, e costringerlo a dire quel che pareva a loro. Era una messinscena, e anche piuttosto stupida, perché a Biella lo sapevano tutti che Radio Baita era dei nazisti e che di sicuro i partigiani parlavano così perché ce li avevano costretti». A Giorgio chiedono come mai si sia messo a combattere coi ribelli, al fianco dei colonialisti che avevano occupato la sua patria, lui che viene dalla Somalia. Dovrebbe rispondere con un’abiura e invece risponde che per lui la Patria non è un colore sulla mappa, che la Patria è libertà e giustizia, che non c’è Patria dove c’è dittatura. Fa appena in tempo a dire queste poche frasi che la sua voce s’interrompe, sostituita da urla e rumore di sedie rovesciate. Giorgio è trasferito a Bolzano, in un campo di concentramento per prigionieri e ci rimane fino all’arrivo degli alleati. Gli propongono di rifugiarsi in Svizzera, ma lui rifiuta. In Italia ci sono ancora i nazisti, c’è ancora da combattere. Si unisce a un gruppo di partigiani trentini nella Val di Fiemme. A Predazzo c’è una scuola di guerra alpina delle Waffen Ss. Lungo la strada che risale la valle, in quei primi giorni di maggio, viaggiano spesso convogli militari di tedeschi in ritirata. Giorgio e gli altri partigiani fermano un camion di Ss che sfoggiano una bandiera bianca. I tedeschi, però, fanno fuoco, «fuori tempo massimo, dieci giorni dopo la Liberazione». Storia anomale, quella di Giorgio Marincola. Di lui restano una medaglia d’oro assegnata postuma, un po’ di retorica e una targa in una via di Biella. «Mi domando – scrive Wu Ming 2 nella prefazione – il motivo di una simile rimozione e subito la attribuisco a un insipido egualitarismo. Gli eroi son tutti giovani e belli, canterebbe Guccini. Cosa importa se questo Marincola era bianco o nero, comunista o liberale, somalo o italiano? I partigiani, nella retorica degli alzabandiera, sono patrioti dal leggendario coraggio, punto e basta. Epiteti lisci come un cippo di marmo, pieno di ettolitri di aria fritta». «Possibile che un individuo così particolare abbia lasciato una traccia tanto esile? Quale damnatio memoriae si è abbattuta sul partigiano nero di Mahadaay Weyn?» La risposta, paradossalmente, sta in un articolo apparso su FareFuturo, il webmagazine di Gianfranco Fini. «Inizio la lettura, curioso di scoprire cosa piace, alla destra italiana postfascista, del nostro partigiano nero. Di sicuro, il fatto che non fosse comunista, ma questo già lo so e mi sforzo di cogliere tra le righe altri elementi. Azzurra Provenzale, l’autrice del pezzo, parla del “dramma della sua doppia identità, di un destino difficile in una società dove i “meticci” non venivano riconosciuti, seguita con scelte di appartenenza molto nette: la militanza antifascista in quanto giovane italiano”. L’impressione è che chi scrive abbia in testa un modello per gli immigrati di oggi, la ricetta per farsi accettare e non essere più fattori di disturbo. Crisi d’identità, spaesamento e problemi di integrazione si risolvono con l’appartenenza netta, il patriottismo, la militanza italiana. Ma io davvero non direi che Giorgio Marincola era in guerra col fascismo “in quanto giovane italiano”». Ai nazisti che lo catturano e gli chiedono perché combatte al fianco dei colonialisti inglesi e italiani, Giorgio non risponde di sentirsi italiano. Dice invece di essere un cittadino del mondo. «Apolidi, esiliati, profughi, clandestini: uomini e donne che preparano il futuro, con la loro capacità di stare insieme oltre l’appartenenza, di essere cittadini senza Stato, di fare politica oltre la polis. Sorrido. Ecco di cosa ci parla, oggi, l’anomalia normale di Giorgio Marincola e della sua resistenza. Ecco perché la sua storia smette di essere un’eccezione e diventa esemplare. E io l’ho scoperto, alla fine, grazie a un articolo di FareFuturo.»

«Ti hanno insegnato che un meticcio non è una persona intera/ che è un essere ignobile, un fiore appassito/ un morto vivente, un’offesa/ Forse per questo sei arrivato in fondo/ con il fucile in mano/ sordo a qualunque liberazione. / Giorgio Marincola, nato in Somalia/ Pelle nera, cittadinanza italiana/ Razza partigiana».

In questo video Isabella Marincola racconta la vicenda di suo fratello Giorgio:

http://www.razzapartigiana.it/

2 pensieri riguardo “Razza partigiana”

  1. “Timira” è il libro dedicato alla figura di Isabella Marincola in uscita il 15 maggio. Questo è un post dell’autore comparso sul sito http://www.wumingfoundation.com/giap/?cat=1322

    Cara Isabella,
    sono passati molti mesi dall’ultima volta che ci siamo visti. Li conto sulle dita e sono già diciotto, un anno e mezzo pieno di rivolta e di quello che si usa chiamare la Storia, per poi convincersi che sia un pezzo di carta, o di marmo, e non di vita.
    Gli astronomi hanno scoperto una stella dieci milioni di volte piú luminosa del sole. Al tempo dei re babilonesi, le avrebbero dato il nome di un dio terribile e smisurato. Al tempo delle agenzie di rating, l’hanno battezzata con una sigla: R136a1. Sono morti J. D. Salinger, Mario Monicelli e Osama bin Laden. Sono nati, secondo le statistiche, centonovantotto milioni e mezzo di esseri umani. È nata pure una nuova nazione, la Repubblica del Sud Sudan, ma l’oroscopo dice che si ammalerà presto, ubriaca di petrolio. Come il Golfo del Messico, che ha dovuto sorbire in diretta tivú cinquecento milioni di litri di greggio, serviti dalla piattaforma Deepwater Horizon. O come il Delta del Niger, dove la sbornia nera uccide ogni giorno, senza lambire gli schermi del mondo. Un terremoto di magnitudo 9 ha cancellato in Giappone intere città. L’onda di tsunami e le macerie dei sopravvissuti ci hanno riempito gli occhi per settimane, risvegliando la falsa memoria di catastrofi già dimenticate. La scossa ha danneggiato i reattori di una centrale nucleare e nessuno sa dire quanto dureranno gli effetti delle radiazioni in fuga. Tra diecimila anni, tonnellate di scorie radiotossiche saranno forse l’unica traccia rimasta della nostra civiltà. Chissà se i terrestri del futuro ci chiameranno pazzi o terroristi. Fino all’anno scorso – ti ricordi? – il terrorista da cartolina era un giovane musulmano, barbuto, con la pelle bruna e il turbante in testa. Oggi è un trentenne norvegese, biondo, cristiano, con un coccodrillo cucito sul cuore. Settantasette persone sono cadute sotto i colpi della sua battaglia contro l’islam e gli stranieri: se di pazzia si tratta, rischia di rivelarsi molto contagiosa. I crociati fibrillano, sbroccano, rimpiangono Bin Laden e lo scontro di civiltà. Sentono l’Armageddon mancare sotto i piedi e ne inseguono disperati una versione casalinga. Dal Golfo Persico al Nordafrica, uomini e donne, giovani e meno giovani occupano le strade per rovesciare i troni di vecchi tiranni. I terroristi da cartolina si trasformano all’improvviso in eroi ribelli. Gli arrabbiati di mezzo mondo guardano agli egiziani di piazza Taḥrīr. Una ragazza tunisina ha scritto che il suo popolo ha fatto la storia, ma lei non c’era, stava a Bologna per studiare, cosí ha perso l’occasione e vuole rifarsi in Italia. Sui muri della città, una richiesta urgente fa eco alle sue parole: «Immigrati, salvateci dagli italiani». Di tutto questo mi piacerebbe parlarti, sedere a quel tavolo sempre ingombro di carte, bollette, giornali, matite, tazze e bicchieri. Accendere il registratore e srotolare il pomeriggio, con la scusa di un romanzo da scrivere insieme. E invece sto qui, nello stanzone caldo di una biblioteca, in mezzo agli studenti che preparano gli esami per la sessione autunnale. Il romanzo è finito, l’ho stampato per intero e adesso non è altro che un plico di fogli in attesa di correzioni, sgorbi di penna, note sul margine e commenti. Ho letto la prima pagina, l’ho girata, e mi sono messo a scriverti nello spazio bianco sul retro. Erano anni che non usavo la penna per tante parole: i pensieri diventano indelebili troppo in fretta. Fuori c’è un tizio che butta giú un muretto a martellate e il rumore dei colpi spacca le frasi che vorrei mettere in fila. Dovrei tornare a casa, lí c’è silenzio, ma in compenso la posta, Twitter, i siti e l’orto sul balcone mi aprono in testa buchi molto peggiori di un martello.
    Otto anni fa, quando tuo figlio si è presentato alla mia porta con una cartelletta rossa, Twitter non c’era ancora e nemmeno il balcone. Stavo in un altro appartamento e il massimo che riuscivo a coltivare era una pianta di fagiolo sul davanzale del bagno. Eppure, nonostante le distrazioni ridotte al cinquanta per cento, ho accolto Antar con la testa fra le nuvole, non l’ho fatto nemmeno entrare, ho preso la cartelletta e gli ho detto che senz’altro avrei letto i fogli che ci stavano dentro. Altri lavori incombevano, altre pagine, e già m’ero accorto che Antar, quando raccontava di te e di suo zio, aveva la tendenza a tirarla per le lunghe. Ci eravamo conosciuti in una clinica per malattie mentali. Frequentavamo lo stesso matto: io come amico, lui come educatore. Facevamo i turni per non lasciarlo da solo ed è stato lí, nel parco intorno alla villa, sotto un cedro del Libano colossale, che ho sentito parlare di te per la prima volta. Era la primavera del 2003 e io ci ho messo cinque anni prima di venirti a trovare, col mio registratore in mano, per dedicare alla tua storia un mercoledí pomeriggio.
    A mia parziale discolpa, vorrei dire che la cartelletta rossa non l’ho riposta subito in un armadio. L’ho aperta poche ore dopo, di fianco a un piatto di pasta, e ormai da tre anni me la porto sempre appresso, nella borsa da lavoro. Rispetto ad allora è molto ingrassata di carte, ma i tre documenti originali sono sempre lí e ogni tanto li ripesco, per non dimenticare da dov’è cominciata la nostra amicizia.
    Primo: una fotocopia con due brevi articoli, impaginati uno sopra l’altro. Titoli: «Un italiano nero» e «La “negretta” del cinema italiano». Tratti da: «Il Sofà. Periodico di immigrazione in Emilia Romagna».
    Secondo: la relazione del dottor Bonvicini Eugenio sull’attività svolta da Giorgio Marincola (Mercurio) durante l’occupazione germanica del suolo nazionale.
    Terzo: un volantino distribuito in piazza Maggiore il 25 aprile 2002. «Nell’anniversario della liberazione dal nazifascismo, mentre siamo qui per protestare contro il Lager etnico di via Mattei, vogliamo ricordare Giorgio Marincola attraverso la testimonianza di sua sorella (una signora ultrasettantenne che abita a Bologna)…»
    Su un totale di sedici fogli A4, soltanto mezzo riguarda le tue avventure. Tutto il resto gira intorno a tuo fratello Giorgio, come in un depistaggio studiato ad arte. Ecco perché ci ho messo tanto per capire cosa volesse da me questa cartelletta rossa, ed ecco perché tu ci hai messo altri due anni per capire cosa volesse da te questo sedicente cantastorie dal nome cinese, col suo registratore a cassette sempre a corto di pile, che insisteva a suonare al tuo campanello ogni mercoledí
    pomeriggio.
    Siamo tutti profughi, senza fissa dimora nell’intrico del mondo.
    Respinti alla frontiera da un esercito di parole, cerchiamo una storia dove avere rifugio.
    http://www.einaudi.it/libri/libro/wu-ming-2-antar-mohamed/timira/978880620592

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