Tutta la passione di un comandante

Omniroma_Image__0022_040115_MGZOOMMassimo Rendina, comandante partigiano, non c’è più. Aveva 95 anni (era nato a Venezia nel 1920), forse era nell’ordine delle cose, ma è difficile pensare a quello che resta dell’antifascismo senza di lui.
È stato una figura carismatica, un grande cuore e una straordinaria intelligenza, capace di appassionare gli studenti in tante scuole di Roma con la sua eloquenza antica e coinvolgente, con la tangibile passione per la libertà e la giustizia che lo animavano.
Presidente dell’Anpi regionale del Lazio, era stata la sua ostinazione a ottenere da Veltroni la creazione della Casa della Memoria a Roma. Ne era stato a lungo il principale animatore e la vera ispirazione: aveva la visione di un punto di riferimento internazionale, e con la sua competenza di uomo della comunicazione si adoperava (purtroppo con successo limitato) affinché disponesse delle più avanzate tecnologie per collegarsi con il mondo intero.
Ogni conversazione con lui era intessuta di ricordi dei suoi rapporti con figure importanti della storia, da Aldo Moro a papa Wojtyla, sempre raccontati con una prospettiva insolita, piena di rispetto ma mai subalterna.
La storia della sua vita è un filo che attraversa la storia d’Italia (una lunga intervista che facemmo alla Casa della Memoria bastò solo a raccontarne una metà; ne pubblicheremo una parte sul «manifesto» nei prossimi giorni).
Giornalista prima della guerra, poi ufficiale dei bersaglieri in Russia, ne torna ferito e aderisce subito dopo l’8 settembre alla Resistenza, nelle brigate Garibaldi con cui entrerà a Torino liberata il 25 aprile. Nel dopoguerra, lavora a «l’Unità», poi entra alla Rai, dirige il telegiornale, viene cacciato da Tambroni perché reo di antifascismo, e reintegrato da Moro. Continuerà a scrivere su giornali e riviste, e sarà autore di due libri utilissimi: Italia 1943-45. Guerra civile o Resistenza? (Newton, 1995) e il prezioso Dizionario della Resistenza italiana (Editori Riuniti, 1995).
Claudio Costa ha curato nel 2011 un film che porta il suo nome di battaglia, «Comandante Max», in cui Massimo Rendina racconta i suoi anni di guerra, in Russia e nella Resistenza.
Quando finalmente ci mettemmo seduti per un’intervista vera e propria, parlammo a lungo dei rapporti fra cristianesimo e comunismo. Era un cattolico convinto, restato sempre schierato a sinistra, in modo indipendente, critico, e proprio per questo incrollabile.
Per tutta la vita, ha continuato ad aderire non ai partiti, ma ai principi.
Me lo ricordo dopo un 25 aprile particolarmente difficile, a Porta San Paolo, quando Renata Polverini, allora presidente della Regione Lazio, ebbe la sfacciataggine di salire sul palco e alcuni dei partecipanti pensarono di punirla tirandole uova o qualcosa del genere – e colpirono Massimo invece. Lui questo gesto lo disapprovava e diceva: è quasi un fatto simbolico, certe forme di protesta, invece di colpire il bersaglio reazionario, finiscono per fare male a noi. Forse aveva ragione, forse no; ma ci stava male.

Alessandro Portelli (Il Manifesto del 10/2/15)

http://youtu.be/D5uXc4zCFE0?list=PL60F55FF1BE69F3D7

La memoria non va in cenere

indexRosario Bentivegna, medaglia d’argento al Valor Militare e comandante partigiano del Gruppo d’Azione Patriottica “Carlo Pisacane” di Roma non avrebbe voluto essere sepolto in alcun cimitero. Lo lasciò scritto nelle sue «Disposizioni in caso di mia morte» conservate ancora oggi da Patrizia Toraldo di Francia, sua compagna di vita per 38 anni. Alle persone che «mi hanno amato e che ho amato» lasciò scritto «Non mettetemi dietro una lapide». Tanto meno avrebbe pensato ad un monumento o una targa celebrativa, lui che fulminava con lo sguardo chiunque lo chiamasse “eroe”. «Io credo solo -ripeteva quasi pedagogicamente- che in alcuni momenti della storia si verificano condizioni per cui ci sono persone giuste al posto giusto». Ha sempre sentito Roma sulla pelle ed ha amato visceralmente la sua città. La dispersione delle sue ceneri nel Tevere non gli sarebbe affatto dispiaciuta.
Tuttavia la vicenda della sua «mancata sepoltura», e di quella della medaglia d’oro Carla Capponi, interroga di nuovo l’inquieto rapporto tra la città ed i suoi figli partigiani. Un passato prossimo che, fatta salva la retorica d’ufficio delle celebrazioni ufficiali, mantiene a distanza di settantanni tutto il suo carattere di irrequieto ingombro non tanto dinanzi alla storia, che ha già emesso il suo assiomatico giudizio sul valore dei partigiani, quanto di fronte ad una società civile e ad una sfera pubblica refrattarie alle scelte di campo valoriali e permanentemente protese ad alimentare la damnatio memoriae di quegli eventi della guerra partigiana che, segnando una linea di faglia in grado di definire un prima e un dopo, avrebbero dovuto impedire il perpetrarsi di persistenze conservative, continuità istituzionali e autoassoluzioni collettive dopo il fascismo.
In questo senso l’esempio del vissuto resiliente dei gappisti, che dal terrore dell’occupazione nazista seppero trarre il coraggio della lotta di Liberazione, sembra rappresentare ancora oggi un elemento eterodosso della storia recente di Roma, non assimilato, quando non addirittura contestato, nella sua legittimità da parti marginali ma non non esigue della città. Di ciò che stiamo facendo non dovremmo parlare con alcuno né oggi, né domani né dopodomani». Quando Mario Fiorentini, comandante del Gap “Antonio Gramsci”, indicava ai suoi compagni le regole essenziali della lotta armata faceva certamente riferimento alle norme di compartimentazione e segretezza necessarie alla rete clandestina del Pci ma allo stesso tempo cercava di sollecitare il pudore delle coscienze in quei giovanissimi combattenti che nonostante la nobile scelta compiuta non avrebbero dovuto mai dimenticare il peso umano di quelle azioni alle quali avrebbe reso ragione soltanto la straordinarietà del tempo della storia all’epoca della seconda guerra mondiale.                                                                                                                 Lucia Ottobrini, medaglia d’argento dei Gap romani, oggi quasi si ritrae, seppur con tutta la delicata grazia dei suoi modi, di fronte alla necessità di ricordare un’esperienza tanto dura quanto straordinaria per lei cattolica e comunista. Per i componenti dei Gap, donne e uomini che potevano restare mesi senza parlare con nessuno ed attaccare militarmente da soli soldati tedeschi e collaborazionisti fascisti, il peso della solitudine e l’unicità di quel vissuto furono resi sopportabili solo dalla convinzione assoluta della giustezza di quella scelta di vita. Alla nuova repubblica democratica sarebbe poi spettato il compito storico di «fondarsi sulla Resistenza» ovvero non celebrare in stile marziale le vicende di guerra o i loro protagonisti ma esaltare i valori universali che quelle azioni partigiane avevano significato e per cui erano state compiute.                                      I gappisti però, fin dall’immediato dopoguerra rappresentarono il convitato di pietra della riappacificazione nazionale fondata sulla rimozione del passato. Per questo hanno sempre pagato un prezzo. Il primo processo della Roma liberata del 1944 venne celebrato dagli Alleati contro Bentivegna, poi assolto, per il caso Barbarisi mentre già durante il processo Kappler del 1948 i Gap, e finanche il vertice della Giunta militare di Roma Amendola-Bauer-Pertini, furono accusati come fossero loro, e non i nazisti, i responsabili della strage delle Fosse Ardeatine. Calunniati dalla stampa neofascista e da molti «maestri del giornalismo», si difesero ottenendo sempre smentite ufficiali, scuse pubbliche e risarcimenti. Nel 1964 furono inseriti nelle liste golpiste del «Piano Solo» di De Lorenzo che disponeva la loro deportazione nei campi di Gladio a Capo Marrargiu.     Negli anni ’70 molti subirono minacce di attentati da parte di gruppi dell’estrema destra, mentre a metà anni ’90, quando solo i tumulti davanti al tribunale militare impedirono a Priebke di tornare libero in Argentina, si trovarono ancora accusati della responsabilità dell’eccidio del 24 marzo 1944. Ad una giornalista francese che gli chiedeva quale fosse il suo giudizio finale tra il dato ed il ricevuto dall’esperienza partigiana Bentivegna rispose: «È una domanda difficile. Perché mi ha tolto molto spazio ma mi ha dato l’orgoglio del dovere fatto in fondo anche a costo della vita. Perché la vita non è solo quella che si può perdere in battaglia». Quella dei Gap è una storia che «divide». Separa la libertà dalla dittatura; il progresso dalla reazione; la modernità dall’oscurantismo.

Per scegliere da che parte stare non servono lapidi.

Davide Conti, Il Manifesto del 27 settembre 2014

5 giugno 1944: Ugo Forno

Questa è una storia che sembra scritta dalla penna di Ferenc Molnar e che fa venire in mente le immagini dei piccoli sabotatori di “Roma città aperta”. Ma questa è una storia vera che ha come protagonista Ugo Forno, un ragazzo di 12 anni ammazzato dai nazisti in fuga a Roma il 5 giugno del 1944, il primo giorno della città liberata.

Quella mattina Ugo esce di casa per andare a vedere l’arrivo degli alleati: in tasca ha due pistole lanciarazzi tedesche trovate per strada. Vicino ai giardinetti di Piazza Vescovo sente delle persone discutere animatamente su dei guastatori tedeschi che stanno minando un ponte sulla via Salaria: Ugo si allontana, entra in una casa in rovina dove aveva visto delle armi abbandonate, uscendone con un fucile a tracolla e diverse munizioni. Insieme a lui si aggregano altri giovani sui diciotto – venti anni, tutti armati con fucili e pistole.

Tutti si dirigono verso il ponte sulla Salaria: incontrano un gruppo di contadini e Ugo dice loro. “I tedeschi stanno attaccando le mine al ponte sull’Aniene, lo vogliono demolire. Noi andiamo a salvarlo, ci devono passare gli americani. Avete delle armi? Venite con me”. Dice proprio così: “con me”, non “con noi”, parla da vero comandante.

I contadini si alzano, si armano anche loro e seguono il ragazzino che cammina in testa al gruppo: arrivano nei pressi del ponte di ferro sull’Aniene mentre i guastatori tedeschi stanno piazzando le mine sotto le arcate. Il gruppo comincia a sparare e i guastatori si mettono al riparo, capiscono di non avere più tempo per distruggere il ponte e si ritirano; hanno con loro un mortaio e, per coprirsi la fuga, iniziano a sparare sul gruppo dei partigiani. Il primo a morire è Francesco Guidi, poi vengono ferite altre due persone e le schegge del terzo proiettile colpiscono Ugo al petto e alla testa: il comandante bambino muore sul colpo, mentre i guastatori scappano via.

Sono gli ultimi tedeschi a scappare e Ugo Forno è l’ultimo romano che muore combattendo per cacciarli. Un gruppo di gappisti comandati da Giovanni Allegra giunge sul posto: è lui che si china sul ragazzo, gli chiude le palpebre sugli occhi sbarrati e avvolge il suo corpo in una bandiera tricolore ridotta a brandelli.

Quel ponte sull’Aniene c’è ancora. Presso l’ufficio riconoscimenti del ministro della Difesa c’è anche da cinquant’anni, in qualche polveroso e dimenticato fascicolo, la splendida motivazione (Al folle coraggio di questo ragazzino, alle raffiche ingenue del suo mitra contro i soldati nazisti, alla sua morte guardiamo come all’esempio di chi non volle far finta di non vederedella medaglia d’oro che il CLN romano propose per il più giovane partigiano (insieme al napoletano Gennarino Capuozzo) della nostra lotta di liberazione nazionale. Un riconoscimento che, chissà per quali oscuri motivi resta per tanti anni a livello di proposta. Nessuno se n’è occupato, nessuno se ne ricorda.

Bisognerà aspettare il 16 gennaio 2013 quando il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferisce a Ugo Forno (27 aprile 1932 – 5 giugno 1944) la Medaglia d’Oro al Merito Civile.

Il ponte sull'Aniene nel giorno dell'intitolazione a Ugo Forno

17 aprile 1944: il rastrellamento del Quadraro

Le 4 del mattino del 17 aprile 1944. Nel giro di pochi minuti, i tedeschi entrano al Quadraro, noto “covo” di ribelli della Resistenza. E rastrellano circa 2.000 uomini tra i 16 e i 55 anni. Alcuni riescono a fuggire, grazie all’aiuto di un prete. 947 vengono deportati nei campi di concentramento. Solo la metà di loro tornerà a casa. Nel 2004 il quartiere è stato insignito della medaglia d’oro al merito civile.

17 aprile 1944. Le 4 del mattino: il Quadraro è ancora addormentato. Nel giro di pochi minuti, si scatena l’inferno. Gli uomini del comandante nazista Herbert Kappler circondano il quartiere, bloccando ogni via d’accesso. Ha inizio il rastrellamento del Quadraro. Nome in codice: Unternehmen Walfisch, Operazione Balena. 2.000 uomini tra i 16 e i 55 anni vengono trascinati via a forza dalle loro case. E portati al cinema Quadraro per la schedatura. Dopo ore di attesa, ammassati e trattati come bestie, vengono caricati su dei camion e portati a Cinecittà. Alcuni riescono a fuggire, aiutati dal parroco di Santa Maria del Buonconsiglio, don Gioacchino Rey. Molti arrestati. 947 uomini restano nelle mani della Gestapo e delle SS e finiscono deportati nel campo di concentramento di Fossoli (Carpi). Solo l’inizio di una lunga agonia. Il 24 giugno del ’44, i rastrellati del Quadraro vengono arruolati come “operai italiani volontari per la Germania”. E deportati nei campi in Germania e in Polonia. Molti di loro non sopravvissero all’arrivo degli ameticani. Dei 947 deportati solo la metà tornò, viva, al Quadraro.
IL CONTESTO STORICO – Nella primavera del 1944 Roma è una “città aperta”. L’occupazione tedesca è scandita da terrore ed eccidi, come quello delle Fosse Ardeatine (24 marzo). La popolazione civile è inerme, affamata. Gli alleati sono ancora a 80 chilometri dalla capitale. Il Quadraro, per i nazisti, è un “nido di vespe”, l’inizio del “fronte”. Il luogo dove trovano rifugio tutti coloro che, partigiani, comunisti o informatori, non trovano accoglienza nei conventi o presso il Vaticano. Il 31 marzo il comando tedesco decide di intervenire: per indebolire i ribelli, disseminati nella periferia sud-est, stabilisce di anticipare l’ora del coprifuoco alle 16:00. Il provvedimento colpisce gli abitanti dei quartieri Quadraro, Torpignattara, Centocelle e Quarticciolo. La Resistenza continua.
L’ANTEFATTO – La goccia che fa traboccare il vaso si verifica il pomeriggio del 10 aprile, un lunedì di Pasqua. Giuseppe Albani, detto “il gobbo del Quarticciolo”, assale con la sua banda un gruppo di soldati tedeschi alla trattoria “da Gigietto”, in via Calpurnio Fiamma, a Cinecittà. Uccidendone tre. L’affronto è troppo grande. Il comandante Kappler decide di dare un’altra “lezione” al popolo di Roma, dopo quella delle Fosse Ardeatine. “Andiamo a scacciare quel nido di vespe”, dice ai suoi uomini.
MEDAGLIA D’ORO AL MERITO CIVILE – Fu tutto inutile. Come racconta Carla Guidi nel libro “Operazione balena” (Edizioni Associate), dopo il rastrellamento del 17 aprile, la guerriglia contro i nazisti riprese con la stessa forza. In pochi mesi e in uno spazio limitato, qui ci fu la più alta concentrazione di azioni partigiane di tutta la resistenza italiana. Anche grazie all’atroce sacrificio di quel giorno, nell’aprile del 2004 il Quadraro è stato insignito, unico quartiere romano, della medaglia d’oro al merito civile dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
di Ambra Murè (Da “Paese Sera)

http://www.anpiroma.org/2013/04/17-aprile-quadraro-una-storia-esemplare.html

https://www.youtube.com/watch?v=jJYTWWbb-Kw

Roma: gli studenti del liceo Giulio Cesare contro la presenza dell’Anpi

Francesco Polcaro presidente dell'Anpi di Roma

Non è un caso che sia accaduto. Quando la memoria viene utilizzata solo per gli anniversari, quando la memoria viene “imposta” con percorsi limitati e non condivisi dagli studenti, quando il dialogo non si sa adattare alle nuove generazioni. Un campanello d’allarme che l’ANPI dovrebbe cercare di riconoscere e fare autocritica.

http://roma.repubblica.it/cronaca/2012/10/26/news/giulio_cesare_gli_studenti_del_liceo_contro_la_presenza_dei_partigiani-45341391/?ref=HREC1-2