Guerra di Liberazione e non guerra civile

Nino De Marchi “Rolando”, classe 1920, della Divisione Garibaldi “Nino Nannetti”, intervenuto alla manifestazione di Vidor del 2 giugno 2013, ha ribadito con forza queste parole:

“Non voglio fare discorsi, voglio semplicemente dirvi questo: quando sentite parlare di “guerra civile” rispondete che la nostra è una Guerra di Liberazione e basta!!!”

Quando si parla di guerra civile deve esistere il presupposto che entrambe le parti in conflitto si riconoscessero come parte dello stesso stato o della stessa nazione. Non c’è dubbio che una delle due parti in conflitto aveva deciso, tradendo il proprio paese, di riconoscersi in un altro stato e nelle ragioni di un’altra nazione. In una sentenza contro alcuni appartenenti della legione Tagliamento emessa dal tribunale militare di Milano  il 28 agosto 1952, i giudici spiegano in modo chiaro come poteva essere inquadrata la Rsi:

“Non essendo sorta la Rsi da una norma giuridica che la riconoscesse come leggittimo successore del governo italiano, e contemporaneamente non avendo i requisisti del governo di fatto insurrezionale, devesi concludere ch’essa consistette in un ente alle dipendenze dell’occupante germanico, il quale volta a volta riconosceva ad esso determinati poteri nei limiti dall’occupante consentiti, che comunque, secondo l’ordinamento internazionale, non potevano andare oltre i poteri dello stesso occupante…per questo la Rsi deve essere ritenuta come un’associazione o organismo senza veste giuridica, posto in essere da cittadini italiani onde combattere contro lo Stato italiano, onde alla stessa Rsi non può essere riconosciuta leggitimità alcuna, nè ai suoi atti, nè agli ordini delle autorità da esse costituite; tali ordini e tali atti, oltre a non avere rilevanza giuridica, hanno indubbi requisiti di antigiuridicità”

Chi parla di guerra civile vuole far intendere che, essendo i protagonisti delle due parti cittadini italiani e tutti in buona fede nel sostenere i propri ideali (senza spiegare con chiarezza quali erano gli “ideali” fascisti e non ammettendo che non erano per niente equiparabili a quelli antifascisti) bisognerebbe stabilire una memoria condivisa dalla quale i fascisti e i reduci di Salò dovrebbero trarre nuova leggitimazione; peccato che, proprio la storia repubblicana di questi 70 anni, dimostra come una delle parti non intende affatto riconoscersi nella Repubblica e nella Costituzione nata dalla Resistenza. Anche  in Francia c’è stata una Guerra di Liberazione e anche lì c’era un regime fantoccio (Vichy), ma nessuno in quel paese si sogna di etichettare come “guerra civile” la lotta combattuta contro dei francesi che avevano tradito la nazione e come traditori sono stati perseguiti con ben maggiore durezza che nel nostro paese. In Italia dal ’43 al ’45 c’è stata una Guerra di Liberazione e basta, come dice “Rolando” e bisogna ribadirlo sempre, in tutte le occasioni e in tutte le sedi, come fanno i nostri ultimi testimoni che hanno vissuto sulla loro pelle la lotta per liberare l’Italia dai nazisti e dai fascisti traditori.

Le foto dell’incontro di Vidor con i  partigiani della provincia di Treviso: http://imgur.com/a/lti3G

Felice Casson: sospendere l’acquisto degli F-35

“Sospendere immediatamente la partecipazione italiana al programma sugli F-35 e procedere, in prospettiva europea, ad una visione strategica della politica di difesa destinando le somme risparmiate ad investimenti pubblici riguardanti la tutela del territorio nazionale dal rischio idrogeologico, la tutela dei posti di lavoro, la sicurezza dei lavoratori”. È quanto chiede Felice Casson, vicepresidente della commissione Giustizia del Senato, con una mozione firmata da altri 17 senatori Pd.
“Non esiste a tutt’oggi alcun impegno all’acquisto di questi velivoli – spiega – e non c’è alcun contratto firmato e tantomeno alcuna penale. Peraltro i Governi francese e tedesco negli ultimi mesi hanno piu’ volte cercato di coinvolgere i piu’ importanti Paesi europei al fine di sviluppare insieme attivita’ industriali in questo settore considerando il fatto che nel settore aeronautico il consorzio Eurofighter è in grado di produrre un velivolo assolutamente competitivo”.
“Rivedere queste scelte – aggiunge Casson – appare quantomeno sensato e congruo rispetto all’attuale situazione economica e finanziaria del Paese e va inoltre rilevato che al momento si sono ritirati o hanno sospeso la loro partecipazione al programma i seguenti Paesi: Norvegia, Olanda, Australia, Turchia, Danimarca e Canada. La Gran Bretagna ha falcidiato le previsioni di spesa (ne doveva comprare circa 130, oggi ne conferma solo 20); persino gli Usa stanno valutando l’annullamento della versione B, a decollo corto e atterraggio verticale, che interessava la nostra Marina”. “La nuova normativa e le nuove procedure adottate – conclude Casson – consentono di ripensare qualunque programma e attribuiscono al Parlamento un ruolo decisivo, di cui il Parlamento stesso deve fare oculato e motivato uso, soprattutto in presenza di tagli ai vari settori della vita pubblica, che sono continui e pesanti, mentre i costi per il programma F-35, circa 12 miliardi, appaiono francamente esorbitanti e fuori luogo”.

Volantini (leghisti) e minacce contro il consigliere «marocchino» di Treviso

Said Chaibi con Umberto Lorenzoni "Eros" a Vidor (http://imgur.com/a/lti3G)

Un ragazzo di 22 anni figlio di genitori marocchini diventa il simbolo della battaglia elettorale trevigiana: Said Chaibi sarà il primo consigliere comunale di origini straniere eletto nella roccaforte leghista e il Carroccio l’ha preso di mira, distribuendo volantini che lo presentano come il «pericolo comunista» incombente sulla città. Ma adesso la questione diventa anche più seria: la scorsa notte il giovane ha raccontato di essere stato minacciato e inseguito da due automobili, che hanno tentato di farlo uscire di strada. «Questo è il terreno di confronto che vogliono per alzare il tiro in maniera spietata – dice Chaibi –  ma io sono trevigiano quanto loro e devono farsene una ragione. Lunedì decideranno gli elettori». Il 27 maggio Treviso ha scelto di mandare al ballottaggio i due candidati sindaco più votati al primo turno, Giovanni Manildo per il centrosinistra e Giancarlo Gentilini per Lega e Pdl. Chaibi, che era candidato con Sel nella coalizione per Manildo, ha preso 149 preferenze ed entrerà comunque in consiglio comunale, in maggioranza o all’opposizione.
Ed è stato anche questo a spingere Lega, Pdl e alleati a scuotere la moderata Treviso paventando il pericolo rosso. La campagna elettorale di Gentilini, per la prima volta in svantaggio, sta puntando tutto sulla dicotomia fra la conservazione e la continuità dei passati vent’anni di amministrazione leghista da una parte, e l’avvento «del comunismo» dall’altra, incarnato non tanto dall’avversario Manildo, che è un moderato, ma dalla sua squadra di centrosinistra. La Lega accusa gli avversari di voler portare a Treviso i centri sociali e favorire le occupazioni abusive, e sul finire della scorsa settimana ha iniziato a diffondere i nuovi volantini per il ballottaggio: recano un’immagine del presidente della Camera Laura Boldrini (espressione di Sel) e una vecchia foto di Chaibi, accanto alla quale viene riportato con toni molto critici un suo pensiero sulla necessità di integrare gli stranieri, riferito agli omicidi violenti compiuti a Milano dall’immigrato clandestino Kabobo. Nella notte fra domenica e lunedì Chaibi stava attaccando manifesti per Manildo insieme a due attivisti; quattro sconosciuti si sono avvicinati a loro minacciando di strappare i manifesti. Quando i ragazzi sono risaliti in macchina per allontanarsi, i quattro, su vetture di grossa cilindrata, li hanno inseguiti, rischiando di farli uscire di strada. Chaibi ha segnalato la vicenda alla Digos, che ora indaga. «Non sono stato eletto da immigrati ma da cittadini trevigiani. Sono nato in Italia e Treviso è la mia città, sono trevigianissimo, ho frequentato le scuole qui dall’asilo alle superiori. Questo odio è stato creato da una fazione che fa politica su questi temi mentre io ne preferisco altri, come cercare soluzioni al disagio dei cittadini che non guardano nomi o colori della pelle, ma idee e competenza. Mi sembra che ormai che non abbiano più motivazioni per opporsi al cambiamento ». Le due coalizioni sono pronte alla sfida. «Noi pensiamo a parlare dei problemi dei cittadini – riflette Roberto Grigoletto, il coordinatore della campagna di Manildo -, non prestiamo il fianco alle provocazioni». Il segretario cittadino della Lega, Enrico Chinellato, commenta: «Non abbiamo nulla di personale contro Said, ma siamo lontani dalle idee che lui rappresenta, quelle di Sel, troppo estremiste e radicali. Chissà dov’è andato ad appenderli, quei manifesti, dato che non ne vediamo in giro. Forse l’hanno fermato prima che potesse farlo». E il candidato Gentilini: «Non so niente di questa storia ma chi è causa del suo mal pianga se stesso. Il rispetto delle regole è alla base del vivere civile». Per Abdallah Khezraji, rappresentante delle comunità immigrate trevigiane e vicepresidente della consulta regionale per l’immigrazione, l’episodio denunciato da Chaibi è «un tentativo disperato della Lega di riguadagnare consensi irrimediabilmente persi. Said è un cittadino italiano che gode del diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero. E come consigliere ha ottenuto il doppio delle preferenze del sindaco uscente, Gian Paolo Gobbo».

Silvia Madiotto

Venerdì 7 giugno: “Il terrorista” di Gianfranco De Bosio in Villa Errera a Mirano

Venerdì 7 giugno 2013 alle ore 20.45 a Mirano nella Sala conferenze di Villa Errera ci sarà la proiezione del film “Il terrorista” di Gianfranco De Bosio. Realizzato nel 1963 e restaurato di recente dalla Cineteca di Bologna che lo ha  trasferito su supporto digitale. Presenterà il film Marco Borghi, direttore dell’Isever. Il film, ispirato a episodi della Resistenza a Venezia, costituisce un documento importante nel panorama della filmografia resistenziale italiana.
Quindi un’occasione importante per vedere un’opera rara di assoluto valore sia dal punto di vista linguistico che del contributo offerto al dibattito su  temi  riguardanti le scelte di lotta ma anche di costruzione dello Stato Democratico.

Premio speciale della critica a Venezia nel 1963 è una rarità cinematografica che racconta la storia del comandate Renato, nome di battaglia di Otello Pighin, assistente di Ingegneria al Bo e comandante della brigata partigiana «Silvio Trentin», che nel gennaio 1945 fu catturato ed ucciso a Padova dai fascisti della Banda Carità. Un ruolo interpretato in modo incisivo da un allora trentenne Gian Maria Volontè. Il regista De Bosio (classe 1924) militò nella brigata Trentin e scelse di dedicare al suo comandante questa pellicola ambientandola a Venezia. Nel cast compaiono anche Philippe Leroy, Tino Carraro, Giulio Bosetti, Raffaella Carrà, Anouk Aimèe e l’editore Neri Pozza.

“È un film sulla Resistenza, non su Al Qaeda”, spiega Gianfranco De Bosio intervenuto in una recente proiezione del film a Roma. “Sono stupefatto di vedere tutta questa gente, forse questi ragazzi si aspettano qualcos’ altro, non sanno che la guerra di liberazione l’ abbiamo combattuta tra il ’43 e il ’45”. E lui infatti glielo ricorda, ai giovani spettatori: non si sa mai. Si dice emozionato di rivedere il film, dopo 44 anni: “è commovente, forse più interessante ora di quando è stato fatto”. Racconta dei tempi, gli anni 70, gli anni di piombo, in cui la Rai lo bandiva dai suoi palinsesti “per colpa del titolo”. A una domanda su che effetto faccia rivedere un film che ha 44 anni e soprattutto riascoltare quei dialoghi tra azionisti, comunisti e moderati (le tre anime della Resistenza), De Bosio sottolinea un aspetto subito evidente a tutti in sala, cioè l’ attualità di quei discorsi: “Si facevano allora ma non sono molto cambiati, anzi forse oggi determinate situazioni nel mondo sono peggiorate. Allora c’erano gli attualisti (liberali e Democrazia Cristiana) e i comunisti che erano più pragmatici”. “Il film ha un valore di testimonianza e anche tutti i dialoghi devono essere ascoltati con il senno di poi. Noi girammo quel film vent’anni dopo quegli avvenimenti. Dopo la guerra non avrei mai potuto raccontare in questo modo quella pagina così drammatica della mia storia personale. È un film che mi commuove sempre perché quello era il mio comandante. Egli lavorava come ingegnere a Padova, non a Venezia come nel film, ma come si vede nel film utopisticamente voleva un attentato al giorno: la tendenza era quella che ‘Non dovevamo dare requie al nemico’. Era un uomo valoroso, un membro del partito d’azione”. De Bosio continua sottolineando: “Noi nel film abbiamo cercato di rappresentare la storia del CLN in tutte le sue sfacettature”. E poi la Chiesa: “C’erano tanti preti comunisti, partigiani attivi anche nelle montagne ma c’erano anche preti fascisti. Nel mio film c’è questo prete che aiuta ‘a modo suo’. A Padova c’era una grande comunità di gesuiti che partecipava alla Resistenza ma come ho raccontato nel film davano la loro disponibilità, ospitalità ma volevano fortissimamente restare un gruppo d’appoggio con nessuna responsabilità diretta”. Per quanto riguarda Gian Maria Volontè “entrò così profondamente nella psicologia del mio comandante, entrò nella sua pelle, a tratti mi sembra proprio di rivedere lui… Purtroppo il mio comandante venne davvero ucciso mentre stava raggiungendo i dirigenti nascosti in ospedale come nel film”. Alla fine c’è un dialogo tra G. M. Volontè e Anouk Aimeè (che interpreta la moglie di Renato) riguardo al timore per quello che succederà dopo: lui si domanda “Io so che tutto questo prima o dopo finirà… ma tra vent’anni ci saremo tutti fatti anestetizzare dalla pace e dall’abbondanza?”. “Perché il timore del dopo c’è sempre stato. Nel caso specifico sentivamo come il discorso della resistenza fosse già storia. Questa frase è un avvertimento molto attuale e costante. Guai a farsi prendere dal quieto vivere, lì nasce il fascismo. È dato proprio dall’acquiscenza”.

Per arrivare alla Sala Conferenze di Villa Errera: mappa

“Il terrorista” di De Bosio, un film nascosto di Luisa Anna Meldolesi

5 giugno 1944: Ugo Forno

Questa è una storia che sembra scritta dalla penna di Ferenc Molnar e che fa venire in mente le immagini dei piccoli sabotatori di “Roma città aperta”. Ma questa è una storia vera che ha come protagonista Ugo Forno, un ragazzo di 12 anni ammazzato dai nazisti in fuga a Roma il 5 giugno del 1944, il primo giorno della città liberata.

Quella mattina Ugo esce di casa per andare a vedere l’arrivo degli alleati: in tasca ha due pistole lanciarazzi tedesche trovate per strada. Vicino ai giardinetti di Piazza Vescovo sente delle persone discutere animatamente su dei guastatori tedeschi che stanno minando un ponte sulla via Salaria: Ugo si allontana, entra in una casa in rovina dove aveva visto delle armi abbandonate, uscendone con un fucile a tracolla e diverse munizioni. Insieme a lui si aggregano altri giovani sui diciotto – venti anni, tutti armati con fucili e pistole.

Tutti si dirigono verso il ponte sulla Salaria: incontrano un gruppo di contadini e Ugo dice loro. “I tedeschi stanno attaccando le mine al ponte sull’Aniene, lo vogliono demolire. Noi andiamo a salvarlo, ci devono passare gli americani. Avete delle armi? Venite con me”. Dice proprio così: “con me”, non “con noi”, parla da vero comandante.

I contadini si alzano, si armano anche loro e seguono il ragazzino che cammina in testa al gruppo: arrivano nei pressi del ponte di ferro sull’Aniene mentre i guastatori tedeschi stanno piazzando le mine sotto le arcate. Il gruppo comincia a sparare e i guastatori si mettono al riparo, capiscono di non avere più tempo per distruggere il ponte e si ritirano; hanno con loro un mortaio e, per coprirsi la fuga, iniziano a sparare sul gruppo dei partigiani. Il primo a morire è Francesco Guidi, poi vengono ferite altre due persone e le schegge del terzo proiettile colpiscono Ugo al petto e alla testa: il comandante bambino muore sul colpo, mentre i guastatori scappano via.

Sono gli ultimi tedeschi a scappare e Ugo Forno è l’ultimo romano che muore combattendo per cacciarli. Un gruppo di gappisti comandati da Giovanni Allegra giunge sul posto: è lui che si china sul ragazzo, gli chiude le palpebre sugli occhi sbarrati e avvolge il suo corpo in una bandiera tricolore ridotta a brandelli.

Quel ponte sull’Aniene c’è ancora. Presso l’ufficio riconoscimenti del ministro della Difesa c’è anche da cinquant’anni, in qualche polveroso e dimenticato fascicolo, la splendida motivazione (Al folle coraggio di questo ragazzino, alle raffiche ingenue del suo mitra contro i soldati nazisti, alla sua morte guardiamo come all’esempio di chi non volle far finta di non vederedella medaglia d’oro che il CLN romano propose per il più giovane partigiano (insieme al napoletano Gennarino Capuozzo) della nostra lotta di liberazione nazionale. Un riconoscimento che, chissà per quali oscuri motivi resta per tanti anni a livello di proposta. Nessuno se n’è occupato, nessuno se ne ricorda.

Bisognerà aspettare il 16 gennaio 2013 quando il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferisce a Ugo Forno (27 aprile 1932 – 5 giugno 1944) la Medaglia d’Oro al Merito Civile.

Il ponte sull'Aniene nel giorno dell'intitolazione a Ugo Forno

Festa della Repubblica: Lettera al Presidente Napolitano, no alla parata militare

Egregio Presidente,
nell’avvicinarsi della celebrazione della Festa della Repubblica, il prossimo 2 giugno ci permettiamo di scriverle ancora una volta per sollecitare e valorizzare un’altra forma di celebrazione, che non associ simbolicamente la nostra Repubblica alla sola forza militare.
Noi crediamo che celebrare la Festa della Repubblica sia anche e soprattutto il valorizzare le tante storie di chi ogni giorno si impegna per il bene del nostro paese, lavorando per la coesione sociale, costruendo storie di pace, di giustizia, di solidarietà.
Una scelta che esprime la volontà e le energie che il nostro Paese è in grado di mettere in campo e che prende le mosse dalla nostra Carta Costituzionale, scritta subito dopo il flagello del secondo conflitto mondiale e proprio per questo tesa al ripudio della guerra stessa. La stessa Costituzione ci indica come fondamento della nostra Repubblica sia la forza del lavoro, e non delle armi. Un lavoro che in questa fase di crisi manca a molti nostri concittadini e concittadine e che quindi è ancora più da valorizzare e celebrare. Perché sul lavoro si fonda il nostro vivere comune.
Noi desideriamo che si riportino al centro i valori fondanti della nostra Repubblica, rappresentati da quelle categorie sociali (vere e proprie forze vive dell’Italia) che hanno davvero il pieno diritto di essere celebrate in occasione del 2 giugno: le forze del lavoro, i sindacati, i gruppi delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini con le madri e i padri, le ragazze e i ragazzi del servizio civile.
In particolare questi ultimi sono ai nostri occhi elementi importanti da celebrare, come simbolo di chi quotidianamente permette al nostro Paese di andare avanti favorendo la coesione sociale e il supporto a quei diritti e servizi senza i quali non si può parlare di vera cittadinanza. Senza dimenticare – poi – che il Servizio Civile oggi è l’unico parziale elemento che riesce a concretizzare quella difesa “non armata” della Patria (prevista del nostro ordinamento) che costituisce una strada innovativa e a noi cara di assolvere al dovere previsto dalla nostra Costituzione all’articolo 52 (Lo ha ribadito in più occasioni anche la Corte Costituzionale).
E quindi tutte le realtà del mondo del Servizio Civile, come negli anni passati, vogliono partecipare a questi festeggiamenti, ricordando il valore della Pace, l’impegno per la giustizia, la ricerca del dialogo, la pratica della nonviolenza soprattutto in questo momento di crisi dove le povertà, le disuguaglianze e le ingiustizie sembrano frantumare ed aumentare la disgregazione sociale sia nel nostro paese che nel resto del mondo.
A 40 anni dalla legge 772 è importante non disperdere – soprattutto nell’attuale momento storico – il patrimonio dell’obiezione di coscienza e della nonviolenza riproponendolo in forme rinnovate e ribadire il valore dell’esperienza di servizio civile nazionale come pratica di costruzione della pace, di rispetto della dignità umana, di riconciliazione pacifica, di ricucitura del tessuto sociale ed umano, pratica di cittadinanza.
Vogliamo festeggiare la festa della Repubblica per riaffermare che solo attraverso l’impegno di tanti si può costruire un paese coeso e solidale, dove la pace è declinata nei tanti piccoli gesti di responsabilità, disponibilità, di dialogo, di ricerca delle ragioni dello stare insieme.
Per tutte queste motivazioni a Lei Presidente della Repubblica chiediamo, viste anche le attuali necessità di sobrietà, di festeggiare la nostra Repubblica senza spendere un euro, valorizzando l’impegno quotidiano di giovani ed enti che al di là della retorica e delle manifestazioni pubbliche sanno calarsi dentro le ferite dei nostri territori e delle nostre comunità e costruire storie di speranza, libertà e democrazia.
Da parte nostra ci impegniamo a rendere vivo il 2 giugno su tutti i territori in cui le nostre realtà sono presenti, per celebrare nelle nostre sedi e con le nostre attività l’Italia che “ripudia la guerra”: apriremo le nostre porte nello spirito dell’articolo 11 della nostra Costituzione. Un passaggio importante anche per cambiare i simboli (che sono rilevanti per il vivere comune) legati a questa che non è la Festa delle Forze Armate ma di tutta la Repubblica.
E cercheremo inoltre di valorizzare le storie di tanti giovani che hanno scelto di mettersi al servizio del bene comune, dei nostri territori e delle nostre comunità. Giovani che dal sud al nord del nostro paese, in ambiti diversi d’intervento, testimoniano con vivacità ed entusiasmo una voglia di mettersi in gioco e di rendersi protagonisti che riteniamo preziosa per il presente e il futuro di questa nostra Patria.
Il 2 giugno dunque – e sarebbe importante un Suo Patrocinio a riguardo – le nostre organizzazioni terranno aperte le proprie sedi in tutta Italia per incontrare i cittadini mentre i giovani in servizio civile nazionale si recheranno nei Comuni colpiti dal terremoto emiliano del Maggio 2012. Un modo aperto per testimoniare il contributo concreto che il Servizio Civile nazionale porta alla coesione sociale e alla difesa del Paese.
Infine, diversi di noi si ritroveranno in quella giornata a Roma per festeggiare la Repubblica con le categorie già prima ricordate: le forze del lavoro, i sindacati, i gruppi delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini con le madri e i padri…
Ci piacerebbe poterLa incontrare, per condividere anzitutto con Lei questo grande abbraccio all’Italia che tutti vogliamo dare.
Rete Italiana per il Disarmo – Controllarmi Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile – CNESC Forum Nazionale per il Servizio Civile – FNSC Tavolo Interventi Civili di Pace – ICP Campagna Sbilanciamoci e altre 100 associazioni di volontariato