Congresso provinciale Anpi Venezia intervento del Pres. Diego Collovini — Emendamenti e ordini del giorno al Documento nazionale approvati

16°Congresso Provinciale dell’ANPI di Venezia Mestre 9 aprile 2016

Relazione introduttiva del Presidente Diego Collovini al Congresso Emendamenti ordini del giorno approvati

costituzione_italiana o.d.g.emenamenticurric meri115curric meri116curric meri118

Carissimi ospiti, care compagne, cari compagni apro questo Congresso ricordando i partigiani componenti il Comitato Provinciale deceduti nel corso di questi cinque anni:

GiorgioBertuzzo– antifascista presidente della sezione La Salute di Livenza

AugustoFabbri – partigiano della sezione di Mestre

SpartacoMarangoni – partigiano della sezione di Mestre

NatalinaPoliero– antifascista e presidente della sezione di Campolongo Maggiore.

E il mai dimenticato presidente Regionale Franco Busetto.

Per loro chiedo un minuto di silenzio.

 

Sul loro esempio, sul loro coraggio, sulle loro scelte di vita, noi più giovani, a nostra volta, abbiamo maturato le nostre scelte di vita, abbiamo continuato, noi della seconda generazione, a mantenere vivi e saldi i valori che hanno accompagnato le loro scelte nel lontano 1943 e, seppur nel convincimento che le realtà cambiano e con esse anche le necessità di un adeguamento alle mutazioni sociali, riteniamo che i principi sui quali si fonda la nostra Costituzione debbano essere come sempre ricordati, difesi e tutelati. E l’ANPI mantiene fede ai principi che l’hanno ispirata e conservata attiva ed efficace fino ad oggi.

 

L’ANPI che va a congresso è un’ANPI finalmente nazionale, radicata in tutte le province italiane, quella veneziana conta 35 sezioni e 2.190 iscritti. 305 sono state le nuove iscrizioni, 99 sono donne e 206 gli uomini. Oggi, tra i delegati ci sono tre partigiani Sofia Gobbo, Mario Bonifacio e Giordano Gamacchio; una patriota, Lia Finzi, e 83 antifascisti, tra cui 20 donne che rappresentano il 23% mentre gli uomini sono 67 pari al 77%.

Un’ANPI dunque solida e attiva nel territorio, che ha saputo radicarsi e mantenere fede ai suoi tre impegni:la difesa della Costituzione, la valorizzazione della memoria e ilvivo l’impegno antifascista.

C’è, nei confronti dell’associazione, una straordinari attenzione nel mondo della cultura e dell’associazionismo.

In particolare la CGIL che, oltre ad avere una sezione nel suo interno, ci ha sempre aiutato nelle fasi sia della programmazione che in quelle operative. Colgo l’occasione per ringraziare la segreteria della CGIL Regionale per la squisita e gratuita ospitalità e collaborazione e lo SPI Metropolitano per il sostegno economico.

Nel contempo ringrazio anche il comune di Venezia che ci ha fornito di una nuova sede in terraferma facilmente raggiungibile da tutta la provincia.

L’Associazione va a congresso sulla base di una relazione e di un documento programmatico che sono stati discussi nei congressi di sezione.

È un buon documento, adeguato ad un congresso storico e alla fase di evoluzione che l’ANPI sta vivendo dopo il congresso di Chianciano del 2006,quando ha deciso di sopravvivere ai suoi protagonisti, aprendo le porte agli antifascisti.

L’ANPI che va al congresso è certamente un’ANPI matura anche inquelle generazioni che non hanno partecipato alla Resistenza. Lo dimostra l’alto numero di iscritti, le attive partecipazioni alle riunioni l’alto contributo storico, politico e morale che viene quotidianamente erogato dalle sezioni. Non mancano certo le discussioni, i confronti e infine le dovute scelte anche se a volte non sempre condivise.Ma questo è il sale della democrazia. Tutto questo fa parte della giusta dialettica (considerata come un confronto sincero e attivo tra gli iscritti) che ci porta comunque anon trascurare l’importanza dei fatti e degli avvenimenti che quotidianamente ci coinvolgono.

E proprio da questi confronti dialettici che possiamo guardare ai fatti internazionali con un occhio attento. Nella consapevolezzadi saper osservare criticamente alle loro motivazioni. Tutto ciò ha indotto l’ANPI a prendere posizione, a esprimersi politicamente e a volte anche sotto l’aspetto squisitamente morale. Soprattutto di fronte al fenomenodei migranti, che vede migliaia e migliaia di persone fuggire dai tristi territori palcoscenico di drammatici fenomeni di guerra. Famiglie sfollateche cercano nei paesi dell’Europa pace, lavoro e democrazia.

Ma non dobbiamo certo dimenticare che questo fenomeno ha messo alla prova davvero la democrazia che si respira in Europa. Ancora assistiamo, dopo la caduta del muro di Berlino, alla costruzione di nuovi muri, che impongono,ancora una volta, la divisione dei popoli. Muri che di fatto attuano una selezione. Muri che tengono lontane popolazioni indifese, e nel contempo, al loro interno, si opera per una restrizione della libertà. Muri che custodiscono germi che credevamo sconfitti per sempre. Razzismo, totalitarismo,diminuzione dei diritti, sopraffazioni, ideologie nazi–fasciste che, arrogantemente, si riaffacciano al mondo. Stati come l’Ungheria, la Polonia si richiamano a ideologie del passato chemortificano le Istituzioni democratiche dell’Europa, presidenzialismi che sconfinano in assolutismi. Assistiamo ad azioni la cui finalità è la diminuzione dei diritti dei lavoratori e l’aumento dello sfruttamento attraverso concessioni che, nascoste sotto teoriche rinascite economiche, altro non sono che manifestazioni di restrizione della libertà individuale, dei diritti dei lavoratori e della partecipazione dei cittadini al governo.

Un’Europa governata dalla destra, ci appare bloccata dall’immobilismo più assoluto. Un’Europa che avrebbe la necessità di una Costituzione, di un organo veramente politico e non soggiacere unicamente a norme e leggi che rispondono solamente a esigenze economiche. Finché non ci sarà un vero governo tutti gli Stati europei si sentiranno liberi di agire secondo scelte individuali; e questo è comprovato dai diversi comportamenti, spesso contrapposti, nei confronti delle politiche sociali. Non c’è una linea comune; se la Germaniasi mostra disponibile ad accogliere i migranti, l’Ungheria, la Croazia ne vieta il transito, costruendo muri; dall’altra l’Austria si rende sempre più lontana dai trattati di Schengen.

L’Europa dovrebbe parlare al mondo, partecipare davvero ad una nuova regolazione dei processi globali, essere portatrice di un contributo peculiare, di un suo modo di declinare i valori democratici e universalistici dell’Occidente, ponendoli al servizio di un nuovo assetto globale.

Noi vorremmo che dall’Europa venisse l’idea che la democrazia è una formula secondo la quale si può essere occidentali cercando la reciprocità e il dialogo; in quasi tutta Europa spesso si assiste al rifiuto del diverso, dell’esule edel povero. Queste posizioni ideologiche ci ripropongono scenari che credevamo estinti. Mettono preoccupazione le recenti manifestazioni in Belgio dove, nelle pubbliche piazze, gruppi di razzisti e xenofobi si contrappongono violentementead altri aperti alla solidarietà e all’accoglienza.

Germi continuamente alimentati da eventi che funestano la nostra vita,costruita su contatti diretti,suconsiderazioni morali e politiche che hanno visto, nei decenni passati, convivere persone di varia provenienza, di culturee religioni diverse. I recenti attentati di Parigi, di Londra, di Bruxelles, creano un clima di terrore, di insicurezza e alimentano quel populismoche solo i poveri di spirito e di sapere sono in grado di condividere. Il populismo delle facili e semplici soluzioni: costruire muri, rimandare forzatamente ai loro paesi gli invasori, sparare ai barconi. Questo atteggiamento dimostra solamente il disprezzo per il genere umano, soprattutto per quei bambini che non sono terroristi ma dei semplici bambini e che non portano le colpe di nessuno. L’ANPI, come ha sempre fatto, rifiuta il l’equazione straniero=terrorista.

Non possiamo certamente dimenticare che di questi cruenti e assassini avvenimentiValeria Solesin e Giulio Regeni, due giovani ricercatori italiani, sono state vittime. Se un atto terroristico ha interrotto la vita di una giovane ricercatrice in Francia, in Egitto forze occulte, anche dello Stato, hanno torturato fino alla morte un giovane studioso, impegnato nel voler conoscere i movimenti sindacali in un paese, le cui garanzie per i cittadininon possono essere considerate certamente democratiche.

Per nessun essere umano possono essere concepibili comportamenti depistanti come quelli mantenuti dal Governo Egiziano.

Ritengo che uno Stato come l’Italia che investe miliardi di Euro per la formazione dei nostri giovani, non può permettersi di perdere i suoi laureati;non dovremmoconsentire che menti formate dal nostro sistema educativo vadano a prestare la loro conoscenza ad altri Paesi. Se all’estero trovano lavoro, vuol dire che il nostro sistema educativo e formativo li haben preparati.

Assieme al loro emigrare si umilia anche la nostra scuola.

Quale azienda in uno Stato capitalistico come il nostro potrebbe permettersi di spendere ingenti capitali per la formazione del personale,per poi regalarlo ad altri? Come si può finanziare la ricerca se poi non si vuole impegnarla nel nostro ciclo produttivo? credo che su questo il nostro ministero dell’Università e della Ricerca assieme al ministero del Lavoro dovrebberoriflettere, ma ben riflettere. Senza conoscenza nessun paese può permettersi né innovazione, né miglioramento sociale.

A volte una prospettiva di questo genere mi sembra un miraggio, se pensiamo che certi partiti inneggiano all’ignoranza e propongono miti che sono la negazione della cultura e della conoscenza. Senza la prospettiva di un futuro si vengono così ad affermare le realtà virtuali, governate da fantomatici talent scout, che promettono un inesistente futuro ai giovani, prospettando un mondo fatto di luci e specchietti. Avvertiamo una corsa in cui la culturatende a un appiattimento verso il basso.

Un futuro per molti giovani che ahimè non è ancora lavoro.

Il dato raccolto da Oxfam, una delle più importante confederazioni internazionali nel mondo specializzata in aiuti umanitari e progetti di sviluppo, ha tracciato la mappa della distribuzione della ricchezza, secondo la quale la ricchezza detenuta dall’1% della popolazione mondiale supererà nel 2016 quella del restante 99%. Secondo l’Ocse: “In Italia l’1% più benestante ha il 14,3% della ricchezza”.

Il reddito deriva solamente dal lavoro, dall’innovazione e dalla ricerca, ma non può derivare solo da politiche economiche che tendono a risparmiare sul salario dei lavoratori o, come fa la finanza, spostando la ricchezza da una parte all’altra della popolazione, aumentando il divario tra le famiglie povere e quelle ricche.

La mancanza di innovazione, di investimenti e l’incremento delle delocalizzazioni in Stati in cui c’è una relativa tutela dei lavoratori, hanno procurato, nel nostro paese, un’alta disoccupazione.Secondo i dati preliminari dell’Istat, il tasso di disoccupazione è dell’11,7%, e anche il numero degli occupati diminuisce. A febbraio la disoccupazione tra i 15-24anni era pari al 39,1%.

L’ANPI nazionale si è interrogata e ha concluso che in primis devono valere le ragioni della democrazia, non accettando che il lavoro sia separato dagli altri diritti e che non ritorni ad essere una merce, una semplice prestazione quantitativa.

I padri costituenti hanno scritto, nel primo articolo della Costituzioni, le parole Repubblica, democrazia e lavoro. Solo attraverso il lavorouna persona può mantenere la propria famiglia e partecipare anche al mantenimento dello Stato. È il lavoro, qualunque esso sia, che dà dignità a tutti. Quella dignità che permette ad ogni uomo di essere libero. Se non c’è il lavoro non c’è uguaglianza né libertà.Primo Levi ci ha ricordato che “per vivere occorre una identità, ossia una dignità”.

Quando un terzo delle ultime generazioni è escluso dal lavoro; quando le diseguaglianze di reddito e di ricchezza sono arrivate a livelli intollerabili; quando la distanza tra Nord e Sud si allarga sempre di più per quanto riguarda l’occupazione, il reddito, la criminalità, l’assistenza sanitaria, l’economia sommersa; quando tutto questo avviene e si aggrava, occorre che l’allarme sia lanciato affinché l’Italia onesta, della cultura e del lavoro, si unisca scrollandosi dalle spalle indifferenza e delusione.

L’ANPI anche qui, oggi, lancia questo allarme, poiché il diritto a un’esistenza dignitosa è sancita dalla nostra Costituzione.

Come quella dei doveri. La Costituzione ci chiede di essere persone oneste e partecipare attivamente alla formazione e conduzione dello Stato. Purtroppo i molti fatti di corruzione, (cito solo l’ultimo della Basilicata per tutti) di evasione fiscale, di frode, di malcostume, anche all’interno della pubblica amministrazione, umilia l’uomo onesto, fa pagare a lui i lussi e i lustrini della ricchezza. Sarei portato, in questo momento, a dire togliete l’obolo di 80 Euro a chi lavora ma fate pagare le tasse agli evasori.

La giustizia sociale, da invocazione di chi si ribella alle ingiustizie del mondo, dovrebbe trasformarsi in parola d’ordine non solo per tutti gli uomini di potere ma per ogni italiano.

Nel 2016 l’istituto di ricerca di Eurispes, in base alle stime del report, sostiene che l’Italia avrebbe un PIL sommerso pari a 540 miliardi. Una cifra enorme se si tiene conto che il PIL ufficiale ammonta invece a 1.500 miliardi di euro. Da sottolineare che ai 540 miliardi ne vanno aggiunti ulteriori 200 che non sono stati inclusi in quanto derivanti dall’economia criminale.Gli ultimi dati pubblicati appartengono a Confindustria che stima un’evasione fiscale e contributiva a 122,2 miliardi di euro nel 2015, pari al 7,5% del PIL. Al fisco vengono sottratti quasi 40 miliardi di IVA, 23,4 di IRPEF, 5,2 di IRES, 3,0 di IRAP, 16,3 di altre imposte indirette, cui si aggiungo 34,4 miliardi di contributi previdenziali. Cifre che non corrispondono ai calcoli del nostro Governo che parla di 91,4 miliardi di media nel periodo 2007-2013.

Se assistessimo ad una vera ed efficace lotta all’evasione,la dignità citata in Costituzione non sarebbe un miraggio ma una realtà per tutti, senza oboli di nessun genere.

La speranza di una giustizia fiscale sostiene l’ANPIa ritenere che la Costituzione sia ancora viva, moderna, inviolabile quanto i principi che afferma.

La Costituzione non è un residuato bellico, come qualcuno vorrebbe, ma ha saputo dare fondamenta solide e prospettive di lunga durata al nuovo edificio dell’Italia.

E sono fondamenta che poggiano sui valori maturati nella lotta contro il fascismo, e confermata nella convinzione che la Costituzione non appartiene solo alla Sinistra ma a tutti gli italiani.

Però non possiamo nel contempo non prendere atto che il ruolo della politica e dei partitiinquesti ultimi decenni ha perso di credibilità. Troppi partiti e spesso troppo confusi, inspiegabili e incomprensibilinei loro ruoli e con la durata, a volte, di una sola tornata elettorale. Programmi annunciati e immediatamente contraddettida nuove nominazionio da “strategiche” alleanze. Partiti che riportano nel simbolo il nome del loro leader. Basta solo questo per capire per conto e per chi sono costituiti.

Alleanze a dir poco strane, se soffermiamo il nostro giudizio sui programmi; alleanze che confondono gli elettori. Come si può pensare che un partito che condivide un capitalismo sfrenato possa poi sostenere una legge che garantisca le libertà dei lavoratori? In politica si possono votare le leggi anche per questioni di alleanze; ma le leggi vanno poi applicate. Come si può pensare che un partito, attento al mondo del lavoro, per sopravvivere, debba contare sui voti di chi non ha mai dialogato con le forze sindacali?Forze sindacali che la nostra Costituzione ci garantisce con l’articolo 39. La Costituzione impone il dialogo.

C’è allora da stupirci se meno del 50% va a votare? È immaginabile che una Regione possa eleggere un Presidente con una percentuale che non supera la metà degli aventi diritto al voto?

È certamente inutile pensare a uno stato democratico se poi più della metà dei cittadini non si riconosce in chi li rappresenta. L’equazione tutti i politici sono uguali, alimenta quel populismo che affossa e distrugge soprattuttochi ha una coscienza democratica.

“Tutti i politici sono uguali” è un’affermazione che umilia i due sostantivi del 1° articolo della costituzione: Repubblica e democrazia.

L’ANPI vuole salvare la “politica”, ce lo chiede l’art 49 della Costituzione. Siamo dell’idea che solo la politica e i partiti possano essere portatori di un progetto, di un’idea di futuro. I partiti siano in grado di gettare un ponte fra le difficoltà dell’oggi e le speranze di domani.

Andrebbe sconfitta un’idea della politica come rapporto amico-nemico, un rapporto di sopraffazione, di inconciliabilità assoluto tra parti avverse.

L’ANPI guarda con fiducia ai cittadini o gruppi politici che ridanno forza alla parola “dignità”, la stessa che guida le donne, gli studenti e il mondo della cultura che, pure loro, si sono fatti sentire perché non venga tacitato il sapere critico e per rivendicare la conoscenza come bene comune.

Abbiamo l’obbligo di scegliere i migliori, i più onesti, i più disponibili al dialogo, i più attenti ai problemi dell’Italia. Nulla di ciò che appartiene ai cittadini può essere negoziato in nome di una strategia politica. Le buone cose non si fanno chiedendo la fiducia, o mettendo il parlamentare nelle condizioni di dover scegliere sulla tenuta del Governo piuttosto che sulle questioni amministrative cui è chiamato a discutere. Non si può togliere il diritto ad un parlamentare di dare forza al proprio pensiero negandogli la libertà di esprimere il proprio dissenso con il voto.

La rappresentatività è un tema caro all’ANPI

ART. 51 della Costituzione recita: «Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.»

A noi sembra che tale rappresentatività, fortemente presupposta nel secondo comma dell’Art. 1 della Costituzione dove si legge che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, non sia garantita con la nuova legge elettorale. Non può essere considerata democratica una legge che ne ricalca una precedente ritenuta incostituzionale dalla stessa Corte Costituzionale. Se nel 1953 una legge elettorale che dava un premio di maggioranza al partito che avrebbe superato il 50% dei consensi era chiamata Legge truffa, che dobbiamo dire dell’Italicum dove si prevede che una lista, uscita vincitrice dal ballottaggio e che aveva ottenuto nel primo turno il 30% dei voti, ottenga un premio del 25%? Questo premio le consente di avere la maggioranza assoluta nella Camera: 340 deputati sua 630?

E ancora i capilista saranno nominati dalle segreterie di partito. E perché siano in folto gruppo si sono geograficamente ridotti i collegi. Che dire di Chioggia? importante città metropolitana di Venezia che vota nel Collegio Veneto 8 Territorio della provincia di Rovigo e con Este e Piove di Sacco in provincia di Padova. Si sono tolte le province si è istituita la città metropolitana ma Chioggia pur esistente nella città metropolitana veneziana, rimane, come nel passato, alleata della superba Genova contro la Serenissima.

Un’altra riforma cui vede l’ANPI molto perplesso è Riforma del Senato.

Ci viene proposto un Senato che non ha più poteri legislativi. Un organo di secondo grado che può solo esprimere pareri.  La nostra Costituzione, come in tutte le democrazie occidentali, prevede un organo di controllo e di contrappeso sui grandi temi etici e politici.

È stato detto che con questa riforma finalmente si abolisce il bicameralismo perfetto. Un’istituzione che rallenta il corso delle leggi. E di questo ne siano convinti.

L’ANPI non è mai stata contraria all’abolizione del bicameralismo perfetto. Anzi ha sempre proposto che le due camere, magari ridotte nel numero dei componenti, operassero con temi e finalità anche diverse, ma mantenessero la loro funzione di contrappeso istituzionale, di controllo e di equilibrio sui problemi internazionali, etici, costituzionali e istituzionali. E che entrambe le camere fossero elette dai cittadini, ma comunque responsabili della fiduciaal governo.

La proposta del nuovo Senato comprende 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal Capo dello Stato. I senatori sono eletti dagli elettori nel corso delle elezioni regionali «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi». La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle Istituzioni territoriali nelle quali sono stati eletti. Un buon presupposto perché in Senato non ci sia una maggioranza stabile.

Ora non è tanto la Riforma del Senato a preoccupare l’ANPI, quanto la combinata tra l’Italicum e la stessa riforma del Senato.

Un Senato così composto lascerebbe campo libero alla sola Camera che, con la maggioranza prospettata con l’Italicum, apre a un Presidenzialismo di fatto.

Quello di diritto arriverà più tardi, sentite le parole della ministra alle riforme, la quale ha già annunciato che è arrivato il tempo per parlare di presidenzialismo. Per un cambiamento costituzionale di quel tipo è necessaria una camera con una forte maggioranza. L’Italicum garantisce la maggioranzanecessaria.

Non credo si debbano fare leggi elettorali a pro o contro qualcuno. Il centro sinistra credeva di controllare città storicamente antifasciste, come Mira, Venezia e Portogruaro; ahimè ora sono saldamente in mano alle destre.Non vorrei che, in futuro e viste le scelte attuali alle amministrative, l’Italicum garantisse alla Lega, o ad altri partiti di destra una maggioranza così ampia. Sarebbe la fine della Costituzione democratica e antifascista.

Assistiamo in tante regioni italiane al rafforzamento delle destre dalle variegate sfumature, ma tutte provenienti dall’ideologia che la Resistenza ha da tempo sconfitto. La lega guarda alla destra Lepeneniana. Forza Nuova e Casa Pound si stanno radicando nel territorio e spesso li troviamo presenti alle iniziative delle amministrazioni di destra, ostentando gli orpelli che inneggiano al fascismo.

All’annuncio delle dimissioni di Renzi nel caso perdesse il referendum la destra tutta, dalla Lega, ai gruppi neofascisti si sta coalizzando per far cadere il Governo, creando una profonda confusione. Ancora una volta portando lontano dalle urne i cittadini.

Non ci può essere confusione tra un referendum costituzionale e una battaglia politica per sfiduciare il Governo.

L’ANPI rifiuta ogni idea che sostenga il tanto peggio, tanto meglio.

Non accetteremo di porre la questione in termini partitici, perché l’ANPI non è un partito politico e non partecipa a schieramenti indefiniti: l’ANPI vuole volare alto, mantenere sempre la sua autonomia di giudizio. L’ANPI non si schiera “contro”, ma a difesa dei principi e dei valori espressi dalla nostra Costituzione, soprattutto quando se ne vuol intaccare le linee portanti, come la potestà elettiva, cioè la sovranità popolare.

Anche l’ANPI, di fronte a una confusione di questo tipo, deve mantenere fermo il timone. Un conto è la difesa della Costituzione un conto è il Governo. Al referendum di ottobre andremo con un’ida ben precisa: difendere la Costituzione.

L’ANPI non accetta l’inqualificabile articolo di Rondolino nelle pagine dell’Unità, ed esprime tutta la solidarietà al nostro presidente Smuraglia. Concordo e cito una parte del comunicato della Segreteria Nazionale quando afferma orgogliosamente e con determinazione che “C’è untentativo di delegittimazione, di Smuraglia e dell’ANPI, in relazione alle recentiposizioni assunte in tema referendario, se non addirittura un tentativo di alzareil tono della polemica e della discussione sulle Riforme, trascinandole ad unlivello peraltro assai basso?”

L’ANPI non ha governi amici, l’ANPI è la coscienza critica del paese; suo compito è vigilare sulla costituzione. Perché è la Costituzione che garantisce la libertà ai cittadini e mantiene la democrazia come lo ha dimostrato nei periodo difficili, come quello del governo Tambroni, dei golpe di Borghese, della Strategia della Tensione, degli anni di piombo, dei periodo di mani pulite. Anche adesso deve essere il faro delle scelte della politica.

È tempo che il sistema della corruzione delle coscienze e di avvilimento della democrazia, cessi. È un sistema che ha invaso la vita pubblica e l’ha squalificata agli occhi dei cittadini. Proprio questi ultimi che non c’entrano con questo sistema, chiedono diritti e non favori, legalità e non connivenza, sicurezza e non protezione; chiedono lo stato di diritto, l’eguaglianza di fronte alla legge, il rispetto delle istituzioni e della dignità delle persone, soprattutto quelle più esposte ai soprusi dei prepotenti: le donne, i lavoratori a rischio del posto di lavoro, gli immigrati.

Ecco perché l’ANPI deve mantenere vivo e forte il suo impegno nei confronti dell’antifascismo. Come più volte abbiamo dato prova dalla manifestazione di Revine Lago, a Campo Santa Margherita a Campo san Geremia. È necessario mobilitarci contro le forze reazionarie. Benché non sia stato possibile contestare i banchetti di Forza Nuova a Venezia e nei confini della città metropolitana dopo che il suo leader Fiore è statocandidato a sindaco di Venezia e quindi di tutta la ex provincia. Forse lo Stato ha dimenticato l’esistenza della legge Scelba e quella di Mancino? Si ritiene necessario che lo Stato assuma, nel suo complesso ed in tutti i comportamenti dei suoi esponenti, un atteggiamento più nettamente e dichiaratamente “antifascista”, nel presupposto che a contraddistinguere il nostro sistema come “antifascista” non è soltanto la XII disposizione transitoria, ma tutta la Costituzione, per il netto contrasto tra i princìpi e valori che essa esprime ed ogni tipo di fascismo, di autoritarismo, di razzismo, di populismo. Non si tratta solo di aspetti formali, ma del “segno” che da parte delle pubbliche Autorità deve essere dato, nella citata direzione, a tutte le iniziative ed a tutti i comportamenti di qualsiasi organo dello Stato.

Per l’ANPI la memoria deve diventare sempre di più, dovere dello Stato, delle istituzioni, della scuola e dell’università.

Una memoria fortemente coniugata al presente e al futuro, in grado di diventare, essa stessa, strumento e fondamento di una battaglia politica moderna che vogliamo chiamare con una parola altrettanto moderna: antifascismo.

La Memoria che ci appartiene non è un’eredità di un odio o di una vendetta, ma costitutiva la vita civile e politica del Paese, attuale e vitale esigenza di impegno per la difesa della Costituzione e della dignità degli uomini.

L’ANPInon permette che vengano messi in discussione aspetti cruciali della storia contemporanea, così come è successo negli ultimi anni.

C’è stato chi ha preparato con cura il terreno, minimizzando lo sterminio degli ebrei, qualcuno, persino, negando l’esistenza delle camere a gas.

Si è tentato di far valere una storiografia fascista, comunque di qualunquismo storiografico. Si è invitato a cogliere gli aspetti positivi del fascismo denigrando, nel contempo, il movimento partigiano.

Si è insistito sul fatto che i morti sono tutti uguali, con l’obbiettivo di rivalutare storicamente chi ha assecondato la Repubblica di Salò alimentando l’abominevole equidistanza” come la definì Norberto Bobbio. Qualche deputato della destra fascista intende, periodicamente, accomunare vittime e carnefici, dimenticando che c’è un principio che divide quelle vite: il principio che divide la civiltà dalla libertà, dalla cosiddetta civiltà dei cimiteri, dei reticolati e del cono d’ombra dell’olocausto.

Scrive Adolfo Pepe nell’introduzione al bel libro appena uscito Il Comandante Bulow di Edmondo Vitali: “Il revisionismo umanitario e assolutorio dilagato nel paese a partire dal discorso di Violante allora presidente della Camera, sui cosiddetti ragazzi di Salò, impensabile in Germania e in Giappone, ne rivela l’arretratezza politica e culturale. Infatti, si evita così di discutere del fascismo per quello che è stato, ma si passa ad una sua strisciante rivalutazione attraverso il discredito della Resistenza”.

Anche per noi i morti sono tutti uguali; “Tutti uguali di fronte alla morte, non di fronte alla storia”, ha affermato Italo Calvino. Dimenticare questa verità significherebbe smarrire il senso stesso della storia. Significherebbe accettare il pensiero di tutti quei revisionisti che nell’idea di una guerra civile mettono sullo stesso piano un’idea patriottica impossibile da condividere: “tutti hanno lottato per l’Italia, sebbene con un’idea di società diversa.” Ciò non è vero i Resistenti combatterono contro l’occupazione Nazista cui furono servi fedeli i soldati repubblichini. Gli stessi che denunciarono i combattenti per la libertà, e che parteciparono attivamente alle stragi.

Come non contrastare il fascismo che si era sporcato le mani di sangue, segnando una storia che è storia dell’infamia. È storia dell’infamia, nel ’39, l’occupazione dell’Albania e l’invasione della Grecia.

È storia dell’infamia la guerra in Africa e l’aggressione all’Unione Sovietica. Quell’Unione Sovietica che ha lasciato sul campo quasi 20 milioni di morti per far fronte alle truppe tedesche e italiane.

È storia dell’infamia, nel ’41, l’invasione della Jugoslavia da parte di 500.000 soldati facenti parte di 56 divisioni italiane e tedesche.

E, per le popolazioni slave, che per secoli vissero in pace, fu l’inizio di un vero e proprio calvario: paesi incendiati, uomini e donne deportati, partigiani fucilati.

Questo lo abbiamo ricordato nelle celebrazioni del giorno del cosiddetto ricordo; assieme ad una spiegazione di che cosa significò, soprattutto per le popolazioni istriano-dalmate, il ventennio fascista: un vero e proprio genocidio, persino culturale, preannunciato, del resto, da Mussolini nel suo discorso a Pola nel 1922: “Nei confronti di una razza primitiva e barbara come quella slava ci vuole il bastone e non la carota“.

Fu proprio Mussolini a far prevalere l’equazione italiano uguale a fascista, equazione che gli slavi non dimenticarono dando vita alla più straordinaria lotta di liberazione che l’Europa ricordi. Solo con questa analisi compiuta dalla storia possiamo affrontare la questione delle foibe e il dramma dell’esodo.

Su quella memoria ultimamente a Milano, in occasione delle tematiche del Giorno del Ricordo, l’ANPI nazionale ha voluto cercare chiarezza. Siamo partiti alle quattro e mezza di mattina per essere a Milano ad ascoltare degli storici (per lo più provenienti dalla nostre parti). Un seminario nato per dare una posizione politica unitaria all’ANPI in relazione alle celebrazioni del Giorno del Ricordo. Il presidente Smuraglia in una sua nota conclusiva ha rifiutato l’idea di una Memoria condivisa ma ha parlato invece di una Memoria Comune, di un percorso comune con gli esuli istriani. Qualcuno ha individuato anche il comune nemico nei Nazionalismi, nella corsa quasi irredentistica di popolazioni slave. Forse dimenticando che ci sono state anche delle forti resistenze che non erano frutto né di nazionalismi, né di trattati governati da altri Stati.

Mentre l’ANPIrifletteva sulle problematiche ragioni del Confine Orientale, nel Giorno del Ricordo a Gorizia, da parte della Lega di Trieste e di alcune associazioni Giuliano Dalmate, si dava notizia del ritrovamento nel famoso armadio della Vergogna di un documento. Si tratta in realtà di una informativa dei carabinieri datata 12 ottobre 1945, nella quale si legge:«La foiba e la fossa comune esistente nella zona di Rosazzo è ubicata precisamente nella zona di Bosco Romano. Secondo quanto afferma la popolazione di Oleia (?), dovrebbero essere sepolti da 200 a 800 cadaveri facilmente individuabili perché interrati a poca profondità. Il responsabile di detto massacro della popolazione è ritenuto il comandante della divisione “Garibaldi-Natisone” Sasso e dal commissario politico Vanni.»

Tale documento non è una novità, come si è voluto far credere. Già negli anni novanta si era indagato su quell’informativa, con il solito nulla di fatto. Però l’azione revisionista continua e con suoni di trombe e tamburi.

La memoria va ricordata attraverso un’accurata ricostruzione storica, attraverso l’analisi dei fatti. L’ANPI non ha bisogno di inseguire informative, per sapere che sta dalla parte giusta.

La Germania ha finanziato, anche se solo in parte, una pubblicazione sulle stragi naziste, cui hanno partecipato molti giovani di Salò. Ci basta solo ricordare le 335 vittime delle Fosse Ardeatine, 350 Sant’Anna di Stazzema (65 erano bambini minori di 10 anni), Marzabotto, fino su in Friuli a Torlanodovedue intere famiglie di Portogruaro i De Bortolie di Torlano famiglia Dri, furono barbaramente uccisi e dati alle fiamme. Neonati compresi.

Bastano questi fatti per ripudiare senza riserve il fascismo.

E bene abbiamo fatto nel finanziare l’uscita di un libro su Gianmario Vianello, a cura di Giulio Bobbo e della Resistenza a Mestre di SandraSavogin. Altri pubblicazioni sono stateeditate a cura delle sezioni locali. Il vero perno dell’ANPI, senza le quali non potremmo certamente mantenere vivi ed efficaci i valori della Resistenza, soprattutto nelle scuole.

Su queste basi storiche su questa memoria deve continuare l’ANPI. La memoria non deve mai essere sopita ma alimentata con nuovi e attenti studi.

E, infine, sappiamo, i nostalgici repubblichini che tentano di fare dell’Italianità la loro bandiera dimenticando che la Repubblica di Salò accettò supinamente che la giurisdizione tedesca si appropriasse delle province di Belluno, Trento e Bolzano, così come assistettero senza reazione alcuna, al fatto che i Tedeschi si attribuissero Trieste, Gorizia e tutto il litorale Adriatico. Gli italiani, veri, fecero ben altro: sostennero il movimento partigiano e, alla fine, insorsero contro la dittatura.

Saranno le celebrazioni nell’ottantesimo della Guerra di Spagna ma soprattutto quelle del settantesimo della Repubblica a rammentare ancora una volta quali furono le importati scelte dei combattenti democratici e dei primi governi dell’Italia libera.

Tra tutte voglio ricordare l’introduzione del suffragio universale da parte del governo Bonomi nel 1945 che per la prima volta portò alle urne le donne.

Le donne: figure importanti se non indispensabili per tutto il periodo della Resistenza. Donne che hanno combattuto, donne che hanno aiutato e condiviso con i partigiani la fame, il pericolo delle rappresaglie, la solitudine e la paura. Predominanti vittime delle stragi nazifasciste. Donne che hanno visto i figli strappati dalla guerra.

Le donne sono state la cornice indispensabili affinché la Resistenzapotesse affermarsi come cultura. Era necessario che i giovani allora comprendessero le azioni dei padri, che superassero i soprusi delle camicie nere, che affrontassero con orgoglio la scelta di opporsi al fascismo, che dessero ai loro figli la speranza e l’idea di libertà. A tutto ciò contribuirono le donne.

Anche nelle nostre sezioni la presenza femminile è ancora minoritaria. Come la Resistenza non fu un avvenimento solo maschile, anche l’ANPI che di quella storia è l’erede, deve fare di più per e con le donne. Per questo mi aspetto che la Commissione Elettorale, nelle sezioni dove i componenti del Comitato Provinciale siano pari, venga rispettata la parità di genere.

Voglio infine ringraziare il vice presidente Luciano Guerzoni per essere qui oggi con noi.

Poi voglio ringraziare il segretario Tullio Cacco che nonostante il suo ruvido carattere mi è stato indispensabile per la logistica, i contatti e i coordinamento provinciale.

Un affettuoso abbraccio a Rosanna Zanetti fondamentale per il suo ruolo di amministratrice e responsabile del tesseramento. Ci pregiamo, grazie al suo impegno e tenacia verso le sezioni, di aver mantenuto fede alle scadenze che il Nazionale ci ha indicato nel corso dell’anno.

Infine vorrei ringraziare i componenti della segreteria: il partigiano Mario Bonifacio, Corrado Mion, Bruno Tonolo che mi hanno coadiuvato e permesso di riflettere più attentamente e approfonditamente sulle questioni che riguardano l’ANPI e le sue necessarie scelte. Per le loro presenze alle manifestazioni e rievocazioni che l’ANPI ha organizzato in tutta la provincia.

Non ultimo il ringraziamento a tutto il Comitato provinciale, con il quale ho avuto un corretto e costruttivo rapporto; del quale ho apprezzato il contributo e compreso anche le assenze – la provincia di Venezia è veramente molto lunga – e per aver mantenuto vivo il dibattito senza il quale non ha senso l’esistenza di un’idea: perché se non c’è condivisione di un’idea vuol dire che manca il coraggio per sostenerla e difenderla.

L’idea che l’ANPI sostiene e difende è la storia dei suoi protagonisti e la costituzione che di quei partigiani ne ha raccolto i valori.

Viva l’Italia e viva la Resistenza.

Venezia 9 aprile 2016.