LA SECONDA GIOVINEZZA DEL PARTIGIANO VIANELLI, articolo da “Il Fatto Quotidiano”

novembre 10, 2010

di Nando Dalla Chiesa
dal “il Fatto Quotidiano” del 7 novembre 2010

Fosse stato catturato dai tedeschi non avrebbe parlato. Garantito. Perché è un uomo tutto d’un

pezzo; e perché non parla nemmeno con gli amici. Provate voi a strappargli più di due parole al

minuto a questo partigiano che alla soglia dei novanta è stato adottato con infinito amore e rispetto

da un gruppo di ventenni del lago d’Iseo. L’osteria ospita una scena quasi letteraria. La chioma

candida di Paolo Vianelli, il viso del contadino in pace con se stesso, si stringe con arguzia davanti a

un Monella di Franciacorta che gli amici più giovani gli hanno apparecchiato, perché racconti a

tarda sera le sue idee e il suo passato all’interlocutore venuto da fuori.

SONO UN GRUPPO effervescente, questi ventenni. Quasi tutti studenti universitari: Enrico a

ingegneria, Alessandro a scienze politiche, Francesco e Alessandra a lettere. Più Paolo, bancario,

più Francesca che ha appena passato l’orale di avvocato. Crescono di mese in mese nei paesi del

bresciano. Perché dentro l’Anpi di Brescia è nata un’associazione giovanile che non evoca né

reducismi né cerimonie. Quelle le lascia, come è giusto, a chi ha combattuto per la libertà negli anni

del ferro e del fuoco. Si chiama “Nuova Resistenza” e l’età media è circa un quarto di quella

dell’Anpi. Sono tanti soprattutto a Provaglio d’Iseo e a Palazzolo sull’Oglio. Vogliono dare attualità

ogni giorno ai valori degli anziani. Più della Shoah, per capirsi, si parla di sinti, rom e camminati. E,

più di piazza Venezia, delle nuove forme dell’autoritarismo o dei nuovi cervelli all’ammasso. Si

sono scelti un nonno. Mica un eroe famoso, ma un partigiano sconosciuto, questo semplice

presidente onorario dell’Anpi di Provaglio. “Un presidente che non parla mai”, sorride lui come a

ribadire il concetto all’interlocutore. E che, se parla, lo fa in dialetto con delle belle gutturali che

ricordano in realtà le valli bergamasche. “E dai, raccontagliela”, insistono Paolo e Alessandro. Loro

le sue storie le sanno a memoria, e quasi lo imboccano.

Ecco, finalmente. Faceva il balilla, il Paolo Vianelli. “Quante balle dicevano”, quasi si dispera per

quel suo passato, ma aggiunge che se ne vendicò rifiutando da ragazzo la camicia nera. Mica per

politica, ma per la dignità imparata nella famiglia contadina dove non gli davano troppa corda

neanche di fronte ai successi sportivi. Andava forte nel mezzofondo, gli piacevano da matti i

tremila. Dopo una gara vinta a Brescia gli proposero di fare la carriera di podista, ma il padre disse

no. Che se ne faceva di un podista in casa una famiglia dedita all’orto e al vigneto? Così lui era

costretto a correre con scarpe che si faceva da solo, con la cotica di maiale. Quando riascoltano

l’aneddoto i ragazzi si entusiasmano. Nessuna nostalgia. Gli sembra solo, moralmente, di ascoltare

la leggenda di un’età dell’oro. Lo incalzano. “Digli che però poi un atleta in casa l’avete avuto”. È

vero, c’è stato Marco Vianelli, suo figlio, che divenne campione olimpico del ciclismo su strada in

Messico, nel 1968. E poi si diede al professionismo, qualche tappa al giro d’Italia, una meteora che

non smosse di un millimetro la ritrosia paterna; niente gloria, siamo contadini con i piedi per terra.

“E DIGLI DI QUANDO hai fatto il partigiano, Paolo, è bella la tua storia”. “Eh, la mia storia, ciao,

è difficile raccontarla. Ero militare e mi mandarono in Yugoslavia. Spalato, Dubrovnik, ci facevano

fare i rastrellamenti dei partigiani di Tito. Ma dopo l’8 settembre io passai con loro. Restammo tutti

senza ordini, allo sbando. Prima ci presero i tedeschi, ma qualche ora dopo ero già con i titini. Una

vita di miseria, si mangiava farina bianca mescolata con l’acqua, ma era colla, mica minestra.

Quando non ce n’era più ci smistavano nelle case dei contadini, ma quelli erano più poveri di noi”.

Si mette la testa nelle mani, il partigiano Paolo, pensando alla miseria, a quando la fame superava il

disgusto per la sporcizia. Ma anche perché, confidano i giovani che ne hanno carpito i segreti,

durante la Resistenza ha visto troppe “brutte cose”, e qualcuna ha dovuto farne pure lui. Per questo

lo amano, per questa umanità che gli stende una cortina di pudore intorno. Ora qualcosa della

Resistenza racconta nelle scuole. Con modestia, rispondendo alle domande “che capisco anch’io”.

Fa un fulmine di smorfia quando Alessandro gli spiega che hanno pensato di far cantare Giovinezza

a Sanremo. Dice che gli sembra che si stia andando indietro: “Oh, tutti che licenziano”, e non gli

piace questa “assenza di regole”. “Non va mica tanto bene”, dice guardando fisso negli occhi chi gli

sta di fronte, e in quel commento semplice c’è un giudizio sul prima e sul dopo, sul mondo e sul

progresso, “che ci ha fatto stare meglio”.

“Noi lo amiamo per questo”, spiega Alessandro. “Noi non sentiamo il bisogno di eroi. Oggi c’è

bisogno di persone normali come lui, che anche senza avere studiato sappiano, nella storia, da che

parte stare. Non è questo che ci manca? Per questo ce lo coccoliamo. Per questo noi di Nuova

Resistenza gli vogliamo bene”

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