È morta Anna Maria Levi

Anna Maria Levi con suo fratello Primo

È morta a Roma, all’ età di 92 anni, Anna Maria Levi, la sorella di Primo Levi. Nel dare la notizia della sua scomparsa, Moked. it, il portale dell’ ebraismo italiano, ha scritto che viveva nella capitale «ormai da lungo tempo assieme a Julian Zimet, un ebreo americano attivo nel mondo del cinema». Era minore di due anni rispetto all’ autore di Se questo è un uomo, nato nel 1919 ( e morto nel 1987) , che fu sempre molto legato a lei. Di carattere allegro e aperto, Anna Maria rispecchiava un po’ , in tutto ciò, il padre Cesare, un ingegnere elettrotecnico sposatosi nel 1918 con Ester Luzzati, che viene descritto da Primo come uomo estroverso e moderno, amante dei libri e del buon vivere, poco curante delle cose di famiglia. Ernesto Ferrero, studioso di Leviea lungo dirigente della sua casa editrice, l’ Einaudi, ricorda Anna Maria come «una donna di una simpatia straordinaria, spiritosa ed estroversa, diversa da Primo, timido e riservato. Amava i suoi nipotini, aveva un forte legame col fratello. La crescente fama di Primo, in ogni caso, era stata vissuta da lei con discrezione e riserbo; da parecchi anni, oltretutto, si era trasferita a Roma». Solo in rare occasioni era venuta meno al riserbo. Accadde nel 1997, quando al Teatro Regio di Torino ci fu l’ anteprima mondiale de La tregua, il film che Francesco Rosi trasse dall’ omonimo romanzo. Quella sera in platea sedettero Anna Maria e i figli di Primo, Renzo e Lisetta. I giornali del tempo, in questo caso Repubblica, sottolinearono che la famiglia di Levi non aveva voluto sottrarsi a un’ opera che Primo aveva amato ancora prima che ne iniziasse la lavorazione. Lo scrittore, poco prima di morire, aveva detto: «L’ idea che da La tregua nasca un film, è una delle poche cose che in questi giorni mi dà un briciolo di felicità». Anche il giornalista Gad Lerner, che l’ ha incontrata di recente, dopo le polemiche insorte a proposito del libro Partigia di Sergio Luzzatto, ne ha tracciato su Twitter un ritratto analogo a quello di Ferrero: «L’ avevo visitata da poco, sempre acutae spiritosa. Con me, assai generosa». Anna Maria, pur amareggiata da quelle polemiche, non aveva voluto commentarle. Fin da ragazza, la sorella di Levi aveva fatto parte dei circoli ebraici torinesi animati da giovani intellettuali come Emanuele Artom, poi trucidato dai nazifascisti nell’ aprile del 1944, che avrebbero dato vita alla Resistenza nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Fu la stessa scelta che fece Anna Maria, che aveva accompagnato Primo in Val d’ Aosta sul finire del 1943. A differenza del fratello, però, rimasto in montagna, aveva deciso di ritornare in pianura. Il futuro scrittore, entrato in una delle prime bande partigiane, venne catturato dai repubblichini a dicembre e successivamente deportato nei lager nazisti. Anna Maria, rammenta ancora Moked.it, «partecipò alla Resistenza assieme a tanti altri giovani ebrei piemontesi perseguitati», conducendo dalla fine della guerra «un’ esistenza molto discreta e al riparo dalla straordinaria notorietà internazionale conquistata dal fratello». Fu apprezzata «per il suo contributo nell’ edizione italiana di numerosi libri di grande valore, fra cui gli studi di Leon Poliakov sull’ antisemitismo». Prima di andare a Roma, aveva frequentato gli ambienti e gli amici di Primo. In una intervista a Repubblica, il sociologo Franco Ferrarotti ha rievocato: «Traducevo dall’ inglese, dal tedesco, e mi ero fidanzato con Anna Maria Levi, la sorella di Primo Levi, il quale allora stava cercando un’ occupazione da chimico e nessuno sapeva tutto quello che poi avrebbe raccontato nei suoi libri». Anna Maria è presente, conclude il portale dell’ ebraismo italiano, in una pagina di Primo, «in cui nel corso di un sogno angoscioso sembra tragicamente presagire e denunciare i tempi della manipolazione e della cancellazione della Memoria». L’ intellettuale torinese «descrive l’ allontanamento degli amici dalla sua testimonianza, lasciando proprio alla sorella il compito di abbandonarlo da ultima in una insanabile solitudine». I funerali di Anna Maria Levi si svolgeranno in forma strettamente privata.
MASSIMO NOVELLI da Repubblica

Un bavaglio per i blog (anche per questo sito)

Dire che ci fischiano le orecchie è poco. I Monti boys tornano alla carica con una proposta di legge contro i giornali online e i blog. Per ridurli al silenzio o strangolarli economicamente in caso di “diffamazione”.
Alla Camera torna alla carica la cosiddetta “legge ammazza-blog”. La norma, che ha come obiettivo quello di rivedere le sanzioni per diffamazione, è contenuta in una proposta di legge depositata da Scelta civica, il partito dell’ex premier Mario Monti. Il testo, porta come prima firma quella di Stefano Dambruoso. L’on. Dambruoso, è in magistratura dal 1990. E’ stato sostituto procuratore ad Agrigento, applicato alla procura distrettuale di Palermo, ha indagato su associazioni mafiose e reati contro la Pubblica Amministrazione ed è stato Pubblico Ministero in vari maxiprocessi a Palermo. Alla Procura della Repubblica del tribunale di Milano, si è occupato di terrorismo, cominciando a collaborare anche con altre autorità giudiziarie europee. Componente della Direzione distrettuale antimafia di Milano, dopo l’11 settembre 2001 con la Law Enforcement americana ha perfezionato nuovi strumenti investigativi, finalizzati a prevenire e combattere il crimine organizzato e il terrorismo.
La proposta di legge è stata depositata il 6 giugno scorso ed è stata assegnata alla Commissione Giustizia dove già è stato avviato l’iter sulla riforma della diffamazione a mezzo stampa. Una proposta di legge simile, promotore l’attuale ministro D’Alia, era stata avanzata anche nel 2011 durante il governo Berlusconi.
La proposta di legge è stata sottoscritta da altri 13 deputati centristi tra cui Andrea Romano Mario Marazziti, ed estende l’obbligo di rettifica, su richiesta di chi si ritiene offeso, anche alle testate telematiche (quindi è il nostro caso). Il comma, che contiene la norma, reca modifiche all’articolo 8 della legge del ’48 e recita cosi’: “per i siti informatici, ivi compresi i blog, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate entro quarantotto ore dalla richiesta, in testa alla pagina, prima del corpo dell’articolo, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”. Per chi non rispetterà l’obbligo di pubblicazione della rettifica scatterà una multa da un minimo di “euro 8.000” a un massimo di “euro 16.000”.
L’obbligo di rettifica viene esteso anche alla stampa non periodica, includendo quindi anche i saggi e i libri: la pubblicazione dovrà avvenire entro sette giorni dalla richiesta su due quotidiani a tiratura nazionale e nelle successive edizioni e ristampe con chiaro riferimento allo scritto ‘incriminato’. La proposta di legge Dambruoso, anche per le testate tradizionali, prevede che la rettifica venga pubblicata “senza commento”. Il testo cancella la pena del carcere in caso di diffamazione a mezzo stampa per un fatto determinato prevedendo solo la multa da “euro 5.000 a euro 50.000”.
L’on Dambruoso nega che lo scopo della sua proposta sia quello di “ammazzare” i blog. “La valorizzazione del momento della rettifica coglie da un lato l’esigenza di salvaguardare le persone che hanno un interesse alla correzione di dati inesatti, quando non addirittura diffamatori, e dall’altro introduce un correttivo che avrà ricadute significative nella determinazione del danno, il quale, dopo la pubblicazione della rettifica non potrà che risultare ridotto e in alcuni casi persino esaustiva”, spiega il deputato di Scelta Civica. “E’ dunque errato – aggiunge – denominare la proposta che introduce per blog e libri l’obbligo della rettifica come uno strumento ‘ammazza blog'”. E’ curioso però che il sistema sanzionatorio indugi piuttosto sul dato economico che su quello penale. Apparentemente sembra una cosa positiva, nella realtà sancisce la strada adottata in questi anni dai poteri forti e dalle “personalità” nel tentativo di zittire chi parla di loro in modo non lusinghiero. Molto spesso i processi per diffamazione a mezzo stampa non trovano soddisfazione in sede penale ma la trovano in sede di tribunale civile con provvedimenti sanzionatori economici che la maggior parte dei giornalisti e delle piccole testate non sono in grado di sopportare. (http://www.contropiano.org)

Non cambiate la Costituzione!

“Non la Costituzione, non la Repubblica sono da cambiare (…) Sono gli uomini che vanno sostituiti, almeno quelli che del malgoverno hanno la responsabilità; è il modo di far politica, è il sistema politico, che vanno radicalmente mutati. Noi difendiamo la centralità del parlamento e la Repubblica che da esso prende il nome, perché così è consacrato nella Costituzione nata dalla Resistenza.
Quella Resistenza che si è fondata sulla grande generosità, sul sublime altruismo di uomini, che andarono volontari sui monti, non per riscuotere tangenti, non per illeciti interessi personali come il mercato nero che gli speculatori fascisti gestivano nelle città sulla fame della povera gente, mentre i partigiani morivano quassù, o nelle atroci carceri, o nei gelidi lager di Germania. Resistenza furono il sacrificio e i lutti di un intero popolo. Resistenza fu il purissimo ideale di libertà e di giustizia che ha illuminato la nostra giovinezza”. [Ettore Gallo, Partigiano e Presidente Emerito della Corte Costituzionale]

Appello per una cultura della pace

Il 22 giugno 1941 ha inizio l’attacco nazista contro l’Unione Sovietica, data che non viene ricordata nel nostro paese, come del resto in tutta l’Europa Occidentale.
Sono passati 76 anni e non crediamo che  questo silenzio sia dovuto a forme di oblio storico determinate dal passare del tempo.
Più probabilmente è il frutto di una storiografia che, dagli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto, condizionata dal clima prodotto dalla Guerra Fredda, ha reso possibile una lettura parziale di quelle vicende, forse anche, per non far conoscere le vere cause dell’immane tragedia che ha sconvolto l’Unione Sovietica, con il tributo venti milioni di morti, e il ruolo determinante, di questa,  nella sconfitta definitiva del nazifascismo .
Come per tanti altri aspetti legati alle tragiche vicende del XX° sec., si preferisce che le nuove generazioni, i nostri figli e nipoti, sappiano poco o niente, per limitare in loro la formazione di  una cultura della Pace basata su una conoscenza documentata della storia.
Cercare la Pace non significa solo rifiutare la guerra ma innanzitutto creare le condizioni per la costruzione  di coscienze consapevoli, pronte a  battersi contro ogni forma di violenza inflitta ai diritti fondamentali dei popoli, per un’azione politica che trovi nel coinvolgimento tempestivo ed efficace degli Organismi Internazionali, la risposta per disinnescare reali o potenziali focolai di conflitti in tutte le aree calde del pianeta.
L’Anpi di Mirano invita, quindi, tutte le forze politiche democratiche, la Società Civile, l’Anpi Provinciale,  l’Anpi del Veneto, L’Anpi Alta Italia, l’Anpi Nazionale perché, unitariamente, si attivino per la convocazione di un Congresso Internazionale per la Pace da tenersi nel più breve tempo possibile a Venezia, città della Pace,  dell’accoglienza e del dialogo tra i popoli.

Anpi di Mirano e del Miranese

 

22 giugno 1941: Invasione dell’Unione Sovietica

Settant’anni fa, il 22 giugno 1941, quando la radio annunciò in tutta l’Urss: “Oggi, alle 4 del mattino, i soldati dell’esercito tedesco hanno attaccato il nostro Paese…”, era difficile credere che tutto quell’orrore, che imperava in Europa e in Africa ormai da due anni, fosse riuscito a raggiungere nuovi territori. Anastasija Poljakova, che in quegli anni aveva iniziato a frequentare la scuola, rievoca quella giornata: “Stavo andando in pasticceria a fare scorta di caramelle prima di partire per la colonia estiva. Ma improvvisamente alla mattina sentimmo alla radio che sarebbe stato dato un annuncio importante. Io aspettai, ascoltai e non capii bene cos’era successo, o meglio, non riuscii a rendermene conto, e uscii per andare a comprare le caramelle. In pasticceria si era già radunata un sacco di gente: iniziavano già a fare le scorte”.
In quest’epoca di blog e di giornalismo civile i racconti di quei pochi che ancora ricordano quel giorno, stupiscono per la loro somiglianza, come se fossero stati tutti presi da un unico forum. Sia i militari che le persone semplici, senza essersi mai incontrati o messi d’accordo, nelle pagine dei loro diari, scrivono delle stelle rosso rubino del Cremlino, del meraviglioso sole estivo, del famigerato annuncio via radio.
E anche se secondo i rapporti odierni, l’aggressione delle armate nazifasciste all’Urss non fu poi una grande sorpresa per i vertici militari sovietici, stando alle parole di Kirill Drjannov, uno dei maggiori specialisti del Museo della Difesa di Mosca, nonostante le informazioni raccolte dagli agenti segreti, il comando militare sovietico venne a sapere dell’inizio della guerra solo qualche ora prima e non fece in tempo a prepararsi adeguatamente. Anche se c’erano stati diversi segnali di un attacco imminente, basti pensare agli atti di sabotaggio compiuti da soldati tedeschi travestiti da soldati sovietici che tagliavano le linee di comunicazione e uccidevano gli ufficiali. La notte tra il 21 e il 22 giugno i sabotatori fecero esplodere alcuni grandi ponti e alla mattina 4.900 aerei tedeschi iniziarono a bombardare gli aeroporti e i magazzini militari.
In una situazione estrema come questa, le decisioni spettavano a una persona soltanto: Iosif Stalin. Ecco come viene descritta la chiamata al vertice dall’allora sindaco di Mosca, o, secondo la nomenclatura sovietica, presidente del consiglio dei deputati dei lavoratori, Vasilij Pronin: “Verso le 9 di sera venni chiamato al Cremlino insieme al segretario. Quando entrammo nell’ufficio di Stalin ci trovammo diversi membri del Comitato Centrale del partito. I volti erano austeri e preoccupati. Capimmo subito che non eravamo stati convocati per questioni di routine. E in effetti, appena ci fummo seduti, Stalin si rivolse a noi dicendo: Secondo i dati forniti da alcuni defezionisti le armate tedesche si preparano ad attaccare i nostri confini questa notte. E’ tutto pronto per la difesa antiaerea?. E dopo una pausa aggiunse: Oggi è sabato, tutti i dirigenti se ne vanno in dacia, cercate di trattenerne in città il più possibile…”.
Si dovette agire in fretta, perché dall’altra parte c’era un nemico non meno esperto nell’arte della guerra come Adolf Hitler. Il suo piano strategico per l’attacco dell’Unione Sovietica prevedeva la rapida conquista della parte europea del Paese nel corso di 16 settimane, cioè prima dell’arrivo del freddo autunnale. Vale la pena ricordare che questi territori dell’Urss superavano per estensione la stessa Europa. Secondo Konstantin Korzhenevskij, esperto di Storia della guerra, questi territori avrebbero dovuto essere usati come residenza d’élite per i vertici nazisti. Non ci sarebbe stato neanche bisogno di assumere della servitù: secondo il progetto di Hitler sui 190 milioni di abitanti dell’Urss, bisognava eliminarne 150 milioni e ridurre in schiavitù i restanti 40. A questo proposito, secondo Heinrich Himmler, lo schiavo avrebbe dovuto avere soltanto alcune semplici capacità: sapere contare fino a dieci in tedesco, scrivere il proprio nome e sapere chi era il suo padrone.
Secondo Kirill Drjannov, “oggi cercano di mettere in testa alla gente che quella di Hitler era una guerra contro i bolscevichi: in realtà gli ideologi nazisti, in primo luogo Himmler, sostenevano le teorie razziali e dichiaravano che la guerra avrebbe dovuto essere l’ultima campagna in oriente, e che avrebbe dovuto annientare l’Urss come unico ostacolo al dominio mondiale dei tedeschi. Questo tipo di informazione non veniva diffusa solo tra i vertici; i nazisti mettevano al corrente dei propri piani anche i soldati nemici, cioè quelli sovietici. Nei volantini lanciati dagli aerei, stampati in milioni di copie, i soldati russi venivano esortati a fermare “l’insensato spargimento di sangue in nome di ebrei e commissari”, mentre ai militari che sarebbero passati dalla parte di tedeschi veniva promessa una “buona accoglienza”, cibo e lavoro.
Da parte sua, l’Agenzia d’informazione sovietica, fin dalle prime ore, iniziò a preparare un collegamento dal fronte e dalle fabbriche. I comunicati venivano diffusi al mattino e alla sera attraverso apparecchi radiofonici attaccati ai pali lungo le strade, e venivano inoltre stampati sulle prime pagine di tutti i giornali. I giovani di tutto il Paese fin dal primo giorno iniziarono a ricevere l’ordine di presentarsi ai raduni militari. Per strada apparvero manifesti con incitazioni come “Tutti per il fronte! Tutti per la vittoria!”, “Il nemico verrà sconfitto! La vittoria sarà nostra!”. Le pareti delle case venivano tappezzate di annunci sugli allarmi antiaerei e di comunicazioni sulle stazioni della metropolitana in cui erano stati organizzati dei rifugi anti-bomba. Da Mosca iniziò l’evacuazione verso Kujbyshev (l’attuale Samara), che, se Mosca fosse caduta in mano al nemico, sarebbe diventata la nuova capitale. Non solo veniva trasferita la popolazione, ma anche intere fabbriche e aziende.
Le azioni militari si svolsero in modo estremamente rapido: durante la prima giornata cadde Brest, dopo sei giorni venne presa anche la capitale della Bielorussia, Minsk. La velocissima avanzata delle armate tedesche venne bloccata soltanto in autunno, alle porte di Mosca. Ci sarebbero state ancora molte battaglie, che avrebbero determinato il corso della storia della Russia: le battaglie per Mosca e Leningrado, i combattimenti di carri armati vicino a Stalingrado e Kursk, la liberazione della Bielorussia e la presa di Berlino. Ma questa storia iniziò proprio in quel giorno, il 22 giugno 1941. (http://russiaoggi.it/)

L’artista Kseniya Simonova attraverso i suoi quadri di sabbia ha ripercorso le sofferenze del popolo russo durante la Seconda Guerra Mondiale: i suoi disegni sono così sentiti, toccanti che alcuni spettatori non riescono a trattenere le lacrime.

21 giugno 1944: Leopoldo Gasparotto

Leopoldo Gasparotto (Milano, 30 dicembre 1902 – Fossoli, 21 giugno 1944) è stato un partigiano italiano, comandante delle Brigate “Giustizia e Libertà” della Lombardia.
Figlio di Luigi Gasparotto e Maria Biglia, nacque in una famiglia di idee progressiste (suo padre, Deputato e Ministro della guerra prima dell’avvento del fascismo divenne, dopo la guerra, deputato alla Costituente e fra i fondatori del Partito Democratico del Lavoro).
Si laureò in legge a Milano e svolse il servizio militare col grado di Tenente di complemento di Artiglieria da montagna. Di lì a poco, in qualità di profondo conoscitore della montagna, venne nominato accademico del Club Alpino Italiano e istruttore di alpinismo nell’apposita scuola militare ad Aosta. Le sue ferme convinzioni antifasciste non gli permisero tuttavia di fare carriera nell’esercito: rifiutò infatti di aderire sia al GUF sia al sindacato fascista, cui erano iscritti la massima parte degli avvocati che esercitavano a Milano.
Leopoldo Gasparotto si fece conoscere per il suo ruolo di ricercatore di nuove vie di passaggio nelle Alpi e, nel 1929, si recò nel Caucaso scalando per primo il picco Ghiuglà, mentre nel 1934 proseguì il suo lavoro di esploratore e scalatore in Groenlandia.
In questo periodo non si dedicò ad un’opposizione antifascista organizzata ma, dopo l’8 settembre 1943, si attivò per formare una Guardia Nazionale a Milano destinata a a combattere contro gli invasori nazifascisti. A tale proposito cercò di convincere il responsabile della piazza di Milano, generale Ruggeri, affinché organizzasse la difesa ad oltranza della città, ma le sue insistenze furono vane.
Messi al sicuro la moglie e il figlio, condotti clandestinamente in Svizzera, ritornò in Lombardia dove assunse il comando delle Brigate “Giustizia e Libertà” ivi presenti.
Nella zona di Pian del Tivano vennero predisposte diverse strutture logistiche atte al posizionamento di tali Brigate, mentre Leopoldo Gasparotto si recò in Val Codera, nell’alta Val Brembana, per organizzare le forze della Resistenza. La sua attività fu però notata dai nazifascisti che lo arrestarono a Milano in Piazza Castello, lo trasferirono a San Vittore e torturato. Gaetano De Martino nel suo “Dal Carcere di San Vittore ai lager tedeschi”, descrive l’arrivo di Gasparotto nel carcere: “ai primi di dicembre arrivò un gruppo d’eccezione: vicino al castello sforzesco erano stati arrestati una decina di partigiani, quasi tutti dirigenti. Quel giorno nel rientrare in cella vidi nel corridoio l’alta figura dell’amico Poldo Gasparotto, aveva l’impermeabile macchiato di sangue, a forza di nerbate gli avevano spaccato la testa. Potei avvicinarlo e scambiare con lui alcune parole, potei anche porgergli un po’ del cibo che avevo ricevuto nel pacco. Egli era calmo e parlava sorridendo. Nessun lamento per quel che gli era capitato, e solo un vago accenno alle valige che temeva sequestrate (le tre valige infatti contenevano i piani della linea gotica)”.
Gasparotto non rivelò nulla di quanto la Resistenza stava organizzando.
Dopo un breve periodo nel carcere di Verona fu internato nel campo di Fossoli. Qui venne nuovamente torturato, ma continuò a non rivelar nulla né sulla propria attività di partigiano né su quella dei compagni.
Un amico svizzero residente a Bellinzona mise a disposizione un’ingente somma presso una banca di Lugano con lo scopo di corrompere gli sgherri a guardia del campo affinché permettessero a Leopoldo Gasparotto di fuggire, ma il prigioniero, contattato da chi aveva l’incarico di farlo evadere, rispose che dal campo di Fossoli sarebbe uscito non grazie a dei “personaggi” corrotti dal denaro, ma esclusivamente usando le sue capacità e assieme ai compagni. L’incaricato del contatto venne successivamente catturato dai nazifascisti.
Leopoldo Gasparotto iniziò ad organizzare fughe di detenuti dal campo di concentramento basandosi anche sulla fiducia che i compagni di sventura riponevano in lui. Michele Vaina, autore di “Il crollo di un regime”, asserì che, nonostante il rigidissimo controllo degli sgherri nazifascisti che sorvegliavano il campo, Gasparotto riuscì a mantenere i collegamenti con i partigiani emiliani, non solo per aver aiuti immediati e per esser informato dell’evolversi della situazione, ma anche per organizzare una fuga di massa dei detenuti. L’audace piano venne però scoperto dai nazifascisti che iniziarono a reprimere i potenziali organizzatori del progetto.
Già agli inizi del 1944, Fossoli funzionò come centro per la raccolta dei detenuti politici destinati ai Lager di Auschwitz, Bergen-Belsen, Ravensbruck, Buchenwald e Mauthausen: i primi invii verso i campi di sterminio iniziarono nel febbraio di quello stesso anno e fu in questa situazione che il capo partigiano portò avanti i suoi piani per organizzare e portare a compimento una fuga generale. Tale evasione collettiva non ebbe mai luogo: nel giugno del 1944 Leopoldo Gasparotto venne infatti ucciso dai nazifascisti, insieme ad altri internati, in circostanze che non furono mai del tutto chiarite.
Le testimonianze di due detenuti, Mario Fasoli e Eugenio Jemina, fuggiti prima dell’eccidio di cui fu vittima anche Gasparotto, furono determinanti ai fini della ricostruzione storica di quanto accadde in quei tragici giorni e del ruolo svolto dal capo partigiano.
Questa la motivazione del conferimento della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria:
“Avversario d’antica data del regime fascista, già prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943 organizzava il movimento partigiano nella Lombardia. Nominato successivamente comandante militare delle formazioni lombarde “Giustizia e Libertà” dava impulso all’iniziativa, esempio a tutti per freddo e sereno coraggio dimostrato nei momenti più difficili della lotta. Caduto in agguato tesogli per vile delazione, sopportava il carcere di San Vittore subendo con superbo stoicismo le più atroci sevizie che non valsero a strappargli alcuna rivelazione. Trasportato nel campo di concentramento di Fossoli per essere deportato in Germania, proseguiva imperterrito a lottare per la causa e tentava di organizzare la fuga e l’attacco ad una tradotta tedesca per salvare i deportati avviati al freddo esilio e alla lenta morte. Sospettato per la sua nobile attività veniva vilmente trucidato dalla ferocia nazista.” (da https://www.facebook.com/pages/Italia-Libera-Civile-E-Laica-Italia-Antifascista)

http://youtu.be/jJm5iZ3vxbw

Emily e Clorinda

Emily e Clorinda, due giovani donne di generazioni diverse, ma vicine, accomunate da un segno di parentela, ma non solo, anche da un’identificazione di ideali e prospettive. Clorinda Menguzzato non aveva ancora vent’anni (li avrebbe compiuti di lì a poco), quando cadde a morte dopo tre giorni di sevizie e torture da parte dei tedeschi, lungo un tornante sulla strada che collega Castello a Pieve Tesino. Era l’ottobre del 1944.
Emily Menguzzato ha trent’anni ed è la nipote di Clorinda, vive a Trieste dove lavora in una cooperativa sociale e si occupa di minori e di educazione alla legalità e alla cittadinanza attiva. “Mio padre mi parlò di questa storia, per la prima volta, in una delle rare occasioni in cui da bambina mi portarono a Castello Tesino”. Emily ha un bel volto, lo sguardo solare, la tensione di chi è aperto alle possibilità. “Avevo circa 7 o 8 anni e, assieme ai miei due fratelli maggiori, entrammo nella casa dei bisnonni. Ci fermammo lungo il corridoio dove era appesa la foto di Clorinda. Papà ci spiegò che quella era la sorella del nonno, uccisa durante la guerra”.
“E’ stato come se il tempo si fosse annullato, come se Clorinda fosse stata uccisa in quel momento”…
“Non somiglia un po’ a Emily?”, aveva concluso il babbo in quella circostanza.
“Ricordo – osserva adesso – che quella frase me la fece sentire più vicina”. E’ l’inizio di un percorso di avvicinamento alla storia della sua famiglia paterna, la prima di una serie di tappe che porta Emily alla conoscenza della zia, del perché andò in montagna e si unì ai partigiani, della sua morte quando era giovanissima, dell’incomprensione che è durata a lungo riguardo alle sue scelte coraggiose. E’ per Emily anche un passaggio dalla conoscenza all’empatia, un immedesimarsi amorevole nelle ragioni di quella sua zia che era più giovane di lei quando si trovò davanti a difficili strade da percorrere, a ostacoli da oltrepassare. Scopre che “Veglia” era stata torturata e violentata dai tedeschi durante gli interrogatori perché facesse i nomi degli altri partigiani, ma lei non parlò; che ciò le è valso di essere insignita – fra le pochissime donne della Resistenza – della Medaglia d’Oro al Valor militare. La storia di quella sua zia rimane però per la nipote solo “una storia”, nonostante senta forte il valore simbolico anche quando comincia a parlarne con i ragazzi con cui lavora.
Poi, circa un anno fa, qualcosa cambia nel senso di una ancora maggiore consapevolezza. “Ero in viaggio per un corso di formazione per operatori della giustizia minorile – racconta Emily -; si parlava di valori e democrazia ed erano presenti parenti di vittime di mafia. Di colpo la vita di Clorinda ha smesso di essere una storia ed è diventata una realtà”. Emily comincia così a pensare a lei in altri termini, sotto altre sembianze: non era più solo l’eroina di famiglia. “Era una ragazza giovanissima che mi sembrava di conoscere e che, per stare dalla parte più difficile e scomoda, aveva dato la vita sacrificando il suo futuro e la possibilità di essere moglie e madre”. Comincia a guardare a quella lontana vicenda molto più da vicino. “E’ stato come se il tempo si fosse annullato, come se Clorinda fosse stata uccisa in quel momento. Sapevo della sua morte, ma solo allora ho provato un forte dolore”.
Emily sente di esserle grata non solo per il suo contributo alla costruzione della nuova democrazia nata dalle fatiche e dai sacrifici della Resistenza, ma è conscia che senza il suo silenzio mantenuto sotto tortura probabilmente suo nonno Rodolfo (nome di battaglia “Menefrego) sarebbe stato catturato e ucciso, suo padre non sarebbe nato e nemmeno lei. “Sentivo che in qualche modo le dovevo anche la vita!”. E il pensiero di Emily va a suo nonno, che insieme alla sorella Clorinda fu parte attiva del battaglione Gherlenda, lassù tra gli aspri declivi di Costabrunella. A lui, premiato poi con una croce al merito di guerra. “A lui, che si tenne questo dolore per sé per tutta la vita”.
E’ così che in questa giovane donna trentenne nasce il bisogno fortissimo di mettersi sulle tracce di Clorinda, di conoscere la sua storia fino in fondo, di leggere tutto ciò che è stato scritto su di lei e di parlare con chi l’ha conosciuta. Vuole prendersi tutto il tempo necessario per conoscere e vivere con calma i luoghi e i posti che sono stati significativi per sua zia Clorinda, la casa, le strade, i vicoli, l’aria che si respira nel paese nelle ore più solitarie del giorno. Un posto in qualche modo magico, un luogo dove coltivare la memoria. “Fare in modo che la sua memoria sia preservata – ha pensato Emily – è il minimo che io possa fare”. E questo viene tradotto nel suo lavoro quotidiano. “Spesso, parlando con i ragazzi di giustizia e libertà si sente la necessità di fornire loro esempi positivi. Don Ciotti dice che la memoria deve trasformarsi in impegno per mantenere vivi gli insegnamenti che le vittime delle ingiustizie sociali ci hanno lasciato. Fare memoria non deve limitarsi a ‘celebrare’ ma deve tradursi in azioni concrete nel nostro quotidiano”. Solo così Clorinda, Ancilla – “Ora”, l’amica staffetta partigiana pure lei trucidata dai nazisti – e gli altri non sono morti invano. (da http://www.vitatrentina.it)

18 giugno 1944: Repubblica Partigiana di Montefiorino

Il territorio della Repubblica di Montefiorino

Il 18 giugno dell’estate del ’44, la prima «bozza» di repubblica italiana democratica e antifascista nacque tra le montagne dell’Appennino reggiano e modenese. La storia ci tramanda quell’esperienza come la Repubblica di Montefiorino, dal nome della sua «capitale». Un territorio di 600 chilometri quadrati, con 50mila abitanti e paesi importanti come Carpineti, Ligonchio, Toano, Villa Minozzo. Esperienza eroica, creata dai partigiani e sostenuta dalle popolazioni, contro cui si scatenò la furia tedesca e dei fascisti repubblichini di Salò. Montefiorino cadde, ma il seme della democrazia dopo ventidue anni di dittatura era ormai gettato.

Dopo la sconfitta tedesca a Cassino e la liberazione di Roma da parte degli alleati (4 giugno 1944), il Comitato di liberazione nazionale alta Italia (Clnai) lancia un appello per un’offensiva generale: l’indicazione è quella di creare in zone liberate vere forme di governo amministrativo. In questo appello si legge che bisogna «assumere la direzione della cosa pubblica, di assicurare in via provvisoria le prime urgenti misure di emergenza per quanto riguarda la prosecuzione della guerra di liberazione, l’ordine pubblico, la produzione, gli approvvigionamenti, i servizi pubblici e amministrativi».
La Repubblica di Montefiorino è stata la prima in Italia ad alzare la bandiera della democrazia dopo oltre vent’anni di regime fascista.
In quei 600 chilometri quadrati a cavallo dell’Appennino modenese e reggiano si respira un’aria diversa nell’estate del ’44. Qualche mese prima il movimento partigiano, già attivo nella pianura, ha cominciato ad estendersi verso la montagna. A formare i primi nuclei di combattenti sono giovani renitenti alla leva che trovano punti di riferimento in alcuni anziani antifascisti e in parroci.
I primi scontri fra opposte fazioni nascono per impedire il rastrellamento di renitenti e tra il febbraio e il marzo i partigiani compiono una serie di azioni importanti.
La risposta tedesca è spietata: il 18 marzo 1944 nazisti e militi fascisti della repubblica di Salò compiono nel Modenese la strage di Monchio, Susano e Costrignano durante la quale vengono trucidati 136 civili.
A pochi chilometri di distanza a Cervarolo, nel Reggiano, vengono uccise 24 persone.
Nei mesi successivi le forze partigiane, sempre più organizzate, sconfiggono tutti i presidi delle guardie nazionali repubblicane e il 18 giugno cade l’ultimo, quello più importante della zona: il presidio di Montefiorino. Nasce così la Repubblica Partigiana e pochi giorni dopo i capofamiglia scelgono i membri delle giunte amministrative attraverso una vera forma di partecipazione democratica.
Uno dei primi impegni delle giunte è quello di ristabilire un rapporto diverso e più equo con le categorie produttrici, i contadini innanzitutto, coinvolgendoli in una soddisfacente politica dei prezzi.
La Repubblica di Montefiorino viene attaccata già nelle settimane successive alla sua nascita, a causa della sua posizione strategica nelle immediate retrovie della linea Gotica, contro la quale si è spenta l’avanzata delle colonne angloamericane. Intanto a Montefiorino arrivano dalla pianura alcune migliaia di giovani partigiani.
L’offensiva tedesca vera e propria contro questo vero e proprio primo esperimento di vita pubblica democratica, ha inizio il 29 luglio lungo tre diretrici principali e con l’impiego di circa cinquemila soldati: da nord lungo il Secchia e la strada delle Radici; da ovest contro Carpineti e Villa Minozzo; da sud contro Sant’Anna Pelago, Ligonchio e Piandelagotti.
L’operazione può considerarsi conclusa il 6 agosto, ma il grosso grosso delle formazioni partigiane ha cominciato a sganciarsi il 31 luglio ripiegando nell’alta valle del Panaro. La Repubblica vive una sospensione a partire dal primo agosto.
Ma la Resistenza non è per nulla annientata com’era nell’intenzione dei tedeschi che si vendicano rabbiosamente prendendo a cannonate e bruciando alcuni paesi della Repubblica, come avviene a Villa Minozzo e Toano. A partire da ottobre le giunte popolari riprendono però a funzionare e nasce il comitato di liberazione nazionale della montagna. Il seme della libertà ha ripreso a germogliare.

Un protagonista di quei giorni: Torquato Bignami

Il museo della Repubblica Partigiana di Montefiorino

Turchia, Piazza Taskim

Istanbul, concerto Piazza Taksim, il concerto di pianoforte continua, ed appena il pianista turco Yiğit Özatalay, supportato dal collega Davide Martello, intona “Bella Ciao”, la folla estasiata lo accompagna con le parole. “Bella Ciao” ha una versione turca e negli ultimi anni è diventata simbolo della resistenza, della lotta per i propri diritti e la libertà.

13-14 giugno 1944: 83 minatori uccisi a Niccioleta e a Castelnuovo Val di Cecina

“Il 14 giugno 1944 ottantatre minatori, fra i quali venticinque miei compaesani per lo più miei coetanei, furono condotti a Castelnuovo in Val di Cecina e fucilati. Ricordo ancora quando tornarono le bare al paese agghiacciato. Sento che devo essere degno di loro, che la mia cultura non mi deve staccare da loro, che anzi accresce le mie responsabilità di solidarietà con il mondo.” Padre Ernesto Balducci

Niccioleta nel 1944, era abitata da 150 famiglie di minatori che provenivano da Massa Marittima, Santa Fiora, Castell’Azzara, Abbadia San Salvatore, Selvena e che lavoravano in una miniera di pirite di ferro. La miniera era gestita dalla ditta Montecatini e aveva come responsabile il direttore Ubaldino Mori, coadiuvato dal vice direttore ing. Boekling, dal segretario dott. Lavato e dall’addetto alle ricerche geofisiche ing. Ferrari: essi erano ritenuti filotedeschi. Il direttore, infatti era un fervente fascista, che dopo il 25 luglio aveva cambiato l’atteggiamento e dall’8 settembre era in contatto col movimento partigiano. Tra gli operai di Niccioleta, vi erano sedici famiglie di fascisti, che non avevano rapporti con gli altri minatori e che sembravano inoffensivi, invece covavano un pensiero fisso, quello di vendicarsi. Vendicarsi, ma di che cosa?? Questi operai, si recavano spesso al comando tedesco, dicendo che il paese era quasi tutto antifascista e che la popolazione stava cercando di attuare un piano per ribellarsi all’oppressione tedesca. In realtà tutto ciò non accadeva, perchè le preoccupazioni della gente di Niccioleta erano quelle di tutelare esclusivamente il posto di lavoro e non avevano nessuna velleità nè nei confronti di chi era al comando, nè contro questi compaesani fascisti. Infatti, quando il paese il 25 luglio festeggiò la caduta del fascismo, nessuno torse loro un capello.
La prima avvisaglia, però di ciò che sarebbe accaduto, si ebbe il 5 giugno quando dei soldati tedeschi, si recarono alla direzione della miniera dicendo che alcuni operai si manifestavano antifascisti e che aiutavano i partigiani. I militari, allora, tirarono fuori una lista con alcuni nomi di persone sospette, che a loro avviso dovevano essere ìnterrogate. Solo tre operai appartenenti a quell’elenco, furono condotti dal comandante tedesco che disse loro di cambiare atteggiamento altrimenti sarebbero intervenuti con maniere forti. Dal 9 al 12 giugno, un gruppo di partigiani entrò in paese e disarmò la guardia repubblicana; perquisirono le case dei fascisti ma non compirono atti di violenza nei loro confronti. Fecero anche sventolare una bandiera bianca per non far bombardare Niccioleta dagli aerei alleati. I partigiani, dopo qualche giorno andarono via consigliando agli operai di stilare una lista di nomi per cominciare a fare dei turni di guardia alla miniera, temendo che i tedeschi ormai allo sbando sabotasscro gli impianti. Nella notte tra il 12 e il 13 giugno, dei reparti di SS. e fascisti, arrivarono silenziosamente ai piedi del paese. Le sentinelle della miniera, tra le quali c’era anche il figlio del direttore, si diedero alla fuga non potendo avvertire nessuno. I membri del comitato dei minatori, fecero appena in tempo a nascondere nel rifugio antiaereo alcuni fucili da caccia, assieme al famoso elenco con i nomi delle persone addette a fare la guardia. Fu forse questo l’errore che causò poi la tragedia.
I fascisti e i tedeschi, che intanto avevano fatto irruzione nel paese, fecero uscire gli uomini in strada e chiusero le donne e i bambini in casa sprangando porte e finestre. Dopo alcune ricerche, furono trovate le armi e con loro la lista; gli operai furono radunati in massa nella piazzetta e inziò così l’interrogatorio; nel frattempo alcuni miliziani controllavano nelle abitazioni sperando di trovare qualcosa di compromettente. Mentre il paese veniva rovistato in lungo e in largo, sei operai tra i quali Ettore Sargentoni con i figli Aldo e Alizzardo e Bruno Barabissi, tutti selvignani, vennero portati nella sala del dopolavoro e qui, tra una domanda e l’altra, furono picchiati selvaggiamente a causa delle risposte evasive che essi davano. Il Barabissi fu visto uscire barcollante e mentre veniva sospinto verso il muro di una casa, implorava pietà. In quel momento uno sparo di mitra gli sfiorò la testa; avevano così voluto intimorirlo. Fu riportato dentro alla sala, assieme agli altri e qui continuarono le percosse. Dopo un pò il Sargentoni con uno dei suoi figli e un altro operaio di nome Antimo Chigi furono trascinati fuori; vennero portati in un cortile dove con alcuni colpi di arma da fuoco vennero massacrati. Toccò poi al Barabissi e a Rinaldo Baffetti, che alla vista dei tre cadaveri cominciarono a gridare, finchè, colpiti dai proiettili caddero a terra in una pozza di sangue. L’ultimo fu Alizzardo, che quando vide quella scena, si gettò sopra il padre ed il fratello abbracciandoli teneramente, ma anche lui non fu risparmiato. Gli altri operai rimasti, prima di partire per Castelnuovo Val di Cecina, dove loro credevano che da lì sarebbero stati deportati in Germania, ebbero l’occasione di rivedere per l’ultima volta i familiari che portarono loro degli effetti personali. Un gruppo di uomini sopra i cinquant’anni fu liberato e rispedito a casa; gli altri, i settantasette rimasti, con un età che oscillava tra i venti e i quarant’anni, alle 21,30 si incamminarono verso Castelnuovo dove arrivarono all’1,OO. Furono portati dentro alla sala cinematografica e vennero sorvegliati a vista, In quel luogo le ore passavano lente, c’era chi non resse alla stanchezza e si addormentò, mentre la maggior parte di essi rimasero svegli aspettando con trepidazione la sorte che sarebbe loro toccata.
Il giorno dopo i minatori restarono dentro alla sala, senza che fosse data loro alcuna notizia, fino al tramonto quando furono portati verso la strada che va a Larderello. Dopo aver percorso un chilometro il corteo fu deviato in una stradina che scendeva verso i soffioni di Castelnuovo. Alle 19,30 arrivarono nel luogo dove sarebbe avvenuto l’eccidio, un posto tetro, vicino a quei soffioni ululanti, che coprivano qualsiasi tipo di rumore, anche le poche parole che quei “disgraziati” cercavano di scambiarsi. I tedeschi li divisero in tre gruppi, il primo dei quali fu fatto incamminare verso un sentiero che costeggiava un burrone e dopo una svolta a destra quegli uomini furono falciati dai colpi delle mitragliatrici ben posizionate e nascoste dalle fascine. Anche il secondo gruppo fece la stessa fine, mentre l’ultimo, composto dai più giovani, fu fatto passare dalla parte opposta della strada. I ragazzi quando videro i loro familiari e gli amici in fondo al burrone coperti di sangue, tentarono la fuga, ma non riuscirono che a fare pochi passi cadendo nel precipizio sopra gli altri. Un contadino che abitava lì vicino, vide tutta la scena e raccontò che alcuni fascisti scesero in fondo al dirupo e dopo aver rubato le misere cose che i minatori avevano addosso, per sicurezza gli spararono ancora un colpo di pistola alla testa. La popolazione di Castelnuovo avvertita dell’eccidio che si era compiuto accorse sul luogo, trovando una scena veramente macraba: 77 operai uccisi barbaramente. Gli stessi abitanti, riuscirono a portare con grande difficoltà quei corpi straziati e già in stato di avanzata decomposizione (dovuta al caldo e al calore dei soffioni), in un luogo vicino al paese e qui li seppellirono. In seguito, quando fu possibile, i corpi furono portati nei luoghi di provenienza, grazie anche allintervento della ditta Montecatini.
Per quell’eccidio solo pochissime persone hanno pagato, si parla di tre fascisti che scontarono una pena di trenta anni; troppo poco per 83 vittime innocenti.  (http://selvena.altervista.org)