Venerdì 4 aprile 2014: “Tina Merlin, donna resistente”

maria segaVenerdì 4 aprile alle ore 20.45 a Mirano in Sala Conferenze di Villa Errera, Maria Teresa Sega interverrà sul tema “Tina Merlin, donna resistente”.

Il 22  dicembre 1991 moriva a Belluno Tina Merlin. Era nata a Trichiana (BL) il 19 agosto del 1926. Era sorella del partigiano Toni Merlin, organizzatore e comandante del battaglione “Manara”,  successivamente assorbito dalla brigata partigiana “7° Alpini”. Partecipò alla resistenza come staffetta partigiana nella stessa brigata e, dopo la guerra diventò giornalista collaborando con l’ “Unità”, diventandone la corrispondente da Belluno. Nel 1951 pubblicò “Menica“, una raccolta di storie sulla guerra  partigiana. In quel periodo iniziò a interessarsi alla diga del Vaiont e, per i suoi articolo di denuncia pubblicati sull’”Unità” che descrivevano la situazione pericolosa che si era andata manifestando con la costruzione della diga,  venne processata e assolta dal tribunale di Milano per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. La sentenza porta la data del 30 novembre 1960 e anticipa di quasi tre anni la strage annunciata del Vaiont. Il suo libro più famoso è “Sulla pelle viva – come si costruisce una catastrofe”, un libro che nessuno voleva pubblicare e vide la luce solo nel 1983 per le edizioni “La Pietra” di Milano. Tanti giornalisti, molto più famosi di lei, scrissero articoli ignobili in cui la la strage (“la tragedia”) rimaneva relegata in un’ottica di fatale e naturale disgrazia rimanendo ammirati per la solidità della diga. Così descrisse l’evento Dino Buzzati  in articolo apparso sul Corriere della Sera, venerdì 11 ottobre 1963: “Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. E non è che si sia rotto il bicchiere; non si può dar della bestia a chi lo ha costruito perché il bicchiere era fatto bene, a regola d’arte, testimonianza della tenacia e del coraggio umani. La diga del Vajont era ed è un capolavoro. Anche dal punto di vista estetico.”  E così Giorgio Bocca in un articolo pubblicato su “Il Giorno” dell’11 ottobre 1963: “Ecco la valle della sciagura: fango, silenzio, solitudine e capire subito che tutto ciò è definitivo; più niente da fare o da dire. Cinque paesi, migliaia di persone, ieri c’erano, oggi sono terra e nessuno ha colpa; nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani: tutto è stato fatto dalla natura che non è buona e non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo!… Non uno di noi moscerini vivo, se davvero la natura si decidesse a muovere guerra…”. Il giornalista Indro Montanelli scrisse inoltre un articolo sul periodico “La Domenica del Corriere” (novembre 1963) nel quale accusava i comunisti di speculare su una così grave tragedia: “nella vita delle nazioni – sosteneva Montanelli – ci sono sempre state tragedie di ogni genere, carestie, pestilenze, terremoti, che vanno affrontate con coraggio e senza creare odi interni”.
Ma Tina non era della stessa pasta, era una che non mollava e continuò a pubblicare e a fare inchieste, sempre dalla parte degli ultimi, degli indifesi, di chi non era tutelato da nessun potere. In uno degli ultimi suoi articoli sul giornale “Patria” scrisse ancora del Vaiont inquadrando il problema in un ottica storica lucida ed estremamente attuale anche ai nostri giorni. Grazie Tina.

“I giorni dopo il Vajont la gente era convinta che la tragedia dovesse essere un punto di partenza per una riflessione collettiva dalla quale partire per cambiare, per mettere in discussione rapporti e metodi. C’erano duemila morti ammazzati, dei quali tutti i poteri portavano una responsabilità diretta o indiretta. La Costituzione era stata messa sotto i piedi e si era rivelata incapace di garantire perfino la vita dei cittadini. Da più parti si proclamava, e si prometteva, che occorreva cambiare rotta. Invece, da allora, le compromissioni del potere politico con quello economico sono state infinite e scandalose. Si sono affinate nella degenerazione di ogni diritto, talchè la democrazia non ha più senso e reale consistenza in questo nostro paese governato da gruppi di potere palesi e occulti, dove uomini della politica e uomini dell’economia vanno sottobraccio a quelli della mafia, del terrorismo, della P2, per sostenersi a vicenda…..”

30 marzo 1939: Strage di Zeret

142055_2350346_ETIOPIA_PR_11009321_displayE’ il 30 marzo del 1939 e la guerra in Etiopia è ormai in corso da tre anni. L’areonautica italiana ha intercettato un consistente numero di “ribelli” e fornito le coordinate a una colonna di militari che si mettono all’inseguimento. Ma non si tratta di un’operazione di ordinaria controguerriglia. Non che tra gli etiopi in fuga non vi siano combattenti: c’è ad esempio Tesciommè Sciancut, un capo cui gli italiani danno la caccia da tempo. Ma la maggior parte dei fuggiaschi – un fatto che gli avieri devono aver notato – è composta di feriti, anziani, donne e bambini parenti degli uomini in arme. Quelli che oggi definiremmo “sfollati”, civili in fuga dall’orrore della guerra.
Trovano rifugio in una grande grotta nella regione di Gaia Zeret-Lalomedir. La caverna sembra un rifugio sicuro, non solo per l’ampiezza ma per la difficoltà di penetrarne gli anditi più reconditi, dove è facile nascondersi nell’oscurità del vasto labirinto sotterraneo. Ma, dopo un lungo assedio, con un accorto e spericolato operativo, gli italiani hanno la meglio. Calano dall’alto sull’imboccatura dell’anfratto alcuni bidoncini di iprite, gas che provoca morte e ampie lacerazioni, già ampiamente usato dalla nostra aviazione. “Il mio compito – scrive nel suo diario il sergente maggiore Boaglio che, nel commando italiano, ha il compito di calare e poi far detonare l’iprite all’ingresso della grotta – era far scendere e scoppiare i bidoncini…nel punto di entrata della caverna, in modo da ypritare tutto il terreno, impedendo così a eventuali fuggitivi di cavarsela impunemente….”. Ma quando, dopo una notte, gli etiopi ancora non si sono arresi “si scatenò l’inferno”, scrive ancora Boaglio. Mitragliatrici, lanciafiamme, granate e proiettili lacrimogeni. Gli etiopi si arrendono, uscendo in massa dalla grotta, almeno quelli che già non sono stati uccisi dal gas e dai proiettili.
Paradossalmente Sciancut e una quindicina di partigiani riescono a scappare mentre gli italiani dividono, all’uscita, gli uomini da donne e bambini. I primi vengono mitragliati a gruppi di cinquanta sull’orlo del burrone (in pratica vengono infoibati, tanto per usare un termine che in questo caso non è usato a sproposito) che farà loro da tomba. Gli altri vengono risparmiati, ma su di loro marcia inesorabile l’effetto dell’iprite, gas vietato dalle convenzioni internazionali. L’11 aprile è tutto finito. Il bilancio delle vittime si stima tra i 1200 e i 1500.  Una storia rimasta ignota fino a qualche anno fa, quando un giovane storico, Matteo Dominioni, non si imbatte nei documenti che descrivono la strage all’Ufficio storico dello stato maggiore a Roma e, in seguito, nel diario inedito di Boaglio. Il suo lavoro di ricerca (anche sul campo) è testimoniato dal libro “Lo sfascio dell’Impero – Gli italiani in Etiopia 1936-1941” con la prefazione di Angelo Del Boca.
Matteo Dominioni, per questo libro, è stato violentemente attaccato dall’Associazione Nazionale Alpini e dal presidente della Camera di quei tempi, Gianfranco Fini: uno di quelli che attaccarono le grotte di Zeret alla testa del XX battaglione Eritreo, era un illustre eroe della prima guerra mondiale e un “eroe del Polo” come veniva chiamato dalla sua gente, il maggiore degli alpini Gennaro Sora. Questa la descrizione del massacro in una delle pagine “vergogna” di wikipedia:
“Nell’aprile del 1939 al comando del XX Battaglione Eritreo eliminò, nella cosiddetta Battaglia della Grotta Cajá-Zeret, un grosso gruppo di combattenti Etiopici guidato da Teshome Sciancut, tra i luogotenenti di Abebe Aregay, un fedele del Negus. La battaglia fu aspra e culminò con la resa degli assediati dopo la fuga di Teshome, dopo che pezzi d’artiglieria caricati con fosgenina e iprite avevano contaminato tutta l’acqua a disposizione dei circa 1500 assediati.” Non si parla di morti e sembra che gli italiani fossero impegnati in un operazione contro militari ben armati, sorvolando sugli effetti dell’iprite sui corpi umani.
A Foresto Sparso (BG), comune di nascita del maggiore, il comune ha dedicato una statua a Sora e ogni anno gli alpini vengono ad omaggiare il loro “leggendario” comandante. Di Affile in Italia ce ne sono molte.

Un intervista a Matteo Dominioni

24 marzo 1944: Strage delle Fosse Ardeatine

Eccidio-fosse-ArdeatineRoma, presso le antiche cave di via Ardeatina il 24 marzo 1944 si consuma l’eccidio di 335 civili e militari italiani per mano nazista.
Ad organizzare ed eseguire la strage sono l’ufficiale delle SS Herbert Kappler all’epoca anche comandante della polizia tedesca a Roma, il capitano Erich Priebke e Albert Kesselring.
L’eccidio matura come rappresaglia per vendicare 33 militari tedeschi morti in un attentato partigiano a via Rasella il 23 marzo. I tedeschi, dietro ordine diretto di Hitler, applicano alla lettera il principio di fucilare 10 ostaggi italiani per ogni tedesco ucciso. Vengono per errore inseriti 5 nomi in più alla lista.
L’esecuzione, che avviene con un colpo alla nuca, è di proporzioni enormi tanto che gli stessi comandi nazisti la rendono pubblica, insieme all’attentato partigiano, solo a cose fatte e dopo aver fatto saltare le cave con delle mine per rendere più difficoltoso il ritrovamento dei corpi.
Le vittime, prelevate dal carcere di Regina Coeli e dal comando di via Tasso,  sono per lo più partigiani e antifascisti o presunti tali, militari, ebrei, ma non mancano detenuti comuni.
I tedeschi hanno così anche infranto il patto con gli Alleati di considerare Roma ‘città aperta’, in modo da evitare coinvolgimenti della popolazione civile. Infatti gli angloamericani entreranno nella capitale una volta ritirati i tedeschi.

Le Fosse Ardeatine nel racconto teatrale di Ascanio Celestini dal Museo di Via Tasso a Roma:
“Rispetto ad altri massacri nazifascisti, come quelli di Marzabotto o di Sant’Anna di Stazzema, quella strage romana ha perfino un minor numero di vittime. Ma la sua storia non è scritta, vive solo di racconti orali, attraverso cui lo conoscono la maggior parte delle persone. E’ questo il punto centrale del mio interesse: la storia collettiva esce fuori da testimonianze singole e parziali, che però collegate danno una verità unitaria, chiarissima e inconfutabile. Il mio racconto in scena, a sua volta, cala questo episodio nella storia più vasta di una città e di un intero paese, fino a quel momento estremo, cruciale e rivelatore”.

Mobilitazione antifascista a Venezia

DSCN4840_1Il Consiglio Direttivo della sez. ANPI “Martiri di Mirano” dà il suo pieno e convinto appoggio all’appello e alla raccolta di firme promossi dalla sez. “7 Martiri” dell’ANPI di Venezia, per dire no alla manifestazione di sabato 29 marzo, alle ore 15.00, dalla stazione ferroviaria a campo Manin,  dei forconi e di Forza Nuova. Negli ultimi mesi, ben due sono state le manifestazioni indette in laguna. Non possiamo accettare che le frange più estreme del rinascente nazifascismo populista, xenofobo e violento, che stanno trascinando l’Europa nel baratro della barbarie, trovino accoglienza a Venezia, città martire della Resistenza, presidio di libertà e dei valori antifascisti. Chiediamo, a tutte le forze politiche democratiche, sindacali, del mondo della cultura, dell’associazionismo che ispirano la loro azione ai principi della Costituzione Repubblicana, di mobilitarsi affinché questa giornata sia ricordata per la forza e la vitalità dei valori democratici vissuti da donne e uomini che si oppongono a ogni forma di violenza e intimidazione.

“ Noi – la nostra Associazione – siamo portatori di valori che vengono da lontano e ci parlano di donne e uomini che, per quei valori, hanno lottato e sofferto, non scoraggiandosi mai, ma sempre operando perché essi trionfassero”.

(Carlo Smuraglia, presidente nazionale A.N.P.I)

 ORA E SEMPRE RESISTENZA

Direttivo Anpi, sez. “Martiri di Mirano”

Peter Kolosimo, 30 anni «across the universe» (1984 – 2014)

Kolosimo500pxCos’è la tua più grande paura?
Il fascismo.
E cosa fai, concretamente, per eliminarlo?
Poco, troppo poco.
(Kolosimo intervistato da Playboy, novembre 1974)

Chi ha dai quarant’anni in su ricorda senz’altro Peter Kolosimo, «fantarcheologo», ufologo, sessuologo (!), esploratore del meraviglioso e divulgatore scientifico che negli anni ’60 e ’70, coi suoi libri visionari, fece sognare le moltitudini. Morì il 23 marzo 1984, a sessantadue anni, ma a noi piace pensare che abbia solo lasciato il pianeta, e sia tuttora in viaggio per l’universo.
Ecco una cosa che molti hanno dimenticato: Peter Kolosimo era un comunista di quelli duri. E chissà che l’anno scelto per abbandonare la Terra – il simbolico, fatidico 1984, quello di Orwell e della Thatcher che reprimeva lo sciopero dei minatori – non sia già una dichiarazione, un messaggio da decifrare: il movimento operaio ha perso, riprende il dominio incontrastato dei padroni, si impone il totalitarismo del mercato e io vado, vado in avanscoperta, vado in cerca di altri mondi.
Lo diciamo da anni: Kolosimo è una figura da riscoprire, su cui interrogarsi, che può ancora dire e dare molto. Lo abbiamo scritto, lo abbiamo addirittura cantato.
Kolosimo fa parte di un mondo tipicamente Seventies, vivente nell’intersezione tra marxismo e scienze “altre”, tra UFO e rivoluzione.
Pur nelle diversità d’approccio, il suo percorso è parallelo a quello del leggendario trotskista italo-argentino Juan Posadas (1912 – 1981). Kolosimo indagava il passato, le origini extraterrestri delle civiltà umane; Posadas vaticinava l’avvenire, gli UFO ci parlavano di una società futura comunista. Entrambi dicevano, ciascuno a suo modo: gli alieni vivono in noi, siamo noi quegli «spaziali» di cui tutti parlano.
Terra senza tempo, Non è terrestre, Astronavi sulla preistoria, Odissea stellare, Italia mistero cosmico… Titoli che non smettono di accendere fantasie. E quegli elenchi in copertina, a metà tra sottotitolo e “catenaccio” di giornale? «Ulisse vagabondo del tempo. Gli dei e lo spazio. Ciclopi in America? Mitologia d’altri mondi. Atomiche e robot nell’epopea omerica». Oppure: «Veicoli spaziali graffiti nella roccia. Marziani in Vietnam, elefanti in America. Razze sconosciute nelle giungle amazzoniche. Atomiche e laser prima del diluvio. Gilgamesh vive ancora?». Per non dire di “strilli” come: «La prima completa documentazione fotografica di archeologia spaziale – 300 illustrazioni». Copertine geniali, che ti spingevano a prendere subito posizione: rigetto veemente o febbrile voglia di acquisto, non c’era via di mezzo.
Quei libri, editi da SugarCo, erano grande narrativa popolare travestita da saggistica, li vedevi in tutte le case, vendevano centinaia di migliaia di copie. Peter Kolosimo è uno degli autori italiani più tradotti nel mondo, pubblicato in 60 paesi.
Attenzione, però, a non confonderlo coi vari Voyager e Kazzenger odierni, coi pataccari che ce la smenazzano a colpi di piramidi magiche e Priorati di Sion, con le vagonate di ricostruzioni paranoidi e complottiste disponibili in rete. Kolosimo odiava Dan Brown ante litteram (anzi, ante nominem). E odiava anche Giacobbo. Preventivamente, senza averne mai sentito parlare. Lo avrebbe mandato in Siberia, lui e il suo chupacabra. Kolosimo era un marxista-leninista visionario, un comunista duro e impuro. Credeva nella rivoluzione, e pensava che le scoperte sulle origini extraterrestri delle civiltà umane avrebbero contribuito alla nostra consapevolezza. Voleva collegare passato remoto e futuro utopico, e così liberare il mondo. Il suo interesse per i dischi volanti – solo uno dei tanti argomenti di cui si occupò – era nutrito da questa passione politica. Senza di essa, cosa sarebbe rimasto? Una messe di poveri, sconnessi aneddoti raccolti da cialtroni e dementi. Persone che già all’epoca Kolosimo teneva a distanza:
«Quando avvistano dei dischi volanti, alla radio qualche volta mi hanno chiamato, mi son trovato ad aver a che fare con dei pazzoidi, che credono in queste cose ciecamente, vedono i venusiani belli biondi e alti, vedono i marziani preoccupati delle esplosioni atomiche e vedono i saturniani che si avventano sulla terra per conquistarla, insomma tutte queste panzane, mi sono trovato un paio di volte ad aver a che fare con questi tipi, completamente pazzi, come quel siciliano che sulle pendici dell’Etna aveva una villa e raccoglieva attorno a sé i suoi fedeli…» (1974, cit.)
In Odissea stellare (1978), Kolosimo riporta le credenze di alcuni occultisti, secondo i quali il regime di Hitler cadde perché aveva attirato su di sé la sventura, orientando la svastica a destra anziché a sinistra come nelle antiche tradizioni orientali. Il commento è una staffilata: «Noi siamo assai lontani da tali concetti ed attribuiamo a ben altre ragioni la caduta dell’impero dei criminali tedeschi.» Poteva ben dirlo, lui che il nazifascismo lo aveva combattuto mitra alla mano.
Nulla dell’approccio politico che correva “sottopelle” nei suoi libri, nulla di quella radicalità sopravvive nei suoi epigoni odierni, quelli che vedi intervistati su Focus TV: von Däniken, Hancock… Ogni spigolo è stato smussato, l’eresia si è fatta telegenica, ma si sa che the revolution will not be televised.
«L’educazione politica me la son fatta in gran parte in Jugoslavia, quando la Jugoslavia era ancora comunista, ho fatto scuola di partito per due anni […] Sono simpatizzante di Lotta continua, perché penso che anche la sinistra debba avere le sue punte avanzate, voto ovviamente PCI, ma non sono militante perché non me la sento né di partecipare alla vita politica del PCI, almeno com’è adesso, non me la sento assolutamente, e purtroppo d’altra parte non ho neanche il tempo di seguire la vita politica di Lotta continua perché esige lavoro. Io ho fatto un po’ di lavoro politico a Torino, con Soccorso rosso, ero nella commissione delle case, e nell’ambulatorio, però per finire in niente, perché per queste cose bisogna avere molto tempo.» (1974, cit.)
Kolosimo era poliglotta e cittadino del mondo. Madre statunitense, padre italiano e ufficiale di carriera nei Carabinieri, entrambi detestati:
«Mia madre [era] come un generale delle SS […] Un iceberg […] Io non ho mai avuto un padre. No, non l’ho mai avuto. L’ho conosciuto così, dicevano che era mio padre» (Ivi).
Cresciuto a Bolzano, si laurea a Lipsia in filologia moderna (ma più tardi approfondirà gli studi di psicologia e sessuologia e praticherà l’ipnosi medica). Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, lo ritroviamo carrista nella Wermacht, ma diserta e si unisce alla resistenza in Boemia. E’ «uno dei primi partigiani che, fra Pilsen e Pisek, incontrò l’Armata Rossa» (dalla scheda biografica di Civiltà del silenzio).
In quella temperie diventa comunista e, com’è normale, dopo la guerra il suo sguardo si sposta verso est. E’ l’unico giornalista italiano presente alla cerimonia di proclamazione della DDR. Per un po’ dirige Radio Capodistria, ma dopo la rottura con l’URSS è licenziato perché «cominformista», ovvero filosovietico. E’ corrispondente estero per L’Unità, annuncia il lancio del primo Sputnik «un mese prima di quella memorabile impresa» e dà per primo la notizia del volo spaziale di Valentina Tereskova. I suoi articoli escono senza firma, precauzione da fase glaciale della guerra fredda. Intanto scrive romanzi di fantascienza con lo pseudonimo di Omega Jim, finché, negli anni ’60, non passa armi e bagagli alla divulgazione scientifica, con quella torsione fantastica che lo renderà celebre.
I libri di Kolosimo sono pieni di pezze d’appoggio di scienziati russi, bulgari, tedesco-orientali: «Il professor Alexei Kasanzev» [probabilmente si tratta dello scrittore e ufologo Alexander Kasantsev], «Kardasev scrive…», «Il biologo sovietico A. Oparin», «Il sovietico Nikolai Brunov scrisse già nel 1937», «Viaceslav Saitsev, il noto filologo dell’Accademia delle Scienze bielorussa» e via così. Oggi possono suonare grottesche, muovere al riso o a ipotesi estreme: Kolosimo agente del blocco orientale, incaricato di diffondere in occidente strane teorie, per loschi fini di guerra psicologica? Mah. Forse la questione è più semplice: leggeva quelle lingue, aveva accesso a quel materiale, e ai suoi lettori la cosa piaceva. Durante la guerra fredda, vista da qui, la scienza sovietica aveva un che di bizzarro, una vibrazione di esotica eterodossia, anche agli occhi di chi si batteva per l’altro modello, quello capitalista-americano. La curiosità per l’est fu un fenomeno trasversale, come lo sono oggi l’ostalgia e il modernariato del socialismo che fu.
A noi piace reputare Kolosimo un guerriero, uno che ha combattuto perché l’immaginario non si restringesse e, al contempo, la fantasia (anche quella più sbrigliata) tenesse le radici nella realtà, nel conflitto che senza pause muove la società. In fondo, nonostante il suo stalinismo, Kolosimo non era tanto distante da Radio Alice e dai giovani “mao-dadaisti” del ’77.
Kolosimo colmò un buco, una lacuna, una gigantesca nicchia di immaginario e mercato editoriale. In quell’epoca, gli intellettuali avevano decretato la “morte del romanzo”. Non per questo si era estinto il bisogno di romanzesco: in edicola, Urania, Segretissimo e Il Giallo Mondadori vendevano un numero di copie oggi impensabile. Tuttavia, erano pubblicazioni settoriali, rivolte a target di lettori specifici. C’era bisogno di un’operazione azzardata, che scavalcasse i recinti e andasse incontro ai bisogni di più lettori.
Kolosimo intercettò la voglia di viaggio e di mistero che pervadeva tutto l’occidente (gli UFO, il triangolo delle Bermude, Uri Geller che piegava i cucchiaini con la forza del pensiero) e la “dirottò” in una direzione inattesa. Camuffando da saggi divulgativi le sue narrazioni fantascientifiche, il vecchio Omega Jim creò un grande fenomeno di costume.
Particolare non secondario, scriveva in modo magnifico:

OmbreSulleStelle2Nel 1969, Non è terrestre vinse il Premio Bancarella. Nel giro di pochi anni, lo avrebbero vinto Andreotti (1985), Sgarbi (1990), Zecchi (1996), Pansa (1997) e persino Bruno Vespa (2004). Compagno Kolosimo, ci manchi tanto. Torna dal pianeta su cui ti trovi ora, e scatena contro l’Italia un uragano di raggi cosmici.

letteraKolosimo

Una lettera di Kolosimo a «L’Unità», 21 settembre 1975. Perché non andrà a presentare i suoi libri nella Spagna franchista. «Mi è impossibile accettare l’invito. Sono comunista e non posso parlare in un Paese il cui governo imprigiona e condanna a morte i miei compagni con tutti coloro che lottano per i diritti dell’uomo.»

Da http://www.wumingfoundation.com

No alla marcia neofascista su Venezia!

DSCN4840_1La marcia indetta da forze dell’estrema destra a Venezia il 29 Marzo, alla quale parteciperanno movimenti aggressivi come i cosiddetti forconi e il gruppo neo-fascita forza nuova, ha natura provocatoria e rischia fortemente di causare disordini.
Negli ultimi mesi infatti, ben due sono state le manifestazioni indette in laguna e in entrambi i casi ci sono stati scontri, tafferugli e risse con gli appartenenti ai movimenti antagonisti e con la polizia.
Venezia è città fragile, fatta di case antiche e calli anguste, già provata dal turismo di massa e mal sopporta eventi che rischiano di diventare violenti.
Inoltre, Venezia è una città con una forte e sensibile vocazione democratica, che ospita una storica comunità ebraica, duramente decimata dai lager nazisti. Oltre ad essere città martire del fascismo. Una marcia di estremisti neofascisti, sarebbe quindi uno sfregio alla memoria.
Chiediamo quindi al sindaco e al prefetto della città di non permettere quella marcia.

Sezione ANPI 7 Martiri Venezia

Per firmare: http://firmiamo.it/no-alla-marcia-neo-fascista-su-venezia

18 marzo 1944: strage di Monchio Susano Costrignano e Savoniero

Monchio_1944Il 9 marzo 1944 nei pressi di Savoniero avvengono degli scontri fra i Partigiani e soldati nazifascisti, conclusosi con la morte di 7 fascisti, il 16 ed il 17 marzo avvengono altri scontri vicino al Monte Santa Giulia dove stazionano i partigiani, nello scontro muore un ufficiale nazista e alcuni soldati. A questo punto i tedeschi mandano nella zona un reparto di paracadutisti sotto il comando del capitano Kurt Cristian von Loeben, e truppe della G.N.R. di Modena, che circondano la valle. Al mattino del 18 marzo queste truppe iniziano a cannoneggiate a ripetizione le frazioni di Monchio, Susano e Costrignano, gli abitanti di queste zone cercano la fuga ma rimane difficile effettuarla per l’intenso bombardamento a cui è sottoposta tutta la zona, in seguito i tedeschi muovono i mezzi corazzati verso le frazioni e per mezzo di segnali luminosi informano l’artiglieria sulle zone ancora da colpire. Quando tutti i mezzi corazzati raggiungono le frazioni cessano i colpi di artiglieria, e inizia un vero massacro, le case vengono razziate come pure gli animali, e le persone che vengono trovate uccise, a parte gli uomini che servono ai nazisti per trasportare la roba saccheggiata, finito lo sterminio si conteranno 139 civili morti fra i quali ci sono sei bambini che avevano meno di 10 anni, sette ragazzi fra i dieci e i sedici anni, sette donne fra le quali una è in avanzata gravidanza, e venti persone con più di sessanta anni.

Strage_di_Monchiohttp://www.valledellamemoria.com/

Le foto del “Parco della Memoria”: http://imgur.com/a/NAuha

Bruno Maran “Una lunga scia color cenere”

maran2Venerdì 14 marzo alle ore 20.45, presso la sala conferenze di Villa Errera, Bruno Maran presenterà il suo libro “Una lunga scia color cenere – Fatti e misfatti del Regio Esercito ai confini orientali”.

“Una lunga scia color cenere” non vuol essere un libro di storia, né un manuale. Vuol essere un modo semplice di entrare, con l’approccio più accessibile possibile, nei fatti. Con la voglia di uscirne con le idee più chiare e con l’interesse a continuare l’approfondimento, nonostante gli inevitabili errori o imprecisioni che un lavoro propedeutico contiene.
A poco servono i Giorni del Ricordo, monopolio di odi mai sopiti, di gruppi decisi a non voler dimenticare solo per giustificare la loro esistenza, di ricordi usati più per attaccare che per giustificare. Non sono certo le calunnie e le falsità, le pietre su cui fondare il senso del Ricordo, che invece deve basarsi sulla Verità anche se scomoda. Il tempo deve lenire il dolore, non rinfocolare continuamente il passato.

“Sul muro scrostato qualcuno aveva scritto ŠMRT FAŠIZMU
con la vernice rossa.
Li avevano messi in fila lì davanti.
Dalle facce non trapelava niente. Chiuse, assenti.
Come le finestre del villaggio.
Il capitano strillò l’ordine alla compagnia. I militari italiani si schierarono, fucili in spalla. Quasi tutti riservisti.
L’ufficiale era il più giovane, baffi ben curati e bustina di stoffa grigia inclinata sulla fronte.
I condannati alzarono gli occhi per guardare in faccia i carnefici. Essere certi che fossero uomini come loro.
Erano abituati alla morte, anche alla propria, assuefatti da    migliaia di generazioni trascorse.
Dall’altra parte occhi bassi, sensazioni riflesse allo specchio.
Le due fila si fronteggiarono immobili, come statue abbandonate sul prato…”

Bruno Maran – fotoreporter di Stampa Alternativa – Il grande amore per i Balcani, maturato con i reportage da Mostar a Sarajevo, da Srebrenica a Vukovar, a Jasenovac, dal Kosovo, dall’Albania, da Kragujevac sulla Zastava, ora Fiat, lo ha spinto ad approfondire la conoscenza dei fatti storici,che hanno preceduto gli eventi nella ex-Jugoslavia, con particolare riferimento all’operato degli eserciti italiani durante la Seconda guerra mondiale.

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa registrazione dell’incontro:

http://roaming-initiative.com/mediagoblin/u/kiba957/m/bruno-maran/

La faccia nera del rebus ucraino

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Ultranazionalisti. Antirussi. Antisemiti. Ben finanziati. Organizzati in cellule paramilitari piccole ma efficacissime. Ecco chi sono i duri all’ombra della rivoluzione di Kiev. E perché i «filoeuropei» non possono più fare a meno di loro.

Kiev. L’anima nera della rivoluzione sta proprio dove non te l’aspetti. La grande insegna sulla porta d’ingresso dice “Proviamo ad amarci” ed è illustrata dalla foto di una coppia felice che si bacia appassionatamente in sella a uno scooter. Deve essere quello che i militari chiamano mimetizzazione urbana. E in qualche modo funziona perché davanti a quello che fu il negozio di jeans più trendy di Kiev, tra foto di strabilianti modelle in posa sexy e qualche rimasuglio di bigiotteria calpestata che brilla attraverso le vetrine sulla moquette nera, ci sono tre tipi dall’aria cattiva, il cappuccio nero e i calci delle pistole ben in vista che sporgono da cinturoni stile vecchio west. Tute nere fasciatissime e fresche di stiratura, protezioni da pattinatori nuove di zecca alle ginocchia, avranno al massimo vent’anni. Portano al braccio i nastrini rosso e neri di Pravij Sektor (Settore di Destra), gente dura che combatte da anni, e che in questa rivoluzione ucraina che sta sconvolgendo l’Europa ha avuto un ruolo strisciante, ben mimetizzato appunto. Restando nell’ombra quando la gente comune, le famigliole, i giovani con tanta sincera voglia di Europa, mostravano i loro volti puliti alle telecamere di tutto il mondo. Arrivando invece nei punti giusti, con le loro abili provocazioni, le bottiglie molotov, qualche carabina di precisione, la loro capacità di ingaggiare corpo a corpo con gli agenti speciali della polizia, quando serviva alzare i toni della rivolta, o riaccendere l’entusiasmo dei politici moderati che mostravano i primi segni di logoramento. La maggior parte della folla che riempie da oltre tre mesi la Majdan, non li ama. Fa finta che non esistano. Teme quell’etichetta di «Piazza fascista» che la loro sola presenza impone a tutta la rivolta e che a Mosca, il Cremlino sta sfruttando al massimo per bollare come un colpo di Stato quella che voleva essere una rivoluzione democratica e incruenta.
Ma senza i ragazzi cattivi di Pravij Sektor non ce l’avrebbero mai fatta. Perfino Yiulia Tymoshenko che, appena uscita dal carcere si sta giocando abilmente il ruolo di martire «della dittatura filo russa», piangendo i caduti, carezzando i bambini e invocando un futuro di «libertà e diritti umani», sa bene che non può fare a meno di loro. E con il pragmatico cinismo da ex oligarca ha ordinato ai suoi di concedere spazio a Pravij Sektor «senza dare troppo nell’occhio». Di colpo il gruppo emarginato e violento della Majdan è stato così riabilitato anche moralmente. Associato alle forze del Ministero dell’Interno del futuro governo rivoluzionario di Kiev, incaricato di pattugliare, controllare la piazza come una sorta di milizia popolare con licenza di violenza controllata pur di mantenere l’ordine. E i ragazzi della boutique-bunker sul viale Kreshatik prendono molto sul serio il nuovo ruolo. A modo loro. Sguardo truce attraverso i passamontagna, armi in pugno, cadenzato passo militare, attraversano la città come un piccolo esercito di occupazione, divisi rigidamente in centurie secondo uno schema preso di peso dai manuali di storia e che ricalca grossolanamente la formazione delle legioni romane. Ne hanno fatta di strada da quando erano visti come la peste fascista sia dai filorussi che dagli oppositori pro Europa. L’idea di base è venuta qualche tempo fa a Dmitrij Jarosh, 42 anni, ex ufficiale dell’Armata Rossa sovietica fondatore di Trizub (Tridente), un movimento che si ispira al famigerato Stepan Bandera, fiero collaboratore dei nazisti durante la Seconda guerra mondiale divenuto il simbolo del nazionalismo esasperato ucraino anti comunista, violento e, spesso, antisemita. Reso martire dal suo assassinio, avvenuto nel ‘59 con la evidente complicità di agenti segreti sovietici. Una figura vista con marziale adorazione dai tanti gruppuscoli di estrema destra nati soprattutto a Leopoli e nella Ucraina occidentale dove maggiormente si alimentano gli umori antirussi e separatisti. Quando in novembre è cominciata la protesta di Kiev con una grande manifestazione pacifica dominata da bandiere europee e striscioni inneggianti alla libertà, Jarosh ha messo insieme e federato sotto la sigla Pravij Sektor, tutti i gruppi assimilabili tra loro: i suoi ragazzi di Trizub, quelli del cosiddetto Esercito di liberazione ucraino, i duri similnazisti del Martello Bianco, sbrindellati gruppi minori specializzati nelle violenze da curva nello stadio della Dinamo di Kiev, e soprattutto gli amici di Unà-Unso. Roba seria, gente che si addestra in campi militari nei Carpazi, che vanta la partecipazione attiva con tanto di vittorie e tanti caduti nelle guerre più recenti. In Kosovo al fianco dei serbi pur di combattere le minoranze albanesi; in Georgia, invece, contro i russi. E restando quasi invisibile agli occhi del mondo, Jarosh ha dunque gestito l’ala violenta della Majdan, fronteggiando i non meno fanatici Berkut (aquile reali) gli agenti speciali della polizia ucraina. Ai poliziotti più cattivi di Yanukovich, quelli che abbiamo visto sparare dai tetti sulla folla, hanno offerto le provocazioni necessarie per scatenare l’inferno e allarmare l’Europa. Hanno lanciato sassi con rudimentali catapulte, hanno bruciato camion,
seguito agenti e loro ufficiali fino nei dormitori per pestarli a morte con le spranghe di ferro, catturato con operazioni militari intere squadre di agenti più giovani e meno esperti. E hanno sparato anche loro, evidentemente, se è vero che molti poliziotti sono stati crivellati da colpi di arma da fuoco. Poco importa accertare chi abbia cominciato prima e perché. Di certo il coordinamento di Pravij Sektor ha ottenuto quello che voleva, spingere al limite estremo la rivoluzione, ridicolizzare i tentativi dei cosiddetti leader moderati di stringere accordi con Yanukovich, stipulare una tregua.
Con la complicità e i massicci finanziamenti di tanti oligarchi dell’Ovest del Paese che sognano un’Ucraina in Europa non per tanto per sentimentalismi ideologici quanto per incrementare i loro affari che sono tutti impostati verso la Germania e la Polonia e che avrebbero avuto un grave colpo da un eventuale rientro totale nell’orbita di Mosca. Nel retrobottega del suo quartier generale, Jarosh divide le sue attenzioni tra una cartina topografica di Kiev e la gigantografia di una ragazza strizzata in un bikini di jeans. Si arrabbia e molto quando gli dicono dell’assalto incendiario a una sinagoga di periferia: «Non è il momento di fare stronzate». Convoca due ex ufficiali che indossano con orgoglio un Pakol, il cappello tradizionale afgano, segno delle loro esperienze passate nell’Armata sovietica: «Dobbiamo restare al margine, il meno visibili possibile».
Per condizionare nell’ombra, e con la necessaria durezza, quello che avviene nella Kiev «liberata».

di Nicola Lombardozzi (da “Il Venerdì” del 7 marzo 2014)

Oggi viene presentata al Parlamento la nuova legge elettorale

costituzione_italianaLA VERITÀ SULLA LEGGE ELETTORALE

La legge elettorale attualmente all’esame del Parlamento presenta gli stessi caratteri di incostituzionalità sentenziati dalla Corte Costituzionale per il porcellum; deve essere radicalmente modificata oppure respinta:

– La composizione del Parlamento deve rispecchiare le opinioni dei cittadini; invece con il cosiddetto ‘premio di maggioranza’ si distorce la volontà degli elettori assegnando al primo turno la maggioranza assoluta a una lista o una coalizione rappresentativa anche solo del 37% dei voti validi; così il voto non è ‘uguale’ perché occorrono meno voti per eleggere un parlamentare della maggioranza che uno della minoranza;
– Il ricorso a un secondo turno di ‘ballottaggio’ nazionale nel caso in cui nessuno raggiunga la soglia del 37% aumenta ulteriormente la falsificazione della volontà popolare, assegnando comunque la maggioranza assoluta a un partito o una coalizione, indipendentemente dai voti ottenuti al primo turno (per esempio, anche solo il 20%); nemmeno la legge Acerbo voluta da Mussolini c’era arrivata;
– a causa delle soglie di sbarramento stabilite per liste e coalizioni saranno esclusi dal Parlamento milioni di elettori (l’8% minimo necessario per ottenere seggi per i partiti che si presentano da soli corrisponde, sulla base del voto del febbraio 2013, a quasi 3 milioni di elettori)
– con le liste bloccate e l’assegnazione dei seggi su base nazionale si impedisce agli elettori di esprimere la propria fiducia in uno specifico candidato; la legge proposta rende estremamente difficoltoso il rapporto fra elettori ed eletti, che vengono individuati su base nazionale con un procedimento complesso e difficilmente comprensibile; il meccanismo distorsivo può perfino impedire l’elezione di candidati che abbiamo ricevuto nei loro collegi la maggioranza dei voti, ma appartengano a partiti che non raggiungono la soglia minima a livello nazionale, tradendo completamente la volontà degli elettori
– con l’assegnazione della maggioranza assoluta a una coalizione o un partito si annullerà di fatto il potere di designazione del Presidente del Consiglio da parte del Presidente della Repubblica (art. 92 Cost); si trasformerà il Parlamento in un organo di mera ratifica della volontà deil’Esecutivo, ampliando il ricorso alla decretazione d’urgenza; si limiterà o annullerà l’indipendenza degli organismi di garanzia (come la Corte Costituzionale) che saranno omogenei alla maggioranza parlamentare;

Tutto questo non garantisce assolutamente la stabilità dei Governi e non limita il ‘potere di ricatto’ dei partiti minori o delle ‘correnti’, perché un gruppo di parlamentari può comunque sempre votare contro il Governo, causandone la caduta. Serve soltanto a imporre per legge la cancellazione del pluralismo delle idee, ad esempio su come uscire dalla attuale crisi socio-economica e non subire i ricatti della finanza intemazionale.
Pretendiamo il rispetto della Costituzione, facciamo valere la nostra volontà di cittadini, chiediamo una legge elettorale che ci restituisca il potere di scegliere parlamentari onesti e competenti.

RETE PER LA COSTITUZIONE – e-mail: [email protected] – Facebook: Rete per la Costituzione

La legge Acerbo del 1923

Un articolo di Paolo Ferrero su “Il Fatto Quottidiano” (Giacomo Matteotti con questa legge probabilmente non sarebbe mai stato assassinato, per il semplice motivo che non sarebbe stato eletto in Parlamento)