27 Gennaio 1945, Auschwitz viene liberata dall’esercito sovietico. Grazie Armata Rossa!

nessuno ha ringraziato coloro che hanno aperto i cancelli di Aus-birkenau
come segretario dell’ Anpi del Miranese sento il dovere morale storico politico umano
di farlo attraverso il sito dell’ANPI-MIRANO

GRAZIE ! GRAZIE! GRAZIE ! GRAZIE! GRAZIE! Bruno Tonolo

 

Giorno della Memoria 2012. Da Auschwitz-Birkenau a Jasenovac: Testimonianza diretta di Luigi Baldan

27 Gennaio 2012
“Giorno della Memoria”

OLOCAUSTO
da Ausw-Birkenau a Jasenovac

Documenti video
sui campi di sterminio europei

La solidarietà tra gli internati nei lager nazisti:
la testimonianza di Luigi Baldan

NON ESTRANIATEVI!

Sala Conferenze
Villa Errera – ore 20.45
MIRANO (VE)

Noi veneti indifferenti alle vittime di ieri e di oggi

ECCO COME FERDINANDO CAMON HA PRESENTATO  “Nessun giusto per Eva”:

Noi veneti indifferenti alle vittime di ieri e di oggi

Dal libro di Francesco Selmin «Nessun giusto per Eva» una riflessione Gli euro-cristiani non riconoscono gli altri come uguali a loro
di FERDINANDO CAMON
del 10 dic.2011

Noi veneti sappiamo poco, quasi niente della nostra storia. Anche di quella recente e grandiosa: per esempio, cos’è capitato nella seconda guerra mondiale, a Padova Este Castelbaldo Legnago Verona Rovigo Vicenza, cos’han fatto i fascisti, cos’han fatto i nazisti, come si sono comportati i nostri padri. Credevamo che le vittime dei nazi-fascisti, sui Colli Euganei, fossero una trentina. Poi uno storico di Este, un grande storico, dal metodo rigoroso e tenace, Francesco Selmin, si è messo a svolgere lunghe ricerche, e dopo due mesi è arrivato a contare una cinquantina di vittime, dopo altri due mesi ottanta, e infine ha superato il centinaio.
Ora questo stesso storico riesuma un argomento già scavato ma mai con tanta ricchezza di dettagli: la Shoah di Padova città e provincia. Cos’è successo agli ebrei padovani, dopo la decisione tedesca di procedere alla soluzione finale, e dopo la decisione italiana di accodarsi al turpe alleato nazista, e attuare le leggi razziali? Il libro di Selmin, che sarà in libreria da oggi, stampato a Verona dalla Cierre, s’intitola “Nessun giusto per Eva”, isolando tra le vittime la ragazzina Eva Ducci, con tanto di foto sulla copertina. Sì, il lamento è questo: non ci furono “giusti”, nel senso in cui usa Israele questo termine, onorando coloro che han fatto quel che han potuto per salvare gli ebrei.
Ma devo dire a Selmin che non mi sono lasciato prendere dalla corrente della sua narrazione che avanza ad estuario, diramandosi qua e là per accompagnare le vittime verso il loro ineluttabile destino (quasi tutte son finite ad Auschwitz-Birkenau, e lì han concluso la loro vita nel giro di pochi giorni o di pochissime ore), la mia angosciata attenzione era sempre per lo stesso problema, che non può non porsi alla nostra coscienza: noi, uomini di oggi, ci saremmo comportati diversamente? Avremmo capito? Avremmo avuto coscienza della non-differenza tra le vittime e noi, e l’assurdità di quella differenza che allora chiamavano razza?

I quasi cento ebrei, rastrellati a varie riprese a Padova e nel padovano, e prima riuniti nella villa Contarini Venier a Vo’, hanno avuto poca o nessuna comprensione da parte della popolazione che pure aveva spartito la vita con loro. L’immensa catastrofe si è svolta senza che le coscienze dei vicini ne vedessero l’ingiustificabilità.

Ho letto in passato, in un’altra fonte, che il parroco di Vo’, che ha prestato aiuto a queste vittime, alla loro domanda: “Ma cosa vogliono da noi?”, rispose con non stupida chiarezza: “Vogliono i vostri beni”. È una spiegazione marxiana: i beni, i soldi, gli ori, le case. Ma c’è anche una spiegazione freudiana. Col passar dei secoli gli ebrei venivan sentiti come irrimediabilmente “altri”, cioè nemici, e poiché si era in guerra, venivan trattati come nemici interni, perciò pericolosi, da eliminare. Chiamatela, se volete, spiegazione nicciana. Ma questo spiega il rapporto tedeschi-ebrei. E gli italiani? Noi cercavamo una terza posizione, che non c’era.
Gestito dai fascisti, il campo di concentramento di Vo’ non era un lager tedesco (com’era per esempio la Risiera di San Sabba a Trieste), non era un “mulino da ossa”, costruito per frantumare l’essere umano. Ma la ricerca di una terza posizione (per cui Vo’ ebbe anche un comandante “buono”), poiché lo spazio per una terza posizione non c’era, finisce per diventare collaborazionista, e cioè non evita il male, ma lo lascia accadere.

Sapevano, i nostri padri, il crimine che si compiva sotto i loro sguardi e con la loro, inerte o attiva, collaborazione? No, ma questo non li assolve. Allora come ora. Noi, euro-cristiani, non sappiamo riconoscere gli altri come uguali a noi. Né gli altri lontani (gli indigeni d’America, dopo Colombo), né gli altri colonizzati (che gasavamo o impiccavamo con crudele indifferenza), né gli altri in casa nostra, gli stranieri che arrivano ogni notte, morendo a decine.

Scambiamo la nostra superiorità tecnica ed economica per una superiorità umana. Gli altri sono diversi di pelle lingua costumi morale religione, e questa diversità noi la traduciamo in diversità di diritti. Non sono come noi, perciò non possono avere i nostri stessi diritti.
Dalla Shoah son passati settant’anni, tre generazioni. Adesso cominciamo a capire qualcosa. Se dell’indifferenza di oggi, verso i nuovi scarti della società, avremo coscienza fra altri settant’anni, vuol dire che il problema di capire vien demandato ai figli dei nostri figli. Appena nati. O ancora da nascere.
10 dicembre 2011

 

La Villa della Morte di Vo’

 

LA VILLA DELLA MORTE DI VO’
(dal Sole 24 ore di domenica 15 gennaio 2012)

Sessanta ebrei furono internati in un piccolo campo sui Colli Euganei. Tornarono
in tre. Francesco Selmin ne ricostruisce la storia

di Sergio Luzzatto

“Se l’Italia è caduta nella vergogna e nel disonore, se l’Italia conosce oggi il periodo più oscuro della sua
storia, ciò lo deve all’ebraismo, a quell’ebraismo che bisogna sterminare». «Dobbiamo pertanto liberarci una volta per sempre, senza sentimentalismi e senza discriminazioni, di questa genia malvagia di parassiti, che di italiano non ha che la cittadinanza usurpata e del tradimento il marchio inconfondibile».

Così, l’8 ottobre 1943, un giornale collaborazionista di Padova – «Il Veneto» – aveva suonato a raccolta contro la «razza ebraica maledetta da Dio». L’armistizio dell’8 settembre era stato annunciato da un mese esatto, Mussolini era stato liberato dalla prigione del Gran Sasso, la Repub-blica di Salò era sorta sulle ceneri dell’odioso tradimento del 25 luglio: che cosa bisognava attendere ancora perché i maggiori responsabili della rovina, i perfidi giudei, venissero colpiti da una «vendetta terrib¬le e annientatrice?» Eppure le stesse autorità germaniche si erano limitate, fino a quel momento, a recepire i dati anagrafici e gli indirizzi dei 544 ebrei di Padova schedati già nel 1938, dopo la promulgazione delle leggi razziali.

Per gli impazienti collaborazionisti patavini della Soluzione finale, la prima buona notizia arrivò il 19 ottobre sotto forma di un treno piombato: erano i carri bestiame che trasportavano gli oltre mille ebrei di Roma razziati nel ghetto tre giorni prima, il 16 ottobre 1943, e che transitarono per la stazione ferroviaria di Padova verso una direzione ufficialmente sconosciuta, ma certamente ingrata ai passeggeri. La seconda buona notizia arrivò il 14 novembre, quando il congresso di Verona del Partito fascista repubblicano definì gli appartenenti alla «razza ebraica», fossero pure cittadini italiani, «stranieri» di «nazionalità nemica». A quel punto, anche giornali moderati come il veneziano «Gazzettino» poterono scatenarsi contro gli infami «discendenti di Giuda».
Ili 1° dicembre, le prefetture della Repubblica di Salò ricevettero dal ministero degli Interni l’ordine di deportare «tutti gli ebrei» in «appositi campi di concentramento». E per allestire tali campi disposero di adattare una varietà di luoghi più o meno conformi alla bisogna: caserme, scuole, colonie estive, ville di campagna. Su una ventina in totale, il campo maggiore fu quello di Fossoli (presso Carpi, in provincia di Modena) che già era servito al concentramento di prigionieri di guerra. Quanto agli ebrei di’Padova e del Padovano, vennero concentrati in un’antica villa dal nome aristocraticamente risonante – villa Contarini Venier – situata nel cuore di Vo’ Vecchio, un borgo al margine occidentale dei Colli Euganei.

Trascurato per decenni dalla storiografia universitaria e quasi obliterato dalla memoria collettiva, il campo di concentramento di Vo’ è stato “riscoperto” una ventina d’anni fa grazie alle’ricerche di un studioso locale, Francesco Selmin: che ne restituisce ora la vicenda in un piccolo libro intitolato Nessun «giusto” per Eva. Si tratta di una ricostruzione tanto asciutta quanto sensibile del destino occorso a qualche decina fra gli ebrei padovani investiti dalla Soluzione finale; una specie di breve microstoria, ma rivelatrice di una storia grande e terribile.

Il titolo del libro viene all’autore da una giovane ebrea italiana di origini ungheresi, Eva Ducci, che dopo 1’8 settembre cercò scampo con la famiglia a Firenze e che, in realtà, nel campo di Vo’ non fu internata affatto: ma Eva aveva condiviso con altri ebrei del Padovano gli studi classici al liceo-ginnasio Tito Livio, prima di esserne esclusa dalle leggi razziali. Soprattutto, Eva Ducci condivise con la sessantina di ebrei internati a Vo’ dal dicembre 1943 al luglio 1944 (padovani in maggioranza, ma non solo: anche torinesi, triestini, sloveni) il destino della deportazione in Polonia. Fra gli ospiti coatti di villa Contarini Venier, soltanto tre – tre donne – ritorneranno salvi da Auschwitz.

Il campo di concentramento di Vo’ era così piccolo che Selmin ha potuto scriverne qualcosa come una storia totale: identificando per nome e per cognome non soltanto tutti i detenuti, ma anche la maggior
parte dei (pochi) carcerieri.
Selmin ha potuto inoltre ritrovare le tracce di alcune fra le suore elisabettine che prima dell’8 settembre avevano preso in affitto la villa, e che servivano i pasti ai futuri deportati. Ha ritrovato il menù (per così dire) di quei magrissimi pasti. Ha ritrovato perfino il fabbro al quale le autorità di Salò chiesero di costruire le griglie che dovevano impedire ai reclusi di scambiare lettere o messaggi con l’esterno. E Selmin ha ritrovato la bella figura del parroco di Vo’ Vecchio, don Giuseppe Rasia, che generosamente volle assistere gli ebrei internati nella villa, e i cui appunti costituiscono la fonte principale per questa storia della Shoah in miniatura.

Ci sono scene del libro che si fissano nella memoria. Come quella di Anna Zevi, un’ebrea di Este poco più che trentenne e gravemente malata, che i130 gennaio 1944 fu autorizzata a uscire da villa Contarini Venier per raggiungere la chiesa parrocchiale e ricevere il battesimo cristiano. Il suo fu un sacramento diverso dal battesimo che tanti ebrei italiani si erano fatti amministrare, dopo le leggi razziali del 1938, per ragioni più o meno opportunistiche, cioè nella speranza di scampare in tal modo alla persecuzione: nel gennaio del ’44 Anna Zevi aveva ormai il destino segnato, l’acqua santa da lei ricevuta sul capo non sarebbe comunque valsa a tenerla lontano dal treno per Auschwitz.

Altra scena indimenticabile, quella di una bambina di sei anni – si chiamava Sara Gesses, ed era figlia di un ebreo di origini russe con negozio di valigie a Padova – che al momento della chiusura del campo di Vo’ cercò in tutti i modi di scampare a una sorte della quale, peraltro, doveva sfuggirle la portata. Dapprima, il 17 luglio 1944, Sara riuscì (forse con l’aiuto delle guardie italiane del campo) a non salire sui camion che trasferirono a Padova i reclusi di Vo’. E anche quando, l’indomani, una terrorizzata madre superiora delle suore elisabettine consegnò la bambina alle autorità tedesche del capoluogo, ancora Sara cercò di sfuggire al pullman destinato alla triestina Risiera di San Sabba, tappa intermedia del viaggio verso la Polonia.
Ma Sara, sei anni, non riuscì nell’intento. Finì per salirci anche lei,sul convoglio 33T, il suo treno per Auschwitz. Con tutti gli altri internati di Vo’, sbarcò sulla rampa di Birkenau nella notte fra il 3 e il 4 agosto 1944. E come quasi tutti gli altri, fu immediatamente “selezionata” e mandata in gas.

Francesco Selmin, Nessun «giusto» p Eva. La Shoah a Padova e nei Padovano, Cierre edizioni, Sommacampagna (Verona), pagg. 162, € 12,50

 

Vai alla presentazione di Ferdinando Camon: http://anpimirano.it/2012/noi-veneti-indifferenti-alle-vittime-di-ieri-e-di-oggi/

Giornata della Memoria: La lunga marcia dei 54

In occasione della “GIORNATA DELLA MEMORIA” dei partigiani
fucilati dai nazifascisti al cimitero di Mirano il 17-gennaio-1945 la
Sezione di Mirano dell’Anpi presenta il film:

“La lunga marcia dei 54”.

 

alle ore 20.45 del 20 gennaio 2012 presso la Sala Conferenze di
Villa Errera a Mirano con interventi di Alberto Gambato e Laura
Fasolin. Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti.

 
scarica volantino:

Giornata della memoria – La Lunga Marcia dei 54

 

SINOSSI:
Dopo un rastrellamento durato tutto il giorno precedente nelle campagne di
Castelguglielmo (RO) e costato la vita ad 11 tra civili e partigiani, il 15 ottobre 1944
a Villamarzana (RO) il regime nazifascista perpetrò l’esecuzione di 43 persone,
partigiani e non, tramite fucilazione. Venne adottata la legge tedesca 1-10. Un ‘Primo
Esempio’ di rappresaglia rispetto alle azioni partigiane nel Medio ed Alto Polesine.
LAURA FASOLIN / Coordinatrice del progetto Centro di Documentazione sugli
eccidi nazifascisti di Villamarzana (RO):
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LA RESISTENZA IN MONTAGNA

LA RESISTENZA IN MONTAGNA

[Relazione di Roberto Tacca al convegno organizzato dall’ANPI di Mirano per la “Giornata della Memoria dedicata ai Martiri di Mirano, Sala conferenza di Villa Errera, Mirano, 11 dicembre 2011]

Convegno a Mirano, 11 dicembre 2011.

Ritengo necessario, per una buona comprensione dell’argomento, focalizzare l’attenzione su 3 punti principali tra loro collegati: le principali caratteristiche dell’Alpenvorland; la Resistenza nelle province di Bolzano e Trento; la Resistenza nel bellunese.

Se parliamo di Resistenza in montagna diventa necessario un prologo di cosa fosse l’Alpenvorland e del perché della sua creazione.
All’indomani dell’annuncio dell’armistizio italiano con le forze alleate il regime nazista fondò due regioni autonome a statuto speciale di fatto annesse, pur senza alcuna dichiarazione, al III Reich (10 settembre 1943). Si tratta dell’Alpenvorland (Prealpi), che inglobava le province di Bolzano, Trento e Belluno; e dell’ Adriatisches Kustenland (Litorale Adriatico) che comprendeva una zona più vasta dal Friuli fino a Fiume, in Istria, e quasi tutta l’attuale Slovenia.
Noi qui ci occuperemo solo Continua a leggere

Nel Miranese la “difficile” Resistenza di pianura

Nel Miranese la “difficile” Resistenza di pianura.

[Relazione di Maria Luciana Granzotto al convegno organizzato dall’ANPI di Mirano per la “Giornata della Memoria dedicata ai Martiri di Mirano, Sala conferenza di Villa Errera, Mirano, 11 dicembre 2011]

Qui il file Pdf completo di note:
Maria Luciana Granzotto Nel Miranese la difficile resistenza di pianura

 

Il miranese , o meglio, quel tratto di pianura veneta compreso tra le città di Padova, Venezia e Treviso, è stato teatro di una Resistenza che dalla città ha ricevuto l’impulso per nascere e svilupparsi. Possiamo individuare due fasi del movimento partigiano, che sono in sintonia col quadro nazionale : una prima fase, che va dal settembre ’43 alle soglie della primavera del ’44, in cui le persone coinvolte furono poche e legate ai vertici militari e politici; una seconda fase in cui la base del movimento partigiano tanto in pianura, quanto in montagna, si era allargata e politicizzata.

Padova in questo contesto svolse un ruolo di assoluto rilievo, in città vi era il Comando Regionale Veneto della Resistenza, il cui nucleo operativo faceva capo all’università cittadina.
Il 1° settembre era stato nominato nuovo rettore dell’Università Concetto Marchesi, prorettore Egidio Meneghetti, farmacologo, l’8 settembre si era diffusa la notizia dell’armistizio. Il giurista e prestigioso uomo politico azionista Silvio Trentin, esule in Francia dal 1926, in quei giorni era a Padova; il 10 la città fu occupata dalle truppe tedesche.

In una data imprecisa di questo periodo Continua a leggere

In ricordo del Partigiano Felice Montanari

Che peso hanno nella storia gesti come quello di Felice Montanari, giovane partigiano a soli sedici anni?

Oggi si vorrebbero commemorare anche quelli che dell’Italia fecero scempio tanti anni orsono e dimenticarsi dei giovani come Felice Montanari, che senza nulla pretendere per se stessi, hanno tracciato la strada della libertà per questo Paese. E non c’è nulla di più ingannevole, perchè per quanto si voglia confondere e millantare la storia, la vicenda di Felice Montanari è quanto di più autentico e veritiero nel rimarcare la differenza tra chi combatté da partigiano nella Resistenza e chi fu fascista fino in fondo.

Se è vero che là dove è morto un partigiano è nata la Costituzione, allora sono davvero tanti i luoghi che riconducono ad Essa e quale sia stato il prezzo per avere una carta come quella del nuovo Stato risorto dal Fascismo.

Felice Montanari era nativo di Canneto sull’Oglio in provincia di Mantova, faceva il garzone in una bottega di barbiere. Diventò partigiano molto presto, a sedici anni, come tanti giovani del tempo. Un gesto d’istinto, di ribellione, una scelta chiara. All’alba del 5 gennaio 1945, isolato dal resto della squadra, “Nero” trovò rifugio nel casello ferroviario numero 23 della linea tra Boretto e Poviglio, aveva con sé un sottufficiale tedesco preso prigioniero.

Tedeschi e fascisti lo individuarono e circondarono il casello. Resistette per ore, sparando da più finestre per far credere di non essere solo. Poi, tentando un ultimo assalto, i nazifascisti presero dei civili e li usarono come scudi umani, Nero a questo punto, a corto di munizioni e per non sparare su quegli innocenti, prima liberò il suo prigioniero e poi si sparò. Sul muro del casello scrisse: “Perduto. Portate un fiore rosso”.

Alessandro Fontanesi  –  “Il Fatto Quotidiano”  5 gennaio 2012