La memoria non va in cenere

indexRosario Bentivegna, medaglia d’argento al Valor Militare e comandante partigiano del Gruppo d’Azione Patriottica “Carlo Pisacane” di Roma non avrebbe voluto essere sepolto in alcun cimitero. Lo lasciò scritto nelle sue «Disposizioni in caso di mia morte» conservate ancora oggi da Patrizia Toraldo di Francia, sua compagna di vita per 38 anni. Alle persone che «mi hanno amato e che ho amato» lasciò scritto «Non mettetemi dietro una lapide». Tanto meno avrebbe pensato ad un monumento o una targa celebrativa, lui che fulminava con lo sguardo chiunque lo chiamasse “eroe”. «Io credo solo -ripeteva quasi pedagogicamente- che in alcuni momenti della storia si verificano condizioni per cui ci sono persone giuste al posto giusto». Ha sempre sentito Roma sulla pelle ed ha amato visceralmente la sua città. La dispersione delle sue ceneri nel Tevere non gli sarebbe affatto dispiaciuta.
Tuttavia la vicenda della sua «mancata sepoltura», e di quella della medaglia d’oro Carla Capponi, interroga di nuovo l’inquieto rapporto tra la città ed i suoi figli partigiani. Un passato prossimo che, fatta salva la retorica d’ufficio delle celebrazioni ufficiali, mantiene a distanza di settantanni tutto il suo carattere di irrequieto ingombro non tanto dinanzi alla storia, che ha già emesso il suo assiomatico giudizio sul valore dei partigiani, quanto di fronte ad una società civile e ad una sfera pubblica refrattarie alle scelte di campo valoriali e permanentemente protese ad alimentare la damnatio memoriae di quegli eventi della guerra partigiana che, segnando una linea di faglia in grado di definire un prima e un dopo, avrebbero dovuto impedire il perpetrarsi di persistenze conservative, continuità istituzionali e autoassoluzioni collettive dopo il fascismo.
In questo senso l’esempio del vissuto resiliente dei gappisti, che dal terrore dell’occupazione nazista seppero trarre il coraggio della lotta di Liberazione, sembra rappresentare ancora oggi un elemento eterodosso della storia recente di Roma, non assimilato, quando non addirittura contestato, nella sua legittimità da parti marginali ma non non esigue della città. Di ciò che stiamo facendo non dovremmo parlare con alcuno né oggi, né domani né dopodomani». Quando Mario Fiorentini, comandante del Gap “Antonio Gramsci”, indicava ai suoi compagni le regole essenziali della lotta armata faceva certamente riferimento alle norme di compartimentazione e segretezza necessarie alla rete clandestina del Pci ma allo stesso tempo cercava di sollecitare il pudore delle coscienze in quei giovanissimi combattenti che nonostante la nobile scelta compiuta non avrebbero dovuto mai dimenticare il peso umano di quelle azioni alle quali avrebbe reso ragione soltanto la straordinarietà del tempo della storia all’epoca della seconda guerra mondiale.                                                                                                                 Lucia Ottobrini, medaglia d’argento dei Gap romani, oggi quasi si ritrae, seppur con tutta la delicata grazia dei suoi modi, di fronte alla necessità di ricordare un’esperienza tanto dura quanto straordinaria per lei cattolica e comunista. Per i componenti dei Gap, donne e uomini che potevano restare mesi senza parlare con nessuno ed attaccare militarmente da soli soldati tedeschi e collaborazionisti fascisti, il peso della solitudine e l’unicità di quel vissuto furono resi sopportabili solo dalla convinzione assoluta della giustezza di quella scelta di vita. Alla nuova repubblica democratica sarebbe poi spettato il compito storico di «fondarsi sulla Resistenza» ovvero non celebrare in stile marziale le vicende di guerra o i loro protagonisti ma esaltare i valori universali che quelle azioni partigiane avevano significato e per cui erano state compiute.                                      I gappisti però, fin dall’immediato dopoguerra rappresentarono il convitato di pietra della riappacificazione nazionale fondata sulla rimozione del passato. Per questo hanno sempre pagato un prezzo. Il primo processo della Roma liberata del 1944 venne celebrato dagli Alleati contro Bentivegna, poi assolto, per il caso Barbarisi mentre già durante il processo Kappler del 1948 i Gap, e finanche il vertice della Giunta militare di Roma Amendola-Bauer-Pertini, furono accusati come fossero loro, e non i nazisti, i responsabili della strage delle Fosse Ardeatine. Calunniati dalla stampa neofascista e da molti «maestri del giornalismo», si difesero ottenendo sempre smentite ufficiali, scuse pubbliche e risarcimenti. Nel 1964 furono inseriti nelle liste golpiste del «Piano Solo» di De Lorenzo che disponeva la loro deportazione nei campi di Gladio a Capo Marrargiu.     Negli anni ’70 molti subirono minacce di attentati da parte di gruppi dell’estrema destra, mentre a metà anni ’90, quando solo i tumulti davanti al tribunale militare impedirono a Priebke di tornare libero in Argentina, si trovarono ancora accusati della responsabilità dell’eccidio del 24 marzo 1944. Ad una giornalista francese che gli chiedeva quale fosse il suo giudizio finale tra il dato ed il ricevuto dall’esperienza partigiana Bentivegna rispose: «È una domanda difficile. Perché mi ha tolto molto spazio ma mi ha dato l’orgoglio del dovere fatto in fondo anche a costo della vita. Perché la vita non è solo quella che si può perdere in battaglia». Quella dei Gap è una storia che «divide». Separa la libertà dalla dittatura; il progresso dalla reazione; la modernità dall’oscurantismo.

Per scegliere da che parte stare non servono lapidi.

Davide Conti, Il Manifesto del 27 settembre 2014

Usa, il riarmo nucleare del Premio Nobel per la pace

20140325_obama1Cinque anni fa, nell’ottobre 2009, il presidente Barack Obama fu insignito del Premio Nobel per la Pace in base alla «sua visione di un mondo libero dalle armi nucleari, e al lavoro da lui svolto in tal senso, che ha potentemente stimolato il disarmo». Motivazione che appare ancora più grottesca alla luce di quanto documenta oggi un ampio servizio del New York Times: «L’amministrazione Obama sta investendo decine di miliardi di dollari nella modernizzazione e ricostruzione dell’arsenale nucleare e degli impianti nucleari statunitensi».
A tale scopo è stato appena realizzato a Kansas City un nuovo enorme impianto, più grande del Pen­tagono, dove migliaia di addetti, dotati di futuristiche tecnologie, «modernizzano» le armi nucleari, testandole con avanzati sistemi che non richiedono esplosioni sotterranee. L’impianto di Kansas City fa parte di un «complesso nazionale in espansione per la fabbricazione di testate nucleari», comp­osto da otto maggiori impianti e laboratori con un personale di oltre 40mila specialisti. A Los Alamos (New Mexico) è iniziata la costruzione di un nuovo grande impianto per la produzione di plutonio per le testate nucleari, a Oak Ridge (Tennessee) se ne sta realizzando un altro per produrre uranio arric­chito ad uso militare. I lavori sono stati però rallentati dal fatto che il costo del progetto di Los Ala­mos è lievitato in dieci anni da 660 milioni a 5,8 miliardi di dollari, quello di Oak Ridge da 6,5 a 19 miliardi.
L’amministrazione Obama ha presentato complessivamente 57 progetti di upgrade di impianti nucleari militari, 21 dei quali sono stati approvati dall’Ufficio governativo di contabilità, mentre 36 sono in attesa di approvazione. Il costo stimato è allo stato attuale di 355 miliardi di dollari in dieci anni. Ma è solo la punta dell’iceberg. Al costo degli impianti si aggiunge quello dei nuovi vettori nucleari.
Il piano presentato dall’amministrazione Obama al Pentagono prevede la costruzione di 12 nuovi sot­tomarini da attacco nucleare (ciascuno in grado di lanciare, con 24 missili balistici, fino a 200 testate nucleari su altrettanti obiettivi), altri 100 bombardieri strategici (ciascuno armato di circa 20 missili o bombe nucleari) e 400 missili balistici intercontinentali con base a terra (ciascuno con una testata nucleare di grande potenza, ma sempre armabile di testate multiple indipendenti).
Viene così avviato dall’amministrazione Obama un nuovo programma di armamento nucleare che, secondo un recente studio del Monterey Institute, verrà a costare (al valore attuale del dollaro) circa 1000 miliardi di dollari, culminando come spesa nel periodo 2024-2029. Essa si inserisce nella spesa militare generale degli Stati uniti, composta dal bilancio del Pentagono (640 miliardi di dollari nel 2013), cui si aggiungono altre voci di carattere militare (la spesa per le armi nucleari, ad esempio, è iscritta nel bilancio del Dipartimento dell’Energia), portando il totale a quasi 1000 miliardi di dol­lari annui, corrispondenti nel bilancio federale a circa un dollaro su quattro speso a scopo militare.
L’accelerazione della corsa agli armamenti nucleari, impressa dall’amministrazione Obama, vanifica di fatto i limitati passi sulla via del disarmo stabiliti col nuovo trattato Start, firmato a Praga da Stati uniti e Russia nel 2010 (v. il manifesto del 1° aprile 2010). Sia la Russia che la Cina accelereranno il potenziamento delle loro forze nucleari, attuando contromisure per neutralizzare lo «scudo anti-missili» che gli Usa stanno realizzando per acquisire la capacità di lanciare un first strike nucleare e non essere colpiti dalla rappresaglia.
Viene coinvolta direttamente nel processo di «ammodernamento» delle forze nucleari Usa anche l’Italia: le 70-90 bombe nucleari statunitensi B-61, stoccate ad Aviano e Ghedi-Torre, vengono tra­sformate da bombe a caduta libera in bombe «intelligenti» a guida di precisione, ciascuna con una potenza di 50 kiloton (circa il quadruplo della bomba di Hiroshima), particolarmente adatte ai nuovi caccia Usa F-35 che l’Italia si è impegnata ad acquistare. Ma di tutto questo, nei talk show, non si parla.

Manlio Dinucci, Il Manifesto

L’orazione ufficiale del 70° anniversario del rastrellamento del Grappa

OLYMPUS DIGITAL CAMERAQuesta è l’orazione ufficiale della Dott.ssa Sonia Residori, storica e componente del direttivo dell’ISTREVI “Ettore Gallo”, nel giorno del 70° anniversario del rastrellamento del Grappa. Una relazione che ha fatto dimenticare per un momento, le tante assenze di una ricorrenza che dovrebbe essere per l’Anpi e per la popolazione della pedemontana una giornata dedicata alla memoria del sacrificio dei tanti partigiani trucidati. Il sindaco di Crespano, Rampin Annalisa (non vuole essere chiamata “sindaca”) ha sottolineato anche lei la delusione per una giornata che avrebbe dovuto essere ben diversa da come è stata. Per finire il quadro deludente c’era perfino un banchetto di una sezione dell’Anpi che vendeva libri, facendo della memoria semplice mercimonio. E la memoria dei nostri partigiani non merita queste giornate.

Buongiorno a tutti, alle cittadine e ai cittadini presenti, ai rappresentanti delle associazioni partigiane e dei reduci, ai signori Sindaci e alle autorità di tutti i comuni oggi qui intervenuti.
Ringrazio prima di tutto il prof. Vittorio Andolfato, presidente dell’Associazione 26 settembre per avermi invitata a ricordare, in questa celebrazione, quello che è stato uno dei momenti più terribili della Resistenza vicentina e italiana, il rastrellamento del Grappa.
Nell’estate del 1944, il massiccio del Grappa, il “Monte sacro” degli italiani, rappresentava una specie di lembo di terra liberata, una sorta di zona franca, per antifascisti, renitenti e disertori, per i giovani che non intendevano aderire alla Rsi e collaborare con l’occupante tedesco.
Anche per gli ex prigionieri alleati, fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre, il Grappa rappresentava il territorio della salvezza vuoi per la presenza delle brigate partigiane nelle quali in molti si arruolarono, vuoi perché costituiva una tappa importante nel loro lungo viaggio verso la Svizzera.
Tra il 20 e il 21 settembre 1944, ingenti forze militari tedesche portarono l’attacco alle formazioni partigiane che presidiavano il massiccio del Grappa. Le forze della Resistenza ebbero un numero esiguo di perdite, ma non disponendo di armi adeguate e neppure di munizioni sufficienti, dopo un breve tentativo per contrastare il nemico, dovettero abbandonare il terreno. Alle ore 13 del 21 settembre 1944 il Comando partigiano diramò alle formazioni l’inevitabile “si salvi chi può”.
Gli altri giorni, quelli che vanno dal 22 fino alle prime ore del 29 settembre, furono caratterizzati dalla distruzione del territorio e delle case da parte dei rastrellatori, ma soprattutto dalla caccia all’uomo condotta con ogni mezzo. La maggior parte dei partigiani, infatti, era riuscita a sganciarsi e, superando i posti di blocco disposti da centinaia di fascisti italiani attorno al massiccio, a trovare un nascondiglio o a tornare a casa.
Con un piano diabolico il Comando tedesco indusse i genitori, gli amici e i parenti a far presentare i ragazzi partigiani promettendo loro salva la vita. Purtroppo, come cinicamente ebbe a dire l’ex federale Passuello, «in tempo di guerra la parola d’onore non vale nulla», e la promessa era in realtà un inganno.
Per alcuni giorni tutti i paesi della fascia pedemontana del Grappa divennero un grande patibolo, nel quale si susseguirono fucilazioni ai lati delle strade e all’interno della caserma Reatto e impiccagioni di giovani uomini ai pali della luce, agli alberi, ai poggioli delle case.
Il massacro terminò nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944, con l’eccidio avvenuto al quadrivio di Caselle d’Asolo, con l’uccisione degli ultimi partigiani condannati a morte, i 51 uomini ai quali il vescovo, mons. Zinato, credeva di aver salvato la vita con il suo intervento personale e dei quali non è mai stato trovato il corpo.
I reparti che portarono l’attacco al massiccio del Grappa, scontrandosi con i partigiani, erano esclusivamente tedeschi perché ai fascisti italiani collaboratori era riservata in genere una funzione di supporto. Solo la 1a legione d’assalto Tagliamento ebbe il “privilegio” di combattere al loro fianco: si trattava di un reparto di italiani che avevano giurato fedeltà a Hitler e che erano agli ordini esclusivi del Comando SS in Italia, una delle «migliori unità» naziste del gen. Wolff.
Di tale reparto, che si distinse per crudeltà anche in altre zone del Paese, fecero parte alcuni personaggi che divennero poi famosi in varia misura nell’Italia democratica. Giorgio Albertazzi, celebrato e applaudito attore di teatro; Augusto Ceracchini, considerato il «padre delle arti marziali» in Italia; Carlo Mazzantini, padre della più conosciuta Margaret, ma scrittore di successo egli stesso; Giose Rimanelli romanziere, professore emerito d’Italiano e letteratura comparata negli Stati Uniti. Tutti e quattro hanno lasciato le loro memorie ai posteri raccontando diffusamente della loro esperienza di volontari di Salò, ma facendo scendere un pesante silenzio su ciò che successe nel Vicentino, in particolare sul Grappa come se la legione Tagliamento non fosse mai stata nel nostro territorio. Dal momento che i documenti del reparto erano stati distrutti, queste loro memorie sono state storia per diversi anni.
Eppure secondo le denunce delle vittime, recuperate fortunosamente, i legionari della Tagliamento devastarono il Grappa ovunque: razziarono e bruciarono le casere della zona, si impossessarono di centinaia di capi di bestiame, arrestarono tutti i civili incontrati sul cammino stuprando le ragazze, uccidendo con indifferenza.
La presenza dei legionari è confermata sul luogo dove si consumò il dramma a Bassano il 26 settembre 1944, quando 31 giovani tra partigiani e civili, furono appesi agli alberi delle vie cittadine, con il cartello “Bandito” sul petto. L’esecuzione, allestita su tre vie alberate della cittadina trasformate in improvvisati patiboli, venne eseguita, tra gli altri, anche da legionari della Tagliamento.
Così come i legionari fecero parte altresì dei plotoni di esecuzione all’interno della caserma Reatto.
Nelle loro memorie Albertazzi, Mazzantini, Rimanelli e Ceracchini non nominano mai, neppure per errore, nessuna località del Vicentino.
Giorgio Albertazzi ha minimizzato tutta la sua partecipazione di ufficiale volontario alla repubblica di Salò, con una frase, ormai molto nota: «Io i partigiani li ho sempre visti scappare, le poche volte che li ho visti». Nel suo romanzo autobiografico, quando si tratta di raccontare il soggiorno vicentino della legione Tagliamento, il filo della memoria s’interrompe con un blak-out, e sposta direttamente il reparto da Pesaro Urbino alla Val Camonica, come se avere il comando di uno dei tre plotoni di cui era composta la 3a Compagnia, e aver partecipato al massacro del Grappa, fosse stato un fatto del tutto accidentale.
Lo scontro in cui fu ucciso l’eroico comandante Vico Todesco, il cap. Giorgi, assieme a Giuseppe Andriolo, Giampaolo Arsié, Antonio Cadorin e Giuseppe Dalla Zanna, avvenne nei pressi di Monte Oro, a Busa delle Càvare, tra i partigiani della Brigata “Italia Libera Campo Croce” e i legionari della 3a Compagnia della Legione “Tagliamento” nella quale era inquadrato con il grado di sottotenente anche Giorgio Albertazzi, allora comandante del 2° Plotone Fucilieri.
Eppure “Ah, sia chiaro: io sul monte Grappa non c’ero proprio” così rispondeva Albertazzi al giornalista del Giornale di Vicenza, Stefano Ghirlanda, che lo intervistava il 7 febbraio 2007.
Questa “dimenticanza” unita alla distruzione di tutta la documentazione attuata dal reparto al momento della resa, ricorda il comportamento delle truppe SS che quando si ritiravano dai campi di concentramento, distruggevano il più possibile, proprio per uccidere la memoria, sostenendo che tanto nessuno avrebbe creduto…
Lo storico francese Jacques Le Goff osserva come la commemorazione del passato abbia conosciuto un vertice nella Germania nazista e nell’Italia fascista in quanto «la memoria collettiva ha costituito un’importante posta in gioco nella lotta per il potere condotta dalle forze sociali. Impadronirsi della memoria e dell’oblìo è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi, degl’individui che hanno dominato e dominano le società storiche. Gli oblii, i silenzi della storia sono rivelatori di questi meccanismi di manipolazione della memoria collettiva».
Offende il mio senso civico ed etico il sapere che Albertazzi, Ceracchini, Mazzantini e Rimanelli hanno vissuto a lungo e indisturbati, senza mai assumersi la responsabilità delle loro azioni, anzi talora sventolando spavaldi la militanza in un reparto assassino, tal altra protestando indignati per la propria buona fede e ancora affermando la validità della propria idea nonostante abbia ridotto l’Europa intera ad un gran cimitero.
Come possiamo costruire una società civile e democratica se nessuno è mai responsabile di niente? Distruggere ma anche solo intaccare la memoria di un individuo o di un gruppo umano, significa attentare alle sue radici e mettere a repentaglio la sua stessa identità pregiudicando la capacità di progettare il futuro.
Il recupero della memoria, la sistemazione e l’interpretazione del passato possono contribuire tanto alla costituzione dell’identità, individuale o collettiva, quanto alla formazione dei nostri valori.
Nel dopoguerra nessuno pagò per un massacro costato circa 300 vite umane e l’assenza di giustizia ha reso il dolore ancora più straziante. Lo storico non è un giudice, non ha il compito di stabilire chi è colpevole e chi è innocente, ma stabilisce lo svolgimento dei fatti, a volte con lacune perché è impossibile riparare alla distruzione dei documenti, in ogni caso contribuisce, se fa bene il suo mestiere, alla ricostituzione più corretta della memoria collettiva e, parzialmente, al risarcimento per l’assenza di giustizia, individuando le responsabilità e riconoscendo le vittime.
Io credo che siamo debitori, per dirla con le parole del filosofo Ricoeur, nei confronti di coloro che ci hanno preceduto di una parte di ciò che siamo e nella misura in cui il passato contribuisce a fare di noi ciò che siamo, dobbiamo rispondere del passato. Se oggi noi viviamo in un Paese con molte storture sulle quali possiamo lavorare, ma democratico e libero, lo dobbiamo alle vittime del massacro del Grappa, al sacrificio di questi giovani resistenti verso i quali deve andare tutta la nostra gratitudine. E queste mie parole vogliono essere un piccolo tributo di riconoscenza. Grazie.

 

Giornata internazionale della Pace indetta dalle Nazioni Unite

Ai cittadini del mondo

Il 21 settembre è la giornata internazionale della Pace indetta dalle Nazioni Unite.
L’ Anpi di Mirano intende commemorarla facendo conoscere l’invito pressante del Sindaco di Hiroshima rivolto in special modo ai Sindaci delle città affinché acquisiscano.
La consapevolezza della necessità di iscriversi a Majors for Peace e dell’obbligo etico morale che questo comporta , per conseguire l’obbiettivo della distruzione delle armi  nucleari, tutte!!!!, entro il 2020.

Inoltre tutti coloro che desiderano rispettare ed onorare una convivenza tra gli umani basata sul Diritto Internazionale sancito dallo Statuto delle Nazioni Unite e non sulla deterrenza dell’eventuale uso di un mix di armi nucleari e convenzionali per risolvere le situazioni di conflitto , possono sottoscrivere la Petizione lanciata dal Sindaco di Hiroshima Presidente di Majors for Peace :

-è sufficiente cliccare su Google     z petition Hiroshima

– sulla schermata che apparirà cliccare (la prima voce !) petition on line

Distruggiamo le armi nucleari !!!!     FIRMA ANCHE TU !!!!

Anpi Mirano

In allegato la lettera del sindaco di Hiroshima  MATSUI Kazumi presidente Mayors for Peace, l‘informativa su Sindaci per la pace, l’interrogazione del deputato Tatiana Basilio componente IV Commissione Difesa della Camera dei Deputati.

Borgata Paraloup, la montagna viva

paraloupSotto le lose di pietra, senza la paglia su cui dormire. E, ogni giorno, a tirar la cinghia. A Paraloup, la più alta borgata di Rittana, Valle Stura (Cuneo), la vita era sacrificio. La guerra saliva dalla pianura. Ma, a 1.361 metri dal livello del mare, succedeva qualcosa di diverso: «Fra le povere baite tutto è vivo, in movimento: partigiani che puliscono le armi, che spaccano la legna, che tornano dalle corvées con i muli. Strano esercito. Uomini senza gradi, senza divise, sbrindellati: gente che parla tutti i dialetti, dal piemontese al siciliano. Molti i colori: maglioni e giubbotti rossi, gialli, con il grigioverde di sfondo, proprio come apparivano i campi di sci prima della guerra». A scrivere è Nuto Revelli (La guerra dei poveri, Einaudi), che a Paraloup arrivò solo nel febbraio del 1944, dopo la tragica esperienza della Russia, che aveva decimato gli alpini italiani, suoi compagni, in nome del patto d’acciaio tra Italia fascista e Germania nazista. Paraloup, che letteralmente significa «difesa dai lupi», è uno sparuto gruppo di baite. Così raccolto, ma pieno di storia da essere uno dei luoghi fondativi della nostra Repubblica.
Torniamo, allora, alla fine dell’estate del 1943, quando i lupi non avevano il pelo, ma elmetti, scarponi chiodati, mitra e croci uncinate sul petto e percorrevano quelle montagne a caccia di ebrei, soldati sbandati e disertori. Era passato poco più di un mese dalla caduta di Mussolini e dal famoso discorso che il giovane avvocato cuneese Tancredi Galimberti, chiamato da tutti Duccio, pronunciò, il 26 luglio, alla finestra del suo studio rivolgendosi alla folla gremita in piazza Vittorio: «La guerra continua fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista». La sera dell’8 settembre, il giorno in cui con l’armistizio crollavano le istituzioni dello Stato italiano, un gruppo di cittadini si riunì nello studio di Duccio. La decisione era stata presa. Si partiva per le montagne. Lassù su quelle cime che Giorgio Bocca descrisse, poi, come «il sostituto della sfida civile», un luogo «fuori dal fascismo», imperante in pianura, si preparava la nuova Italia.
Partirono da Cuneo diretti a Valdieri, in Valle Gesso, con al seguito un camion carico di armi e masserizie. Erano in dodici, come gli apostoli, solo uno di loro aveva maneggiato munizioni. «Strano gruppo di improbabili guerrieri, che avrebbe senza dubbio fatto arricciare il naso a più d’uno dei numerosi ufficiali di Stato maggiore che rifiutavano la collaborazione con i “ribelli”, perché non la consideravano una cosa seria» ha notato Marco Revelli (Resistenze, quelli di Paraloup, Edizioni Gruppo Abele). Il 12 settembre, si spostarono a Madonna del Colletto, sul valico che congiunge la Valle Stura e la Grana. Ma il luogo era indifendibile. Ecco perché scelsero Paraloup, sull’altro versante, dove arrivarono intorno al 20, il giorno dopo l’eccidio nazista di Boves, il primo nel Nord. Quello era il luogo ideale, a guardalo, oggi, si resta col fiato sospeso. Collocato sotto una cima pelata, dove frassini, faggi e betulle, dopo essersi fatti stretti, si allargano in una balconata naturale, da cui si può controllare tutta la pianura cuneese. La vista spazia per decine di chilometri.
I dodici, tra cui Dante Livio Bianco e Duccio Galimberti, non sono gli unici, giovani o meno, che salirono in montagna in quei giorni convulsi. Ma, con la fondazione del nucleo della banda «Italia libera», costituirono — secondo lo storico e partigiano Mario Giovana (La storia di una formazione partigiana, Einaudi) — la prima formazione partigiana militarmente organizzata e politicamente inquadrata. Facevano riferimento a Giustizia e libertà. Così, proprio qui, in Valle Stura, in un alpeggio dimenticato, un antro povero e remoto del Piemonte meridionale, iniziò la Resistenza al nazifascismo. Paraloup è stato, per alcuni mesi tra il 1943 e il 1944, un microcosmo di democrazia diretta e mescolamento sociale, in una montagna tradizionalmente restia al palcoscenico della Storia. In questa singolare enclave alpina si incontrarono magistrati e operai, avvocati e contadini, professori, commercianti e montanari. Tra le asprezze della guerra nasceva la coscienza civile, base dell’Italia libera, e — parallelamente — si organizzavano le azioni contro l’occupazione nazifascista del territorio.
Col tempo, nel dopoguerra, la montagna si spopolò, e così pure Paraloup. I tetti incominciarono a crollare, l’erba a crescere. E quel luogo cadde nel dimenticatoio, andando ad aggiungersi al lungo elenco di borghi fantasma. Paraloup incarna Il mondo dei vinti (Einaudi) raccontato da Nuto. Una montagna spopolata e abbandonata, che ha custodito fino a oggi una cultura «altra», da cui si dovrebbe recuperare un rapporto consapevole con la natura. Per 50 anni, le case dei pastori sono rimaste vuote e preda dell’incuria. Fino a quando la Fondazione Nuto Revelli, presieduta dal figlio Marco, storico e sociologo, dopo aver acquistato le baite, ha completato nel 2013 il lungo progetto di ristrutturazione, elaborato dagli architetti Daniele Regis, Valeria Cottino, Dario Castellino e Giovanni Barberis, che hanno preservato i tessuti murari delle baite con la costruzione di un involucro di legno. L’obiettivo è stato quello di ridare vita alla «Pompei dei partigiani», non per farne un museo o un luna park per cittadini, ma un luogo aperto e vivo, simbolo della memoria e modello della civiltà alpina. A partire da un nuovo spazio per la comunità di Rittana, per tentare così il riscatto dei vinti. Come ha spiegato Marco Revelli: «Non sarebbe giusto limitare il messaggio che Paraloup è in grado di comunicare, con le sue case e le sue pietre, i suoi sentieri e i suoi pascoli, ai soli «venti mesi» di vita partigiana. Recuperare Paraloup significa anche farne un luogo di conoscenza (e «riconoscenza») di generazioni montanare».
Da giugno, tre mesi fa, Paraloup e le sue baite sono un rifugio alpino a tutti gli effetti. Lo gestiscono tre giovani, che hanno preso zaino e scarponi e sono saliti fin qui: Sara Gorgerino, 32 anni impiegata di Santo Stefano Roero, Manuel Ricca, studente universitario di 27 anni di Bernezzo, e Chiara Goletto, 27 anni, della vicina Rittana. Dodici posti letto, in ampliamento, e 30 coperti per lo spazio ristoro. Nella baita del comando partigiano adesso c’è il locale per la reception. «Paraloup non è solo un rifugio, è un villaggio della libertà e della memoria. All’inizio — racconta Sara — avevo timore nell’assumermi una grande responsabilità come questa. Ma ora la vivo più tranquillamente. Posso dire che Paraloup sia diventata la mia casa. Si incontrano persone diverse, giovani, famiglie, anziani, vengono qui richiamati da motivazioni varie. Ogni volta è un confronto arricchente». Manuel spiega alcuni progetti: «La memoria è parte di questo borgo. Non è semplice il rapporto con il passato. Ini- zieremo a lavorare con le scuole e a ripercorrere insieme i sentieri tra i boschi che gli ebrei facevano per nascondersi dai nazifascisti. Anche questo è rinsaldare la nostra memoria e trasmetterla».
Le baite ospitano mostre, incontri, proiezioni, reading e conferenze, organizzati dalla Fondazione Revelli. Nella sala più ampia è stata recentemente esposta la mostra fotografica La Spoon River contadina con le immagini di Paola Agosti. Fotografa indipendente ha viaggiato per il mondo raccontando grandi e piccoli eventi. Come nel 1977, quando con la macchina fotografica accompagnò Nuto alla ricerca di quella campagna povera che stava scomparendo. Rifece lo stesso itinerario geografico e umano ritratto con l’obiettivo. Pietro, Giovanna, Paolina, Giuseppe, volti asciutti, scavati, divennero testimoni dei saperi decaduti della montagna. «Collegare l’antico al nuovo è il progetto che anima il recupero di Paraloup, per far dialogare i due mondi, traghettando la memoria del passato scolpita nella materia più resistente (almeno nella simbologia della durata): la pietra» scrive la storica Antonella Tarpino in Spaesati (Einaudi).
Presto arriverà la neve. «Abbiamo fatto provvista di legna — conclude Sara Gorgerino — sperando che basti. Diverse iniziative sono in cantiere. Vorremmo, per esempio, rimettere in sesto il forno della borgata. Cercheremo di coinvolgere il più possibile la Valle Stura e la comunità di Rittana. Poi, quando tornerà il sole, organizzeremo una rassegna di cinema all’aperto».
Paraloup non è più un fantasma.

Mauro Ravarino, Il Manifesto del 17 settembre 2014

12 settembre 2014: “Assalto al Monte Grappa”

manifestoprovamanifestoprova4Il 21 settembre del 1944 iniziava “la più sanguinosa azione militare antipartigiana che abbia avuto luogo durante i 20 mesi della guerra di Liberazione” e “la più grave disfatta militare della Resistenza e di tutta la storia”: così Sergio Luzzato, storico e giornalista definisce il rastrellamento del Monte Grappa, organizzato e attuato da 8000 uomini di cui 5000 nazisti e 3000 fascisti. La legione M Tagliamento (con Giorgio Albertazzi comandante della 2° compagnia fucilieri), le brigate nere di Treviso e Vicenza, la decima mas, il CST trentino, ucraini, cosacchi, SS tedesche, contro i 1200 partigiani componenti le brigate partigiane “Campocroce”, “Archeson”, “Matteotti”, “Gramsci” e numerosi prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento. 40 partigiani caduti in combattimento, 260 impiccati o fucilati, 250 deportati che non fecero più ritorno, malghe incendiate, paesi interi dati alle fiamme, migliaia di capi di bestiame trasferiti in Germania per essere macellati e i 51 cadaveri mai più ritrovati di Casella d’Asolo. Un massacro attuato mediante un progetto infame che sconvolse intere comunità e che fece sentire i suoi effetti per molti anni, visto anche la totale impunità dei colpevoli.

Il 12 settembre alle ore 20.45 a Mirano, nella Sala Conferenze di Villa Errera, cercheremo di far luce su questa strage che è ancora sconosciuta a molti di noi.
Interverranno Federico Maistrello e Lorenzo Capovilla, autori del libro “Assalto al Monte Grappa – Settembre 1944, il rastrellamento nazifascista del Grappa, nei documenti italiani, inglesi e tedeschi” e Catia Costanzo Boschieri con una storia di Resistenza per immagini, oggetti, documenti e parole: “Il racconto di una scelta, Antonio Boschieri, il comandante D’Artagnan”.

http://www.anpi.it/media/uploads/patria/2012/PATRIAluglio_Biblioteca_pag43-44.pdf

http://anpimirano.it/2013/antonio-boschieri-dartagnan/