68° Commemorazione della Battaglia del Parauro

ottobre 10, 2012

Domenica 14 ottobre alle ore 10.30, presso il monumento di Via Parauro, si terrà la commemorazione dei caduti partigiani .

Nei dintorni di Noale alcuni partigiani, che in quel periodo erano impegnati in numerose azioni rapide contro i tedeschi, si erano accampati nelle campagne tra Briana e San Dono, raccolti in piccoli gruppi composti ciascuno da una decina di persone. Si trattava prevalentemente di partigiani garibaldini e di Giustizia e Libertà. Informate della presenza di un consistente numero di partigiani nella zona di via Parauro, l’11 ottobre 1944 le autorità fasciste decisero di intervenire con un attacco congiunto da Padova, da Venezia e da Camposampiero. Lo scontro che ne seguì fu violento e continuò per diverse ore, fino al calare della notte. Le vittime partigiane furono quattro (Aiello Cosimo, Bordoni Amleto, De Cesaro Silvio, Zucca Antonio), tutte giustiziate dopo la cattura. Non furono invece mai accertate le perdite tra le brigate nere. Le relazioni fasciste dell’epoca parlarono di un solo caduto, mentre le successive ricostruzioni partigiane riferirono di decine e decine di morti e feriti.

Questa è la testimonianza di Bruno Eugenio Ballan, comandante del VI Battaglione “Sparviero”, che, per il ruolo da lui svolto nella battaglia, ricevette la medaglia d’argento al valor militare: “Abbiamo avuto un attacco l’11 ottobre, là ce la siamo vista brutta. Perché quando senti le pallottole da lontano speri di salvarti, ma quando ti vengono concentrate tutte addosso e vedi la morte che ti arriva, ti tirano le bombe sotto il naso e le foglie delle piante ti cadono addosso… le pallottole erano tante, non ti dico quante… tutti scaricavano armi automatiche – io mi sono preso una pallottola di qua sul sedere dietro una ceppaia. C’era un fosso come trincea [rapidamente, traccia su un foglio il campo di battaglia con dei tratti di penna]. Qua eravamo sotto Zeminiana, qua sotto Massanzago, qua il Parauro, un gruppo era di una formazione di “Giustizia e Libertà”, io sono della “Garibaldi” e questa è mezza “Garibaldi” – “Brigata di Mirano”, insomma, ma non aveva ancora il nome di “Brigata di Mirano”. [Descrive le fasi dell’accerchiamento] I fascisti avevano mitraglie grosse, qua hanno sbaragliato questo gruppetto perché non avevano armi e i quattro morti sono stati là; io volevo andare a contatto diretto col nemico. Noi qua avevamo i mitragliatori che avevamo recuperato da quegli altri, sei nuovi di zecca fatti nel 1944 in Canada; non avevamo tante pallottole e le poche che avevamo cercavamo di tirarle quando si doveva. Loro venivano lungo il fosso, a cinquanta metri erano, dietro avevo un napoletano che era un paracadutista e aveva usato il mitragliatore a militare, dall’altra parte avevo due, tre giovani; a uno sfuggivano le pallottole perché tremava e non volevamo fare sapere dove eravamo collocati. Gli dicevo ai due tre giovani: “State attenti per di là”. Era venuta pioggia i giorni prima e i fossi erano pieni di acqua, e uno di questi qua, giovane come me, ma che forse non sapeva difendersi come me, diceva: “Guarda dove siamo venuti morire!” e l’altro: “Ma non vedi che moriamo? Ci ammazzano!”, facevano casino! Io gli dicevo: “Tacete, se no vi tiro. Guardate che vi sparo”. Mi ero nascosto in mezzo alle piante e il nemico era tanto vicino che non distinguevamo i partigiani dal nemico. La prima fucilata che “gò misurà” era per il mio compagno; con un convulso così diceva: “Dov’è il «Barba», dov’è il «Barba»?” – io avevo una barba che non avevo più tagliato da quando mi avevano liberato – “Questo è un fascista che vuole prendermi”: io non vedevo più niente, gli miro sulla testa – a questo che veniva agitato per dire “Dov’è il capo?” – io gli tiro e il mitra non spara. Ti puoi immaginare, in quei momenti il mitra non spara! Non era entrata dentro il caricatore e si era salvato per quello. Ma i fascisti quando sentivano cantare un gallo dei contadini: “Senti i partigiani che fanno i segnali”. Io non so! Andavano avanti gridando: “Brigata nera a noi”: io sono convinto che si sono ammazzati più fra loro che da noi. Loro tiravano fuori il becco e gli altri per di là gli tiravano, si sono accoppati fra loro. In pianura, così, si sono fatti confusione. Eravamo su una riva con piante fitte di onari. I fascisti erano duecentocinquanta, tutte Brigate nere dei dintorni. Noi avevamo degli amici che sono andati via e non sono più tornati, e forse quelli là hanno detto dove eravamo: c’è sempre qualcuno che parla, oramai eravamo diventati un mucchio e ci individuavano”. (da un intervista pubblicata in “Materiale Resistente a cura dell’ISVER di Venezia)

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