3 dicembre 1944: strage di Vo’

dicembre 2, 2013

Willy Lembcke (al centro)

Finché avvengono cerimonie come quella di stamattina a Vo’, i conti con la seconda guerra mondiale non saranno mai chiusi. Ma i paesi che (come Vo’, suppongo) pensano che prima o poi avranno giustizia, devono rassegnarsi: giustizia non c’è stata e non ci sarà mai. L’Europa Unita non nasce sull’espiazione delle colpe, ma sul loro oblio. Oggi a Vo’ si ricorda l’ultima strage commessa dai tedeschi prima della ritirata, l’impiccagione di tre abitanti del luogo. Da quel che scrive Claudio Ghiotto, le impiccagioni erano la rappresaglia per il ferimento di un soldato tedesco. Ma il soldato tedesco si era ferito da solo, sparandosi a un piede per non andare al fronte. I Superuomini ariani avevano capito che i Sottouomini russi stavano vincendo e sarebbero arrivati a Berlino. Era la fine. Il presentimento della fine produce nell’uomo uno di questi due effetti: o aumenta la paura e lo rabbonisce, o aumenta la furia e lo imbestialisce. I tedeschi erano imbestialiti. Uno storico di Este ha studiato queste vicende, Francesco Selmin: è partito con l’ipotesi che le vittime di questa guarnigione tedesca fossero una trentina, e ha concluso che furono un centinaio e mezzo. I condannati all’impiccagione venivano appesi a un albero, o alla spalletta di un ponte. Oppure venivano impiccati con la tecnica dello strappo: in piedi su un camion, col laccio al collo, il camion avanzava, un tedesco lanciava la corda ad avvinghiarsi a un ramo, e l’uomo era morto. Qui a Vo’ usarono ambedue i metodi. Che utilità politica o militare aveva questa crudeltà? Nessuna. Il comandante tedesco era un capitano, si chiamava Willy Lembcke, uomo di una stupidità totale. Mirava alla carriera. Era della Wehrmacht, ma quando ottenne da Berlino il compito di svolgere servizi di polizia, come se fosse delle SS, gongolò. Aveva piantato la sede del comando a Este, nel Collegio Vescovile, e riservava alcune stanze del palazzo alle torture. Conosco abitanti di Este, Montagnana, Castelbaldo, Merlara, Urbana e dintorni a cui ha fatto cavare le unghie, o li ha folgorati con le scosse elettriche. Un quarto di secolo fa è tornato a Este un suo soldato, a dire: «Io ero buono, vi avvisavo quando partivano le retate, sono vostro amico». L’incontro si svolgeva nel Collegio Vescovile, e uno degli ascoltatori si alzò in piedi: «Voi mi avete cavato le unghie, nella stanza di là». Io avevo scritto un articolo, proprio quel giorno, su questo giornale, rievocando le vicende. E il tedesco mi puntò contro il dito: «Questo scrittore senza onore non sa che Hitler diceva: o morite colpiti al petto dal nemico, o morite colpiti alla schiena da me come traditori». No, io sapevo benissimo queste cose, ma se hai fatto quel che hai fatto, stai nascosto in Germania, non venire nel Veneto per essere festeggiato. Poco dopo questa feroce e stupida strage di Vo’, i tedeschi scapparono. Nel mio primo romanzo, “Il quinto stato”, racconto quelle vicende, mitizzandole come meritano. Il libro vien tradotto anche in Germania (“Der fünfte Stand”), insieme con i primi capitoli del secondo, “La vita . eterna” (“Das ewige Leben”). Nei libri, al comandante tedesco mantengo il suo nome vero, Lembcke. Era ancora vivo. Un pool di magistrati tedeschi aveva delle prove dei suoi crimini, allegano anche i due romanzi, e cominciano il processo. Il comandante è nel suo salotto, con la pila delle prove su un tavolo, ha un infarto, lo portano in clinica, e muore. Potenza della scrittura? Gli ho spaccato il cuore? Al quotidiano francese “Libération” confessavo di sentire il mio primo libro «come un colpo di fucile, sparato dall’Italia alla Germania, per colpire al cuore un nemico della mia gente». Patetica illusione. La letteratura non ha alcun potere. Anni dopo, una docente dell’università di Potsdam adotta come testo per le sue lezioni “Das ewige Leben”, i suoi studenti leggono le stragi sui Colli Euganei, e vogliono saperne di più, girano per le biblioteche dell’esercito e dei tribunali, ma non trovano niente. Perché, mi spiega la docente Isabella Von Tretskow (von Tretskow era il nome di un generale congiurato contro Hitler e perciò impiccato, Isabella è una sua nipote? Continua la guerra contro il Führer, usando gli impiccati del Veneto Euganeo?), una legge tedesca stabilisce che se un cittadino tedesco è accusato di crimini che possono infangare la sua memoria, ma muore prima della condanna, ha diritto che tutte le prove vengano distrutte. Amici di Vo’, non avrete mai giustizia per i crimini che avete patito. Perché in Germania non ne esiste traccia. Tra le altre fregature, l’Europa ci infligge anche questa. E non è la più piccola. (Ferdinando Camon da “La Nuova Venezia” del 4-12-12)

Una ricerca di Claudio Ghiotto sulla strage di Vo’

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