Bruno Fanciullacci (13 novembre 1919 – 17 luglio 1944)

novembre 12, 2013

Bruno Fanciullacci

Bruno Fanciullacci è forse il partigiano più odiato dai fascisti di ieri e di oggi, nonché dai revisionisti d’accatto. Odiato, ingiuriato, diffamato. Quello di Fanciullacci è un nome rovente, scomodo, quando appare semina discordia. Pochi personaggi sono lontani quanto lui dall’idea posticcia e fetente di una “concordia nazionale”. Fanciullacci divide e dividerà sempre. Perché?
Perché Fanciullacci è… “l’assassino di Giovanni Gentile”. O almeno, è il più famoso componente del commando gappista che attese il filosofo sotto casa e lo uccise a colpi d’arma da fuoco. Questa è la sua storia raccontata dal collettivo Wu Ming in un articolo apparso il 6/5/2010 sul sito http://www.wumingfoundation.com:

A Firenze è un “largo”, a Pontassieve una “via”. Largo e Via Bruno Fanciullacci. Due targhe inaugurate di recente (2002 e 2003), tra polemiche politiche e querele incrociate. Fanciullacci fu un partigiano gappista, medaglia d’oro della Resistenza. Alcuni lo ritengono un killer (“l’assassino di Giovanni Gentile”), altri – noi compresi – un eroe. Pochi sinora lo hanno considerato un filosofo. E’ tempo di omaggiarlo in quella veste.
Sì, filosofo. Una nomea da riscattare, dopo anni di utilizzi arrischiati tipo “il filosofo Rocco Buttiglione”, di torpore accademico e convegni trascorsi a spaccare in sedici il pelo trovato nell’uovo. La filosofia, la prassi del filosofare, deve tornare nelle strade, le strade dove stanziava Socrate, dove viveva come un clochard Diogene detto “il Cane”. Non c’è bisogno di imitare quest’ultimo e dormire in una botte: è sufficiente abbattere gli steccati tra quel che si dice e quel che si fa. Vivere eticamente.
Bruno studia da autodidatta, nel fatiscente carcere di Castelfranco Emilia. Mentre sopporta angherie e privazioni e si rovina per sempre la salute, discute di economia, storia e ingiustizie secolari. Tra i detenuti circolano, ben occultati o mandati a memoria, testi di Marx, Engels, Labriola. Sono gli anni dal 1938 al 1942, Bruno è appena un ragazzo, arrestato ancora minorenne per aver distribuito stampa clandestina antifascista. Aveva un buon lavoro in un hotel di Firenze, poteva farsi i cazzi suoi nel comfort della “zona grigia”, e invece ha scelto l’opposizione al regime. Da bambino, nel pistoiese, ha visto le camicie nere angariare suo padre e costringerlo a trasferirsi con tutta la famiglia. L’antifascismo è una scelta di vita.
Gli hanno dato sette anni. Mentre è in prigione scoppia la guerra. Sulla scia di Hitler, il Duce dichiara guerra a mezzo mondo. La catastrofe incombe, le SS dilagano in tutta Europa finché non trovano uno scoglio insuperabile: la resistenza di Stalingrado. Il corpo d’armata tedesco s’impantana e viene annichilito. L’esercito italiano è allo sbando. Parte la controffensiva sovietica e “dentro le prigioni l’aria brucia come se / cantasse il coro dell’Armata Rossa”. Anche a Castelfranco.
Gli scontano la condanna, Bruno torna libero alla fine del ’42, elettrizzato dal vento dell’Est. Sconfiggere tedeschi e fascisti è possibile. Diventa operaio alla FIAT di Firenze, giusto in tempo per i grandi scioperi contro la guerra del marzo 1943.
A luglio cade il fascismo e il Re fa arrestare Mussolini. Ne prende il posto Badoglio, che però annuncia: “La guerra continua”. Velleità stroncata poco dopo: l’8 settembre c’è l’Armistizio. L’Italia si spacca: a sud il governo ufficiale, al centro-nord l’occupazione tedesca e lo stato-fantoccio di Salò. I partigiani si organizzano, comincia la guerriglia.
Tra gli intellettuali che scelgono Salò, il più importante è Giovanni Gentile, fondatore della dottrina filosofica detta “Attualismo”, colonna portante dell’edificio culturale fascista. Super-barone accademico, presidente di tutto il presiedibile, in vent’anni di dittatura Gentile è divenuto potente e ricchissimo. Hitler in persona gli ha conferito l’Ordine dell’Aquila Germanica.
Dopo l’8 Settembre, il filosofo getta il suo peso nella propaganda repubblichina e filo-nazi. Nel dicembre 1943, dietro la cortina fumogena di strumentali appelli alla “concordia possibile” (sotto l’egida di Hitler, ça va sans dire), esorta senza mezzi termini alla lotta contro “sobillatori e traditori, venduti o in buona fede”, chiarendo che bisogna stroncare le “forme delittuose di antifascismo e di irriducibile e di pericolosa opposizione al movimento nazionale”. Aggiunge: “sulla necessità della lotta giusta e necessaria io sono d’accordo con chi non vuole compromessi”.
Il 19 marzo 1944 Gentile incensa il Führer in un discorso all’Accademia d’Italia, dichiara che la Patria è stata “ritrovata attraverso Mussolini e aiutata a rialzarsi dal Condottiero della grande Germania, che quest’Italia aspettava al suo fianco, dove era il suo posto per il suo onore e per il suo destino, accomunata nella battaglia formidabile per la salvezza dell’Europa e della civiltà occidentale” etc. etc.
In questi giorni non si parla a vanvera, la realtà morde il culo e ogni frase è una chiamata alle armi. Gentile fa il naïf, si raccomanda che nella repressione non si commettano “arbitrii” o “sciocchezze”, ma intanto fornisce la giustificazione di un “grande uomo di cultura” a rastrellamenti e deportazioni, alla fucilazione di giovani renitenti alla leva, alla logica che porta all’eccidio delle Ardeatine e a stragi come quelle di Sant’Anna di Stazzema, Padule di Fucecchio, Marzabotto. Dal ’39, del resto, Gentile non ha detto nulla contro leggi razziali e persecuzione degli ebrei.
“Non sono questi i filosofi di cui abbiamo bisogno”, pensa più di un osservatore. Citiamo da una trasmissione di Radio Londra:

“Gentile ha difeso il liberalismo in nome della dialettica; poi ha difeso il terrore fascista in nome della dialettica, e ora difende la tolleranza sempre in nome della dialettica. E’ noto il filosofema del manganello a cui Gentile legò il suo nome [*] quando i manganelli spaccavano il cranio degli operai disarmati e che ha avuto il suo epilogo nelle esecuzioni di Verona. [Ora Gentile] ricorda ai fascisti che non bisogna ricorrere alla violenza e che c’è una solidarietà umana superiore ai conflitti […] la dialettica in mano a Gentile è diventata una ciabatta per qualunque piede, o, come disse Croce, un grimaldello da ladro che apre tutte le porte. Per questo il popolo italiano e in particolare la classe lavoratrice non accettano niente dalla bocca del signor Gentile… Qualunque cosa dicano, questi Pulcinella della filosofia hanno sempre torto”.

Intanto Bruno sta riflettendo: vuole combattere, ma dal carcere è uscito debole e malaticcio, non può salire in montagna, marciare in mezzo a neve e fango, dormire all’addiaccio… Decisione fatidica: resta a Firenze. Diviene uno dei membri più attivi e coraggiosi dei GAP, temuti guerriglieri urbani, specializzati in imboscate e sabotaggi.
Da quel momento, corre a cavallo di un razzo: con altri gappisti travestiti da guardie, fa evadere 17 partigiane dal carcere di Santa Verdiana; penetra nella sede del sindacato fascista e brucia le schede sugli scioperanti dell’anno prima, impedendone la deportazione in Germania; arrestato e torturato dalla famigerata “Banda Carità”, riesce a scappare e torna in azione.
In carcere, anni prima, Antonio Gramsci ha commentato una frase di Gentile: “Filosofia che non si pensa, ma che si fa, e perciò si enuncia ed afferma non con le formule ma con l’azione”. Per Gramsci, è solo “mascheratura” di un opportunismo: l’azione che per Gentile afferma la filosofia è quella del regime fascista, a cui il filosofo delega il “fare”.
Su chi abbia deciso l’agguato esistono varie teorie, delle quali ci frega poco. E’ ancora controverso se sia stato Fanciullacci ad attendere Gentile sotto casa. Ha davvero importanza? Bruno per noi è un filosofo a prescindere. Quella che comunque lo oppone a Gentile è una disputa filosofica, ed è lui a vincerla, perché non delega il “fare” ad altri, non agisce da “governato” bensì da uomo libero, e non in un singolo atto, ma in tutta la sua vita. E’ lui, non il barone che l’ha scritta, a trovare la verità della frase commentata da Gramsci: la filosofia si afferma con l’azione.
I due ragazzi tengono dei libri sottobraccio. Sembrano studenti e, a modo loro, lo sono. L’autore del “Manifesto degli intellettuali fascisti” arriva in auto, scarrozzato dal suo chauffeur. Bruno gli fa un cenno, Gentile abbassa il finestrino… E’ il 15 aprile 1944.
Nel fronte antifascista vi sono polemiche, qualcuno prende le distanze (ma dal modus operandi, non dalla condanna morale) e la controversia proseguirà fino ai giorni nostri.
Bruno, però, non potrà prendervi parte. Il 15 luglio lo arrestano ancora. Di nuovo torturato, per non tradire i suoi compagni tenta una fuga che è anche suicidio: si getta ammanettato da una finestra al primo piano, i suoi aguzzini gli sparano, un colpo alla testa lo uccide. E’ il 17 luglio. A novembre avrebbe compiuto venticinque anni.

Un libro sui gappisti fiorentini

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