Una lettera di Vittoria Giunti

copertina libro vittoria-giunti pagina 3

Era il 1943 nel mese di settembre. L’8 settembre io ero a Milano, nell’attività di lavoro politico.
All’annuncio del proclama di Badoglio: “La guerra continua” fu chiara la necessità di organizzare la difesa contro l’inevitabile occupazione tedesca. Accompagnai il comando militare del C.N.L dal generale Ruggero per formare la Guardia nazionale. Ma rifiuterà ogni aiuto. Il giorno dopo lo vedemmo consegnarsi al comando tedesco.
Ricordo una Milano deserta, tra le macerie dei bombardamenti, la piazza del Duomo: con i soldati usciti dalle caserme, sbandati, un camioncino carico di armi e in piedi, sul piedistallo del monumento, il compagno Li Causi che teneva un comizio. Finchè, al termine delle sue parole, dei compagni fermarono un camion di passaggio e vi fecero salire i giovani lì presenti e ripartirono: era cominciata la Resistenza. Le prime organizzazioni partigiane furono quelle del “Pizzo d’Erna” sopra la montagna di Como. I tedeschi stavano ormai occupando tutta la città e avevano ucciso già un operaio nella repressione di uno dei tentativi spontanei di difesa armata vicino alle fabbriche.
Fu dopo quei giorni che ebbi l’incarico di andare a Padova per prendere contatto con il professore Concetto Marchesi, grande latinista antifascista, comunista, che era stato nominato rettore, dopo il 25 luglio, all’università di Padova dal generale Badoglio. E dopo l’otto settembre aveva lanciato agli studenti un appello molto coraggioso. Ne ricordo le prime parole. “Giovani, una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la patria. Ci ha lasciato fra un cumulo di rovine. Da queste rovine dovete, con l’impeto della fede e il coraggio dell’azione ricomporre la vostra giovinezza e la vostra Patria”. L’appello aveva avuto una grande eco, l’avevamo distribuito anche a Milano in centinaia di copie, ma i fascisti l’avevano accusato e dato il pericolo che correva chiesi di organizzare il suo passaggio sicuro alla clandestinità a Milano.
Riuscii a prendere un treno in una mattina fredda e piovosa. Pensavo, nonostante gli inevitabili ritardi, di arrivare in pieno giorno, invece il treno corse per un ora e poi si fermò in piena montagna. Si sentivano gli aerei volare bassi e da una stazione usciva la sirena dell’allarme aereo. Si aprirono gli sportelli e ci sparpagliammo per i campi. Il tempo passava, poi finalmente la locomotiva fischiò, i viaggiatori risalirono e il treno ripartì, per fermarsi di nuovo. Oramai si era fatta sera. Arrivammo a Padova di notte, le poche persone scese dal treno si dispersero e io rimasi sola fuori dalla stazione: c’era l’oscuramento ed era già il coprifuoco. Ed io ero lì con uno zaino pieno di documenti e di stampa politica, con tutti i miei appuntamenti saltati. E allora feci quello che avevo fatto altre volte. Quando da li a poco passò una ronda tedesca mi avvicinai a loro, prima che loro fermassero me, spiegai in qualche modo la mia situazione e furono loro a condurmi in una specie di pensione piena di altra gente dove passai la notte su di una poltrona.
Ero preoccupata perché, senza volerlo, avevo mancato il mio compito. Il collegamento che avrei dovuto avere era con una persona che avrebbe dovuto trovarsi in un negozio ed io avevo perso questo appuntamento e l’indomani era domenica e l’attività sarebbe stata chiusa. Avevo davanti a me un’intera giornata da consumare. M’invase una grande tristezza e un terribile senso di vuoto. Nella clandestinità i collegamenti sono la rete di sicurezza, le tappe obbligate di un cammino che si è scelto ma ha bisogno di solidarietà per essere seguito con coraggio. Senti che la tua forza è centuplicata dalla presenza degli alti: degli altri non devi conoscere il nome, devi dimenticare il volto che hanno, ma sai che ci sono, sono tanti, sono vicino a te, solidali, amici, fratelli, compagni. Ecco, quella mattina mi sembrava di aver perso tutto questo, di essere sola in un grande vuoto.
Non conoscevo Padova e uscii per le sue strade. Ricordo che mi fermai al bar Pedrocchi di letteraria memoria coi suoi tavolini di marmo e le sedie settecentesche. Poi ripresi a camminare finchè arrivai a un piccolo edificio coperto tutto da sacchi di sabbia, la difesa ben poco sicura che si faceva alle opere d’arte. Su di un sacco una tabella indicava “Cappella degli Scrovegni”. Sapevo di cosa si trattava e poiché era miracolosamente aperta, entrai. Fuori l’aria era piena di nebbia e il cielo grigio era rotto solo dal rombo degli aerei ma quando entrai mi accolse la luce dei cieli azzurri di lapislazzuli, dal fondo dei colori abbaglianti una folla di personaggi straordinari mi venne incontro e non fui più sola. Li volli conoscere uno per uno poi mi fermai a guardare “L’Ultima cena”. Il Cristo tiene gli occhi fissi sui discepoli e oltre: vede, condanna e perdona nello stesso tempo. E’ un uomo che è diventato Dio perché ha la sua conoscenza della sua sorte ma nemmeno come Dio la può evitare. In quel momento mi sembrò di capire il tempo che vivevo, la guerra che dovevo combattere e capovolgere, ma anche la guerra come tragedia che dovevo vivere. C’erano in vendita delle fotografie: comprai quelle del volto del Cristo e della Madonna. Le misi nel mio sacco da montagna, sopra il doppio fondo, ingenuo e ben poco sicuro, nascondiglio delle mie carte insieme ai pochi indumenti, ad un’edizione in piccolo della Divina Commedia e alla poesia di Montale “ Forse un mattino, andando in un aria di vetro, vedrò compirsi un miracolo….”.

Di quale miracolo? Forse non lo pensavamo nemmeno perché quello che vivevamo era solo il tempo dell’attesa. Un tempo sospeso dove agivamo per costruirci “un mondo migliore”. Le immagini del Cristo e della Madonna non erano per me immagini religiose, non ero e non sono credente, ma mi accompagnavano nei miei viaggi.

Concetto Marchesi riparò a Milano dove fece parte del Comitato di Liberazione Nazionale insieme a Giorgio Amendola come rappresentante del Pci, per trasferirsi poi in Svizzera dove creò un efficace collegamento fra le forze partigiane e gli alleati.

Io continuai a viaggiare e combattere. Da lì a poco il miracolo sarebbe avvenuto, costruito non da Dio ma dagli uomini e donne di questo strano ma splendido paese.

Vittoria Giunti

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