Hong Kong, sotto l’ombrello

Di fronte alla «Umbrella Revolution» (definizione made in Usa), il governo britannico si dice «preoccupato» che a Hong Kong siano garantiti «i fondamentali diritti e le fondamentali libertà». Londra su questo può dare lezione.

Nell’Ottocento  gli inglesi, per penetrare in Cina, ricorrono allo smercio di oppio che portano dall’India, provocando enormi danni economici e sociali. Quando le autorità cinesi confiscano e bruciano a Canton l’oppio immagazzinato, intervengono le truppe inglesi costringendo il governo a firmare nel 1842 il Trattato di Nanchino, che impone tra l’altro la cessione di Hong Kong alla Gran Bretagna. Da allora fino al 1997 Hong Kong è colonia britannica, sotto un governatore inviato da Londra. I cinesi sono sfruttati dai monopoli britannici e segregati, esclusi anche dai quartieri abitati da britannici. Scioperi e ribellioni vengono duramente repressi.

Dopo la nascita della Repubblica popolare nel 1949, Pechino, pur rivendicando la sovranità su Hong Kong, la usa  come porta commerciale, favorendone lo sviluppo. La Hong Kong riannessa alla Cina quale regione amministrativa speciale, con 7,3 milioni di abitanti su  quasi 1,4 miliardi della Cina, ha oggi un reddito procapite di 38420 dollari annui, più alto di quello italiano, quasi il sestuplo di quello della Cina.

Ciò perché Hong Kong, quale porta commerciale della Cina, è il 10° esportatore mondiale di merci e l’11° di servizi commerciali. Inoltre, essa viene visitata ogni anno da oltre 50 milioni di turisti, dei quali 35 milioni cinesi.

La crescita economica, pur inegualmenrte distribuita (vedi il sottoproletariato locale e straniero che campa con «l’arte di arrangiarsi»), ha portato a un generale miglioramento delle condizioni di vita, confermato dal fatto che la durata media della vita è salita a 84 anni (rispetto a 75 nell’intera Cina).

Il movimento studentesco nato a Hong Kong per chiedere che l’elezione del capo di governo sia diretta e non condizionata da Pechino, è formato da giovani appartenenti in genere agli strati sociali avvantaggiati dalla crescita economica.

Su questo sfondo si pone la domanda: perché, mentre si ignorano centinaia di milioni di persone che in tutto il mondo lottano ogni giorno per i più elementari diritti umani in condizioni ben peggiori, si trasformano alcune migliaia di studenti di Hong Kong, al di là delle loro stesse rivendicazioni, in icona globale di lotta per la democrazia?

La risposta va cercata a Washington. Gli ispiratori e i capi di quello che viene definito «un movimento senza leader» – dimostra un’ampia documentazione –  sono collegati al Dipartimento di stato e a sue emanazioni sotto forma di «organizzazioni non-governative», in particolare la «Donazione nazionale per la democrazia» (Ned) e l’«Istituto democratico nazionale» (Ndi) che, dotate di ingenti fondi, sostengono «gruppi democratici non-governativi» in un centinaio di paesi.

Due esempi fra i tanti. Benny Tai, il docente di Hong Kong che ha lanciato il movimento «Occupy Central»  (v. il South China Morning Post del 27 settembre), è divenuto influente grazie a una serie di forum finanziati da queste «ong». Martin Lee, fondatore del «Partito democratico» di Hong Kong, è stato invitato a Washington dalla Ned e, dopo un briefing teletrasmesso (2 aprile), è stato ricevuto alla Casa Bianca il 7 aprile dal vice-presidente Biden.

Da questi e altri fatti emerge una strategia, analoga a quella delle «rivoluzioni colorate» nell’Est europeo, che, strumentalizzando il movimento studentesco, mira a rendere Hong Kong ingovernabile e a creare movimenti analoghi in altre zone della Cina abitate da minoranze nazionali.

Manlio Dinucci, il manifesto, 7 ottobre 2014

Giornata internazionale della Pace indetta dalle Nazioni Unite

Ai cittadini del mondo

Il 21 settembre è la giornata internazionale della Pace indetta dalle Nazioni Unite.
L’ Anpi di Mirano intende commemorarla facendo conoscere l’invito pressante del Sindaco di Hiroshima rivolto in special modo ai Sindaci delle città affinché acquisiscano.
La consapevolezza della necessità di iscriversi a Majors for Peace e dell’obbligo etico morale che questo comporta , per conseguire l’obbiettivo della distruzione delle armi  nucleari, tutte!!!!, entro il 2020.

Inoltre tutti coloro che desiderano rispettare ed onorare una convivenza tra gli umani basata sul Diritto Internazionale sancito dallo Statuto delle Nazioni Unite e non sulla deterrenza dell’eventuale uso di un mix di armi nucleari e convenzionali per risolvere le situazioni di conflitto , possono sottoscrivere la Petizione lanciata dal Sindaco di Hiroshima Presidente di Majors for Peace :

-è sufficiente cliccare su Google     z petition Hiroshima

– sulla schermata che apparirà cliccare (la prima voce !) petition on line

Distruggiamo le armi nucleari !!!!     FIRMA ANCHE TU !!!!

Anpi Mirano

In allegato la lettera del sindaco di Hiroshima  MATSUI Kazumi presidente Mayors for Peace, l‘informativa su Sindaci per la pace, l’interrogazione del deputato Tatiana Basilio componente IV Commissione Difesa della Camera dei Deputati.

9 agosto 1945

hiroshima-mon-amourOggi 9 agosto si chiude la mostra Majors for peace su Hiroshima e Nagasaki con la proiezione del film “Hiroshima mon amour” di Alain Resnais versione integrale alle ore 21 in Sala consiliare in Villa Errera a Mirano.
Ringraziamo l’Amministrazione Comunale e in special modo la sindaca Maria Rosa Pavanello, Renata Cibin, Erica Brandolino, il centro Pace e l’Anpi di Mirano, ma soprattutto ringraziamo i Sindaci di Hiroshima e Nagasaki che già nel 1982 hanno creato l’Associazione “Sindaci per la Pace” che si prefigge l’obbiettivo nel 2020 di una Convenzione che vada alla distruzione di tutte le armi nucleari presenti nel mondo. Questo progetto prevede una corsa non solo contro il tempo, cinque anni non sono molto distanti, ma anche contro un’ inerzia mentale imposta a noi tutti dall’Informazione con la I maiuscola che tende a mantenere l’uso dell’arma nucleare relegato in uno spazio e in un tempo non ben definito e lontano che tuttavia è reale, esiste nelle sue coordinate, coordinate che non sono certo sotto il controllo del governo italiano -vedi Aviano, Ghedi, Vicenza ecc.- Se le cose stanno in questi termini è possibile che in determinate situazioni possa accaderne l’uso allora la liberazione da questa minaccia passa attraverso la prevenzione totale.
Con l’arma nucleare non è possibile la cura così come i nostri progenitori hanno fatto nel 1945 contro il Nazifascismo. La Bomba atomica mette in discussione la sopravvivenza stessa dell’umanità. Lo Statuto di Sindaci per la Pace parla chiaro: ogni Sindaco ha l’obbligo morale di sensibilizzare e di indurre i cittadini del proprio Comune a firmare la petizione e i sindaci di altri Comuni ad iscriversi a Majors for peace e sostenere così una grande rete a livello mondiale che realizzi questo progetto con determinazione. Il nostro appello è rivolto alle nuove generazioni ed è dettato dalla piega che stanno prendendo i rapporti nelle varie dispute internazionali. Facciamo come il Nicaragua: tutti i comuni di questo Paese sono iscritti a Majors for peace.
Sosteniamoli e sosteniamoci loro con noi e noi con loro.
Anpi Mirano

Proiezioni speciali nei giorni commemorativi del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki

Nell’ambito della mostra “The Atomic Bombings of Hiroshima and Nagasaki Poster Exhibition”, allestita presso la sala consiliare auditorium “Madre Teresa di Calcutta” di Mirano, nei giorni commemorativi dei bombardamenti ci saranno due speciali proiezioni.

Nella stessa sala consiliare mercoledì 6 agosto alle ore 20.45 verrà proiettato il documentario sul bombardamento di Hiroshima dal titolo “La bomba atomica:Hiroshima Nagasaki” (dal programma Ulisse). Sabato 9 agosto alle ore 20.45 verrà proiettati il film “Hiroshima mon amour” di Alain Resnais. Ingresso libero.

Nell’occasione sarà visitabile la mostra che, attraverso 18 poster informativi, racconta gli effetti delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. E’ allestita grazie al materiale fornito da Mayors for Peace, l’organizzazione nata dai sindaci delle due città giapponesi che chiede l’abolizione delle armi nucleari nel mondo, alla quale la Città di Mirano ha aderito da quest’anno. La mostra è aperta fino al 9 agosto (data del bombardamento di Nagasaki) tutti i giorni dalle 17.00 alle 19.00. Quest’iniziativa è realizzata da Comune di Mirano, Centro per la Pace e la Legalità “Sonja Slavik”, Anpi Mirano.

Nato, offensiva globale

Niente ferie, ma superlavoro estivo alla Nato. È in preparazione il Summit dei capi di stato e di governo che, il 4-5 settembre a Newport nel Galles, fisserà le linee dell’«adattamento strategico» in funzione anti-Russia. Come già annunciato dal generale Usa Philip Breedlove, Comandante supremo alleato in Europa, esso «costerà denaro, tempo e sforzo». I lavori sono già iniziati.
In Ucraina, mentre la Nato intensifica l’addestramento delle forze armate di Kiev, finanziate da Washington con 33 milioni di dollari, si stanno riattivando tre aeroporti militari nella regione meridionale, utilizzabili dai cacciabombardieri dell’Alleanza. In Polonia si è appena svolta una esercitazione di parà statunitensi, polacchi ed estoni, lanciati da C-130J arrivati dalla base tedesca di Ramstein. In Ungheria, Romania, Bulgaria e Lituania sono in corso varie operazioni militari Nato, con aerei radar AWACs, caccia F-16 e navi da guerra nel Mar Nero.
In Georgia, dove si è recata una delegazione dell’Assemblea parlamentare Nato per accelerare il suo ingresso nell’Alleanza, le truppe rientrate dall’Afghanistan vengono riaddestrate da istruttori Usa per operare nel Caucaso. In Azerbaigian, Tagikistan e Armenia vengono addestrate forze scelte perché operino sotto comando Nato, nel cui quartier generale sono già presenti ufficiali di questi paesi. In Afghanistan la Nato sta riconvertendo la guerra, trasformandola in una serie di «operazioni coperte».
L’«Organizzazione del Trattato del Nord-Atlantico», dopo essersi estesa all’Europa orientale (fin dentro il territorio dell’ex Urss) e all’Asia centrale, punta ora su altre regioni.
In Medio Oriente la Nato, senza apparire ufficialmente, conduce attraverso forze infiltrate una operazione militare coperta contro la Siria e si prepara ad altre operazioni, come dimostra lo spostamento a Izmir (Turchia) del Landcom, il comando di tutte le forze terrestri dell’Alleanza.
In Africa, dopo aver demolito con la guerra la Libia nel 2011, la Nato ha stipulato nel maggio scorso ad Addis Abeba un accordo che potenzia l’assistenza militare fornita all’Unione africana, in particolare  per la formazione e l’addestramendo delle brigate della African Standby Force, cui fornisce anche «pianificazione e trasporto aeronavale». Ha così voce determinante sulle decisioni relative a dove e come impiegarle. Un altro suo strumento è l’operazione «anti-pirateria» Ocean Shield, nelle acque dell’Oceano Indiano e del Golfo di Aden strategicamente importanti.
All’operazione, condotta di concerto col Comando Africa degli Stati uniti, partecipano navi da guerra italiane anche con il compito di stringere relazioni con le forze armate dei paesi rivieraschi: a tale scopo il cacciatorpediniere lanciamissili Mimbelli ha fatto scalo a Dar Es Salaam in Tanzania dal 13 al 17 luglio.
In America Latina, la Nato ha stipulato nel 2013 un «Accordo sulla sicurezza» con la Colombia che, già impegnata in programmi militari dell’Alleanza, ne può divenire presto partner. In tale quadro il Comando meridionale Usa sta tenendo in Colombia una esercitazione di forze speciali sud e nord-americane, con la partecipazione di 700 commandos.
Nel Pacifico è in corso la Rimpac 2014, la maggiore esercitazione marittima del mondo, in funzione anti-Cina e anti-Russia: vi partecipano, sotto comando Usa, 25000 militari di 22 paesi con 55 navi e 200 aerei da guerra. La Nato è presente con le marine di Usa, Canada, Gran Bretagna, Francia, Olanda e Norvegia, più Italia, Germania e Danimarca come osservatori. L’«Organizzazione del Trattato del Nord-Atlantico» si è estesa al Pacifico.

(il manifesto, 29 luglio 2014)

Sulla riforma del Senato e su Gaza

costituzione_italianaNote urgenti sulla riforma del Senato del Presidente nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia:

Non posso assolutamente tacere di fronte al fatto che al Senato si sia deciso di imporre la cosiddetta “ghigliottina” sulla discussione in atto sulla riforma del Senato, fissando il voto conclusivo, quale che sia lo stato dei lavori a quel momento, all’8 agosto.
E’ un fatto che considero molto grave (non ho tempo né modo di concordare queste dichiarazioni con la Segreteria e quindi me ne assumo la personale responsabilità), che dimostra ancora una volta che non si è compreso che la Costituzione e le norme che tendono a modificarla non sono leggi come le altre, ma fanno parte di quel complesso normativo che è la base di tutto il sistema e della stessa convivenza civile.
Se la Costituzione impone maggioranze molto qualificate per l’approvazione delle modifiche, se vuole due letture consecutive da parte di ogni Camera, se prevede che tra la prima e la seconda lettura ci deve essere uno spazio “di riflessione” di tre mesi, questo significa che si vuole una discussione approfondita, su tutti i temi, che ciascuno possa riflettere, decidere, votare (anche secondo coscienza), che vi sia dibattito, confronto e meditazione. Non è concepibile imporre, in questo contesto, una “tagliola”, fissare dei tempi stretti e inderogabili per l’approvazione. Altrimenti, sarebbe vanificato proprio lo sforzo del legislatore costituente di fissare quella serie di regole che ho indicato prima.
La “ghigliottina” è strumento delicato ed eccezionale per qualsiasi legge; ma, a mio parere, è addirittura improponibile ed inammissibile per leggi di modifica costituzionale.
Si obietta che ci sono moltissimi emendamenti e c’è chi fa l’ostruzionismo. La risposta è facile: nella prassi parlamentare sono notissimi anche gli strumenti più volte adottati, nel tempo, per contrastarlo; ma sono strumenti tipicamente collegati ad una prassi “ordinaria”, totalmente diversi dalla ghigliottina, che è – e resta – strumento eccezionalissimo e in ogni caso mai applicabile alle modifiche costituzionali. Perché, dunque, ricorrere proprio allo strumento peggiore e inammissibile (nel caso specifico), in una materia così delicata?
Davvero, gli spazi della democrazia, in questo modo, si riducono ancora una volta, tanto più che stiamo parlando di un provvedimento di riforma costituzionale che, inusualmente per questa materia, proviene dal Governo e di una data che per primo ha fissato il Presidente del Consiglio, dunque di un passivo adeguamento almeno di alcuni gruppi parlamentari alla volontà  dell’esecutivo.
Tutto questo non va bene, non è assolutamente accettabile e delinea prospettive, per il futuro, quanto mai preoccupanti.
25 luglio 2014

Comunicato della Segreteria nazionale dell’ANPI sui tragici fatti di Gaza:
La Segreteria nazionale, confermando e facendo propria la dichiarazione formulata dal Presidente nella news-letter 129 del 22 luglio, qui di seguito riportata, a proposito di quanto sta accadendo in Medio Oriente, nella striscia di Gaza: manifesta la deplorazione più viva per gli attacchi violenti e indiscriminati da parte di Israele (l’ultimo ieri contro una struttura dell’ONU), che vanno a colpire tragicamente la popolazione civile con un numero ormai elevato di vittime, anche fra donne e bambini; ricorda la dichiarazione dell’ONU che denuncia anche crimini contro l’umanità; chiede che l’U.E. e, in primo luogo, il Governo italiano, assumano una posizione precisa in favore:
a) di un immediato cessate il fuoco, duraturo da entrambe le parti;
b) per il riconoscimento dello Stato della Palestina al pari di quello di Israele;
c) contro ogni forma di violazione dei diritti umani, di chiunque, in quella delicatissima area.
Roma, 25 luglio 2014

Di seguito, la dichiarazione del Presidente Smuraglia, pubblicato ANPInews n. 129 del 22 luglio scorso:
“Che si può dire ancora di tragedie come quella della Palestina e della morte, nel Mediterraneo, di tante persone (anche donne e bambini) che tentano di uscire da Paesi in guerra o in crisi, cercando una qualunque prospettiva migliore e incappando invece, assai spesso, in un destino fatale? Non si può rimanere inerti di fronte a tanto orrore. Ma le parole non bastano più.
Ci vogliono iniziative serie, di pace e di accoglienza “vera”; ci vuole un impegno degli Stati, dell’ONU, dell’Europa, per far finire questi massacri e tornare almeno ad un livello accettabile di civiltà e di diritti.
E forse ci vuole meno indifferenza da parte di tutti, perché quelle morti, quelle tragedie, ci riguardano da vicino e ci impongono non solo di esprimere commozione ed emozioni, ma di manifestare una seria volontà di pace e di riconoscimento dei diritti umani.

27 luglio a Pian de le Femene: Pastasciutta antifascista

10463064_656932831050249_1840745326269007830_nAnche quest’anno la sezione A.N.P.I. “La Spasema” – sinistra piave e la Nino Nannetti di Vittorio Veneto offriranno a chi vorrà “avventurarsi” a Pian de le Femene nel comune di Limana, nel piazzale antistante il Museo Partigiano A.Piol una pastasciutta (naturalmente accompagnata da un buon bicchiere di vino rigorosamente rosso) in memoria di quella storica offerta di Alcide Cervi proprio il 27 aprile del 1943 per festeggiare la caduta del fascismo avvenuta solo due giorni prima.
Sarà nostro ospite Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli trucidati dai fascisti il 28 dicembre del 1943 e il comandante partigiano Egildo Moro “Romo”.
Adelmo, inoltre nella serata di sabato 26 con inizio alle 20.30 presenterà presso la Società Operaia di Lentiai il suo ultimo libro: “Io che conosco il tuo cuore – Storia di un padre partigiano raccontata da suo figlio”.
Per chi vorrà alle 9.30, con partenza dal piazzale del Museo, passeggiata sui luoghi della resistenza attorno al monte Frontal accompagnati da una guida. L’escursione di circa due ore non presenta nessuna difficoltà anche se si consigliano calzature e abbigliamento consono.
Nel pomeriggio, monologo sula Resistenza di Simone Menegaldo autore e saggista dell ‘ ISTRESCO di Treviso.

Gaza il gas nel mirino

Per capire qual è uno degli obiettivi dell’attacco israeliano a Gaza bisogna andare in profondità, esattamente a 600 metri sotto il livello del mare, 30 km al largo delle sue coste. Qui, nelle acque territoriali palestinesi, c’è un grosso giacimento di gas naturale, Gaza Marine, stimato in 30 miliardi di metri cubi del valore di miliardi di dollari. Altri giacimenti di gas e petrolio, secondo una carta redatta dalla U.S. Geological Survey (agenzia del governo degli Stati uniti), si trovano sulla terraferma a Gaza e in Cisgiordania.
Nel 1999, con un accordo firmato da Yasser Arafat, l’Autorità palestinese affida lo sfruttamento di Gaza Marine a un consorzio formato da British Gas Group e Consolidated Contractors (compagnia privata palestinese), rispettivamente col 60% e il 30% delle quote, nel quale il Fondo d’investimento dell’Autorità ha una quota del 10%. Vengono perforati due pozzi, Gaza Marine-1 e Gaza Marine-2. Essi però non entrano mai in funzione, poiché sono bloccati da Israele, che pretende di avere tutto il gas a prezzi stracciati.
Tramite l’ex premier Tony Blair, inviato del  «Quartetto per il Medio Oriente», viene preparato un accordo con Israele che toglie ai palestinesi i tre quarti dei futuri introiti del gas, versando la parte loro spettante in un conto internazionale controllato da Washington e Londra. Ma, subito dopo aver vinto le elezioni nel 2006, Hamas rifiuta l’accordo, definendolo un furto, e chiede una sua rinegoziazione. Nel 2007, l’attuale ministro della difesa israeliano Moshe Ya’alon avverte che «il gas non può essere estratto senza una operazione militare che sradichi il controllo di Hamas a Gaza». Nel 2008, Israele lancia l’operazione «Piombo Fuso» contro Gaza.
Nel settembre 2012 l’Autorità palestinese annuncia che, nonostante l’opposizione di Hamas, ha ripreso i negoziati sul gas con Israele. Due mesi dopo, l’ammissione della Palestina all’Onu quale «Stato osservatore non membro»  rafforza la posizione dell’Autorità palestinese nei negoziati. Gaza Marine resta però bloccato, impedendo ai palestinesi di sfruttare la ricchezza naturale di cui dispongono. A questo punto l’Autorità palestinese imbocca un’altra strada.
Il 23 gennaio 2014, nell’incontro del presidente palestinese Abbas col presidente russo Putin, viene discussa la possibilità di affidare alla russa Gazprom lo sfruttamento del giacimento di gas nelle acque di Gaza. Lo annuncia l’agenzia Itar-Tass, sottolineando che Russia e Palestina intendono rafforzare la cooperazione nel settore energetico. In tale quadro, oltre allo sfruttamento del giacimento di Gaza, si prevede quello di un giacimento petrolifero nei pressi della città palestinese di Ramallah in Cisgiordania. Nella stessa zona, la società russa Technopromexport è pronta a partecipare alla costruzione di un impianto termoelettrico della potenza di 200 MW.
La formazione del nuovo governo palestinese di unità nazionale, il 2 giugno 2014, rafforza la possibilità che l’accordo tra Palestina e Russia vada in porto. Dieci giorni dopo, il 12 giugno, avviene il rapimento dei tre giovani israeliani, che vengono trovati uccisi il 30 giugno: il puntuale casus belli che innesca l’operazione «Barriera protettiva» contro Gaza.Operazione che rientra nella strategia di Tel Aviv, mirante a impadronirsi anche delle riserve energetiche dell’intero Bacino di levante, comprese quelle palestinesi, libanesi e siriane, e in quella di Washington che, sostenendo Israele, mira al controllo dell’intero Medio Oriente, impedendo che la Russia riacquisti influenza nella regione. Una miscela esplosiva, le cui vittime sono ancora una volta i palestinesi.

(Manlio Dinucci, il manifesto, 15 luglio 2014)

Atomic entimema

http://youtu.be/PKrXkZ_aOf4

Foto di Nagasaki e Hiroshima

NATO’s nuclear forces

In the Strategic Concept adopted by Allies at the Lisbon Summit at the end of 2010, NATO committed to the goal of creating the conditions for a world without nuclear weapons.

The Strategic Concept also reconfirmed that, as long as there are nuclear weapons in the world, NATO will remain a nuclear Alliance. Deterrence, based on an appropriate mix of nuclear and conventional capabilities, remains a core element of NATO’s strategy, even though the circumstances in which any use of nuclear weapons might have to be contemplated are extremely remote.

 

Bombe nucleari americane in Italia

Un'immagine satellitare della base di Ghedi mostra parte dell'infrastruttura nucleare

C’è un angolo della provincia di Brescia dove la Guerra Fredda non è mai finita. Negli hangar dell’aeroporto di Ghedi ci sono ancora oggi caccia italiani pronti al decollo per andare all’attacco con bombe nucleari sotto le ali. Incredibile? Non è la sola rivelazione sull’arsenale atomico attivo nel nostro Paese. Una ricerca della Fas, Federation of American Scientists , documenta come l’Italia custodisca il numero più alto di armi nucleari statunitensi schierate in Europa: 70 ordigni su un totale di 180. E siamo gli unici con due basi atomiche: quella dell’Aeronautica militare di Ghedi e quella statunitense di Aviano (Pordenone). Due primati che comportano spese pesanti a carico del governo di Roma: spese che, a 25 anni dalla fine della Guerra fredda e degli incubi nucleari, appaiono ingiustificabili.
Eppure le forze armate italiane sono fiere di essere al fianco della potenza Usa nella missione atomica, tanto da aver festeggiato da poco le “nozze d’oro” di questa alleanza: i 50 anni dell’arrivo delle testate nucleari a Ghedi. Un anniversario celebrato con tanto di torta alla panna con le bandierine e una targa commemorativa che loda queste armi terribili “per avere protetto le nazioni libere del mondo”.
Ufficialmente, questo arsenale in Italia non esiste: né il governo di Washington né quello di Roma hanno mai ammesso la loro presenza. E nella targa commemorativa appena inaugurata non si accenna neppure ad esse: si parla genericamente di “missione Nato”. Il riserbo che, però, circonda questi armamenti presenti sul suolo italiano è un classico segreto di Pulcinella. Che viene demolito dall’esperto americano di armamenti Hans Kristensen, direttore del “Nuclear Information Project” dell’organizzazione “Federation of American Scientists” con sede a Washington DC, che ha appena pubblicato un rigoroso studio sulle armi nucleari Usa presenti nella base di Ghedi.
Kristensen cita due informazioni tecniche che permettono di dimostrare la presenza di queste armi a Ghedi: «Uno dei più importanti segni rivelatori è la presenza del 704esimo Squadrone Munitions Support (Munss), un’unità della US Air Force che consta di circa 134 militari e che ha il compito di proteggere e mantenere operative le 20 bombe nucleari B-61 presenti nella base. Il Munss non sarebbe presente nella base se non ci fossero armi nucleari. Esistono solo quattro unità Munss nell’aviazione militare statunitense e sono dislocate nelle quattro basi in Europa dove le armi nucleari sono conservate per essere lanciate da aerei della nazione ospitante».
Il secondo segno rivelatore, spiega Kristensen, è la presenza di alcuni speciali veicoli Nato fotografati dai satelliti: in gergo si chiamano “Nato Weapons Maintenance Trucks” (WMTs), grandi camion militari equipaggiati di complesse tecnologie. «La Nato ha dodici di questi camion, che sono progettati in modo specifico per permettere di fare la manutenzione delle bombe nucleari sul posto, nelle basi in cui sono immagazzinate in Europa. Un’immagine satellitare, fornita da Digital Globe attraverso Google Earth, mostra uno di questi camion Wmt parcheggiato vicino gli alloggiamenti del 704esimo Squadrone Munss a Ghedi in data 12 marzo 2014. Un’immagine più vecchia del 28 settembre 2009, mostra due camion Wmt nella stessa posizione», scrive Kristenssen.
Le venti bombe di Ghedi sono di proprietà americana, custodite da militari statunitensi. Hans Kristensen spiega a “l’Espresso” che gli ordigni della base sono di due tipi: i B61-4 con potenze da 0.3 a 50 kiloton e i B61-3 con potenze da 0.3 a 170 kiloton, ovvero 11 volte la carica dell’atomica che distrusse Hiroshima nel 1945. Ma è previsto che queste armi devastanti vengano sganciate da cacciabombardieri Tornado italiani: i velivoli del Sesto Stormo. Un reparto celebre, i cui piloti vengono chiamati “I diavoli rossi”: sono stati i protagonisti delle campagne aeree in Iraq nel 1991, in Bosnia nel 1996, in Kosovo nel 1999 e due anni fa in Libia. Assieme alle missioni di bombardamento convenzionale, gli equipaggi vengono continuamente addestrati per l’eventualità di uno “strike nucleare”. E nel futuro sono destinati a proseguire questo doppio compito sugli F-35, che avranno la capacità di imbarcare gli ordigni nucleari.
Ma questa eredità della Guerra Fredda pone un triplice problema, che dopo cinquant’anni di silenzio dovrebbe finalmente venire affrontato dal Parlamento: le spese a carico dell’Italia per l’arsenale nucleare, la sua legittimità in base ai trattati internazionali e i pericoli per la popolazione.

RISCHIO ATOMICO
Esistono pericoli per la popolazione italiana legati alla presenza di queste armi nella basi di Ghedi e Aviano? Ovviamente tutta la materia è coperta da un ferreo segreto militare. Kristensen, però, non manca di ricordare uno studio del 1997 commissionato dalla stessa US Air Force che evidenziava il rischio di esplosione nucleare nel caso in cui un fulmine avesse colpito il deposito di un ordigno nella fase di smantellamento, ossia quando la testata viene smontata dal resto della bomba. Un’eventualità remota, ma che è stata presa in seria considerazione dal Pentagono. Probabilmente questo è uno dei motivi che hanno portato la Nato a pianificare una sostituzione graduale dei camion speciali Wmt con veicoli più avanzati, in gergo militare “Stmt”, che offrono anche una protezione maggiore dai fulmini. Dieci di questi Stmt sono pronti per le basi di Italia, Belgio, Olanda, Germania, Turchia, i cinque paesi in cui sono schierate tutte le armi nucleari americane presenti in Europa. La consegna dei camion Stmt è prevista per questo mese: costano un milione e mezzo di euro ciascuno.

LEGITTIMITA’
Come fa notare l’esperto Hans Kristensen, la presenza di questi ordigni americani pronti all’uso nelle basi italiane pone numerosi quesiti. I nostri piloti si addestrano per essere sempre pronti a utilizzare le bombe nucleari, come previsto dal patto segreto con gli Usa. Ma l’Italia e gli Stati Uniti hanno firmato il Trattato di non proliferazione, che impone di “non ricevere armi nucleari o il controllo diretto o indiretto di esse da nessuno”. È vero che le armi nucleari sono arrivate a Ghedi nel 1963, in un periodo precedente al Trattato di non proliferazione. Oggi però questo accordo è una pietra fondante della comunità internazionale: come si può conciliare con quello che avviene a Ghedi?

SPESA PUBBLICA
Il problema dei costi, infine, è un altro grande punto dolente. Kristensen non fornisce cifre, ma scrive che l’Italia «si fa carico della presenza nella base di Ghedi del 704esimo Squadrone Munss, dell’aggiornamento delle misure di sicurezza necessarie per proteggere le armi, dell’addestramento dei piloti e del mantenimento degli aerei Tornado che devono attenersi a rigorose procedure di certificazione per essere idonei alle missioni nucleari. E inoltre ci si aspetta che il costo nella messa in sicurezza delle bombe B-61nelle basi europee aumenti più del doppio nei prossimi anni (fino a 154 milioni di dollari) per assicurare gli aumentati livelli di sicurezza richiesti dall’immagazzinamento delle armi nucleari americane». Tutti costi che, scrive Kristensen, sono sempre più difficili da giustificare, data la grave situazione finanziaria dell’Italia.
Lo studioso dà alcune misure per far capire l’incidenza della crisi economica nel ridimensionamento delle spese militari: le ore di volo annuali dell’Aeronautica sono scese da 150mila nel 1990 a 90mila nel 2010, l’addestramento è stato ridotto dell’80 percento tra il 2005 e il 2011. E altri tagli sono in arrivo. In queste condizioni, conclude lo studioso, sarebbe meglio che l’Italia mantenesse una forza nucleare solo se davvero le servisse. Ma abbiamo veramente bisogno delle bombe atomiche?

Nella targa commemorativa che celebra il 50esimo anniversario, le armi di Ghedi vengono celebrate, seppure senza menzionarle, per “aver protetto le nazioni libere del mondo” anche dopo la fine della Guerra fredda. «Questa, nel migliore dei casi è un’esagerazione», scrive Hans Kristensen, «è difficile, infatti trovare una qualche prova che le armi nucleari non strategiche schierate in Europa dopo la fine della Guerra fredda abbiano protetto una qualsiasi cosa o che la loro presenza sia in qualche modo rilevante. Oggi la più grande sfida sembra essere quella di proteggere queste armi e di avere i soldi per farlo». (di Stefania Maurizi da “L’Espresso)

Un articolo di Manlio Dinucci sul pericolo nucleare: http://www.lintellettualedissidente.it/il-fuoco-amico-del-bombardiere-nucleare-manlio-dinucci/

L’Anpi di Mirano, in occasione dell’anniversario delle esplosioni nucleari a Hiroshima e Nagasaki, avvenute il 6 e il 9 agosto 1945, commemorerà questo evento, ricordando anche che Mirano è una delle 464 città italiane che aderiscono al progetto “Mayor for peace”. http://www.mayorsforpeace.org/english/membercity/europe/italy.html