24 luglio 1943: si riunisce il Gran Consiglio del fascismo

luglio 24, 2013

Il Gran consiglio del fascismo fu istituito il 15 dicembre del 1922, quale organo supremo del Partito Nazionale Fascista, e tenne la sua prima seduta il 12 gennaio 1923.
Divenne organo costituzionale del Regno con la legge 9 dicembre 1928, n. 2693, che lo qualificava come «organo supremo, che coordina e integra tutte le attività del regime sorto dalla rivoluzione dell’ottobre 1922». Nell’ultima seduta, quella del 24 luglio 1943, fu sancita la caduta del governo Mussolini e il suo arresto. Dei 28 componenti del consiglio 19 votarono a favore, 8 furono contrari e ci fu un astenuto. I 19 che votarono a favore, dopo la liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi, furono condannati alla pena di morte come traditori (a parte Cianetti che ritrattò e venne condannato a 30 anni di prigione), ma solo 5 furono catturati e fucilati (Ciano, De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi). Tutti gli altri componenti, a parte Farinacci e Buffarini Guidi, che furono fucilati dopo il 25 aprile, morirono tranquilli nel proprio letto, dopo essere stati riabilitati come persone qualunque e non tenendo conto dei loro incarichi ai massimi livelli della gerarchia fascista. Queste le loro storie dopo la guerra:

Dino Grandi: per la mozione del 25 luglio, Grandi fu condannato a morte in contumacia al processo di Verona, che si tenne nel territorio della Repubblica Sociale Italiana. Grandi, tuttavia, avendo presagito quanto stava per accadere già immediatamente dopo la caduta di Mussolini, riparò in Spagna già nell’agosto del 1943. Nello stesso anno si trasferì in Portogallo, ove visse sino al 1948. Negli anni cinquanta fu consulente assiduo delle autorità americane, in particolare dell’ambasciatrice a Roma, Clare Boothe Luce. Grandi servì spesso da intermediario in operazioni politiche ed industriali tra Italia e Stati Uniti. Si trasferì quindi in America Latina, ove visse soprattutto in Brasile, da dove rimpatriò negli anni sessanta per aprire una fattoria modello nella campagna di Modena. Morì a Bologna nel 1988 all’età di 93 anni.

Giuseppe Bottai: dopo la destituzione di Mussolini vive per alcuni mesi nascosto in un convento di Roma. Nel 1944 si arruola con il consenso delle autorità politiche francesi, sotto il nome di Andrea Battaglia, nella Legione straniera, dove rimarrà fino al 1948. Nel 1947 viene amnistiato per le imputazioni post-belliche connesse alla partecipazione avuta nella costituzione del regime fascista e che gli erano costate una condanna all’ergastolo, mentre la condanna a morte di Verona è divenuta ovviamente nulla con la dissoluzione della Repubblica Sociale Italiana. Tornato in Italia, nel 1953 fonda la rivista di critica politica ABC, di cui sarà direttore fino alla morte. Per un certo periodo, dirige dietro le quinte Il Popolo di Roma, un quotidiano finanziato da Vittorio Cini per fiancheggiare il centrismo. Muore a Roma il 9 gennaio 1959. Ai suoi affollati funerali a Roma sarà presente, tra le numerose autorità, il ministro della Pubblica Istruzione, allora in carica, Aldo Moro, amico di famiglia poiché il padre di questi, Renato, era stato tra i collaboratori di Bottai al ministero.

Luigi Federzoni: alla fine della guerra fu processato assieme a Bottai, Rossoni e Acerbo, unico presente, dall’Alta Corte di giustizia per il suo passato fascista e condannato all’ergastolo nel maggio 1945 (fu amnistiato nel dicembre 1947). Latitante, dopo esser stato nascosto nel Pontificio Collegio ucraino S. Giosafat a Roma, fuggì dall’Italia e tra il maggio 1946 e l’aprile 1948 visse sotto falso nome in America Latina. Nell’aprile 1948 poté rientrare in Portogallo, dove insegnò storia dell’umanesimo all’università di Coimbra e nel 1949 letteratura italiana all’università di Lisbona. Tornò in Italia definitivamente, dopo un viaggio nell’estate 1948, nel 1951 e si ristabilì a Roma con la famiglia. Impegnato nello studio della recente storia d’Italia (fece tra l’altro parte del Comitato di divulgazione storica dell’Unione monarchica italiana) e nella scrittura delle proprie memorie, il F. mantenne in questi anni uno stretto rapporto di amicizia e di collaborazione con Umberto di Savoia, sia durante la sua permanenza in Portogallo, sia dopo il rientro in Italia: in particolare – come dimostrano le minute dell’ampia corrispondenza conservata nell’archivio personale – gli inviava informazioni e notizie relative alla situazione politica italiana, ai vari partiti e soprattutto al partito monarchico. Morì a Roma il 24 gennaio 1967.

Cesare Maria De Vecchi: procuratosi un passaporto paraguayano, si trasferì nel giugno 1947 in Argentina. Ritornò in Italia solo nel giugno 1949, dopo che la Cassazione aveva cancellato senza rinvio la sentenza della corte d’appello di Roma II Sezione Speciale con la quale era stato condannato ad anni 5 di reclusione, condonati, per aver promosso e diretto la marcia su Roma, con le attenuanti generiche e l’attenuante di cui all’art.7 lett.b DLL 27-7-44 n.159.

Alfredo de Marsico: per la sua adesione al fascismo, terminata la seconda guerra mondiale, fu privato della cattedra per sette anni e allontanato dall’attività forense per quattro. Eletto, come indipendente, senatore tra le fila del Partito Nazionale Monarchico di Achille Lauro, dal 1953 al 1958, venne nominato nel 1964 professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma. Numerose furono le onorificenze ricevute dal De Marsico in quel periodo: venne nominato, ad esempio, cittadino onorario di Avellino, cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e gli fu consegnata una medaglia d’oro dall’Ordine degli avvocati di Lucerna. Fu, inoltre, otto volte presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli, di cui tenne la guida fino al 1980. Dopo la morte, venne posto in suo onore un busto in Castel Capuano e la cerimonia fu accompagnata dal discorso funebre del presidente dell’Ordine, l’avvocato Renato Orefice. Nel 1995, un decennio dopo la morte, un altro busto in bronzo fu collocato nella sala del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli.

Giacomo Acerbo: fu catturato dagli Alleati e condannato dall’Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il Fascismo a 48 anni di reclusione successivamente ridotti a 30. In quel periodo, amministratore dei suoi beni fu l’Avv. Pasquale Galliano Magno, (già presidente del CLN, avvocato della famiglia Matteotti nel processo di Chieti e capolista del PCI nell’elezioni amministrative di Pescara). Trasferito presso il carcere dell’isola di Procida, per il breve periodo rimastovi insegna matematica agli ergastolani presenti. Annullata la sentenza dalla Cassazione il 25 luglio 1947, fu poi riabilitato e nel 1951, in seguito a sentenza del Consiglio di Stato, fu riammesso all’insegnamento universitario. Nel 1953 e nel 1958 si candidò alle elezioni con i monarchici, ma senza successo. Nel 1962 fu decorato dal Presidente della Repubblica Antonio Segni della medaglia d’oro per i benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte. Nel 1963, in occasione del suo collocamento a riposo per limiti d’età, fu insignito all’unanimità del titolo di Professore Emerito di Economia e politica agraria dal Senato Accademico dell’Università La Sapienza di Roma. Subito dopo, tuttavia, venne richiamato in servizio in qualità di docente di Ordinamento e tecnica dei crediti speciali nel corso di specializzazione in Discipline bancarie. E’ morto a Roma il 28 novembre 1973.

Dino Alfieri: deferito nel dopoguerra per i reati previsti dal decreto legge luogotenenziale del 27 luglio 1944 (instaurazione della dittatura, suo mantenimento, ecc.) fu prosciolto in istruttoria dalla sezione speciale della Corte d’appello di Roma con sentenza del 12 nov. 1946, perché la sua azione non integrava i termini del reato rispetto all’accusa maggiore e per amnistia per quelle minori. Uguale conclusione favorevole ebbe, il 6 febbraio 1947, il procedimento dinanzi alla Commissione per l’epurazione del personale del ministero degli Esteri. Su entrambe le procedure ebbe notevole influenza il parere formulato, su richiesta del tribunale, dal ministero degli Esteri. Nel dopoguerra, pensionato come ambasciatore, l’A. ebbe presidenze in organismi economici a carattere internazionale. Morì a Milano il 2 genn. 1966.

Edmondo Rossoni: i superiori salesiani, senza battere ciglio, accolsero benevolmente la sua richiesta d’aiuto destinandolo presso la casa della Procura, un minuscolo edificio di tre piani situato in un dedalo di stradine in via della Pigna nei pressi del vicolo della Minerva al civico 51. In seguito, nel timore di essere riconosciuto dai ragazzi del piccolo oratorio sottostante, nei primi mesi del 1944, l’ex gerarca fascista decise di lasciare la Procura salesiana per trovarne un altro più appartato lontano da occhi indiscreti. Con il sopraggiungere del fronte alleato nei pressi di Roma, per maggiore sicurezza, fu deciso di trasferirlo – sotto mentite spoglie – in un monastero più appartato dell’Appennino meridionale e poi fu preso in custodia dall’Abate Generale dei Benedettini, mons. Emanuele Caronti che nel novembre del 1945 lo ricondusse dapprima a Roma e poi, il 30 agosto 1946, accompagnato presso l’aeroporto di Ciampino dal solerte abate Emanuele Caronti, Rossoni, vestito alla foggia degli ecclesiastici statunitensi, munito del passaporto di copertura prese il volo verso misteriosi lidi, che lo avrebbe condotto in Irlanda presso la nunziatura apostolica di Dublino, facendo dapprima scalo a Ginevra per poi raggiungere Parigi, da dove avrebbe raggiunto Dublino. Da qui, poi, riparò in Canada, dove rimase fino alla promulgazione dell’amnistia approfittando del provvedimento emanato dalle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione che annullarono senza rinvio la sentenza di condanna all’ergastolo emessa appena due anni prima dall’Alta Corte di giustizia, i reati che gli erano stati addebitati furono definitivamente derubricati. Di conseguenza l’ex gerarca fascista poté rientrare indisturbato nella capitale, ritirandosi a vita privata». Muore a Roma l’8 giugno 1965.

Giuseppe Bastianini: sfuggì alla esecuzione ordinata da Mussolini rifugiandosi sulle montagne toscane del Chianti e poi in Svizzera fino alla fine della guerra. Al termine della seconda guerra mondiale il governo jugoslavo del Maresciallo Tito lo accusò di essere un criminale di guerra, per il suo ruolo di Governatore della Dalmazia, insieme al generale Mario Roatta e a Francesco Giunta, suo successore in tale veste. La Commissione italiana d’inchiesta per presunti criminali di guerra, nominata dallo Stato maggiore dell’esercito il 6 maggio 1946 sostenne che il comportamento di Bastianini era improntato a “eccessivo ossequio verso Mussolini” e di essersi circondato “di elementi fascisti che, non di rado, trascesero ad eccessi, così da provocare nella popolazione locale vivo risentimento anche contro il Governatore Bastianini dal quale non videro rispettate quelle esigenze fondamentali alle quali sentivano di avere diritto” ma la Corte d’Assise speciale di Roma nel 1947 lo assolse da ogni accusa così come la Commissione per le sanzioni contro il fascismo. Nel 1959, tornato a Milano, pubblicò presso la piccola casa editrice “Vitagliano” le sue memorie, dal titolo “Uomini, cose, fatti: memorie di un ambasciatore“, ripubblicato da Rizzoli nel 2005 con il titolo Volevo fermare Mussolini. Bastianini morì a Milano il 17 dicembre 1961.

Annio Bignardi: nel dopoguerra ha ricoperto cariche in associazioni sportive.

Alberto De Stefani: dopo la caduta di Mussolini ed il collasso del regime fascista, il D. si rifugiò in un monastero di Roma (dall’inizio del 1944 al luglio del 1947) per sfuggire prima alla esecuzione capitale cui era stato condannato per tradimento dal tribunale di Verona della Repubblica sociale italiana, poi per proteggere ancora la sua contumacia nell’Italia repubblicana davanti alla Alta Corte, che lo assolse. Scrisse i Racconti del risveglio e in successive stesure, a partire dal 1942, il più importante Fuga dal tempo (Perugia 1948; Bologna 1959), libro che ebbe un non indifferente successo di critica e di pubblico. Ma le sue doti di acuto osservatore politico e di economista di vaglia vennero ugualmente messe a frutto. Sia dalla Repubblica nazionale cinese che gli richiedeva periodici rapporti sulla situazione politica europea, sia soprattutto dal Vaticano, dove le sue osservazioni trovavano sempre un attento auditorio. Come quando il D., rilanciando l’idea del radiomessaggio pontificio natalizio del 1942, si fece propugnatore di “una grande crociata veramente verificatrice per un ordine sociale e politico cristiano” da parte della Chiesa, invitata ad aggregare attorno al “comune principio cristiano” i diversi popoli “pronti a difenderlo e vederlo attuato nella vita politica e sociale del mondo” (lettera a don Rivolta, 1ºgenn. 1945, in Arch. della famiglia De Stefani). In questo quadro la Chiesa veniva a rappresentare l’istituzione totale, guida della società, sintesi definitiva e inappellabile delle diverse istanze politiche, sociali ed economiche, tanto da indurlo ad affacciare l’ipotesi di una sorta di “internazionalizzazione” del governo ecclesiale. Il 15 giugno del 1948 venne riabilitato all’insegnamento universitario che lasciò nel novembre dell’anno successivo per raggiunti limiti d’età, pur conservando l’incarico di direttore dell’istituto fino all’anno accademico 1953-54, anno in cui la facoltà gli conferì il titolo di professore emerito. Seppur ritirato dalla politica attiva, fu ancora ascoltato consigliere del nuovo personale politico democristiano. Nel 1953 aderì assieme a Bottai alla costituenda Associazione nazionale combattenti d’Italia che si sciolse nel 1958. Dal 1948 al 1955 collaborò quale notista economico a Il Tempo, dal 1956 al 1959 al Giornale d’Italia, e poi di nuovo a Il Tempo dal 1960 fino alla morte. Morì a Roma il 15 gennaio 1969.

Giovanni Balella: alla fine della guerra contribuì alla ricostituzione della Confederazione degli industriali, per la quale ricoprì il ruolo di responsabile dei rapporti esterni, occupandosi anche del rilancio del quotidiano romano Il Giornale d’Italia. Balella infatti creò la Stec (Società tipografico-editoriale capitolina) e diede il via alla costruzione della nuova sede del giornale, dopo aver acquistato un terreno a piazza Indipendenza, in zona Campo Marzio. Successivamente prese il posto di Furio Cicogna al CNEL, in rappresentanza della Confindustria, e continuò ad occuparsi del settore delle Fibre chimiche, ricoprendo sia ruoli nell’associazione industriale del settore sia nelle società operative, in particolare nella Italviscosa e nella Chatillon. E’ morto il 20 gennaio 1988.

Tullio Cianetti: dopo la liberazione emigrò in Mozambico, dove morì il 7 agosto 1976.

Carlo Scorza: al termine della Seconda guerra mondiale si rifugia a Gallarate (Varese). Scoperto ed arrestato nell’agosto del 1945, riesce a evadere riparando in Argentina. Rientrato in Italia nel 1969, si trasferisce in un piccolo comune vicino a Firenze, dove si spegne nel 1988. Ha scritto un memoriale sulla seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio 1943.

Guido Buffarini Guidi: Il 25 aprile seguì Mussolini fino a Como dove, resosi conto dell’inconsistenza del Ridotto alpino repubblicano, insistette a lungo per convincere il duce ad espatriare in Svizzera. Il giorno seguente, mentre tentava di raggiungere la Svizzera, fu catturato dai partigiani. In seguito fu processato e condannato a morte da una Corte d’Assise straordinaria; la sentenza fu eseguita per fucilazione nel campo sportivo “Giuriati”, zona Città Studi a Milano il 10 luglio 1945, poco dopo aver sventato un suo tentativo di suicidarsi con il veleno. Anni dopo alla vedova di Buffarini Guidi fu riconosciuta la pensione riferita al grado di colonnello di artiglieria del marito.

Enzo Galbiati: Avendo superato indenne gli eventi dell’aprile 1945 Galbiati si stabilì a Milano. Nel 1955 querelò per diffamazione a mezzo stampa Vanni Teodorani (genero di Arnaldo Mussolini), che lo aveva accusato di codardia per i fatti del 25 luglio. Diversi ufficiali della Milizia confermarono, testimoniando nel corso del processo, che una reazione della Milizia (anche con la divisione corazzata M) era possibile. Il processo si chiuse nel 1956 con l’assoluzione di Teodorani relativamente alla ricostruzione storica degli eventi del 25 luglio, ma con una pena pecuniaria per gli epiteti da lui rivolti a mezzo stampa a Galbiati. Dopo il processo Galbiati si ritirò prima a Bordighera e successivamente in una casa di riposo di Solbiate, dove morì il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno (23 maggio 1982). Per sua espressa volontà Galbiati è stato sepolto nel “Principato” di Seborga, nella tomba di famiglia da lui stesso progettata.

Carlo Alberto Biggini: Il 25 aprile 1945, Biggini è a Padova, presso la sede del suo dicastero, dove anche grazie alla protezione di alcuni autorevoli antifascisti che aveva contribuito a salvare, supera la fase più critica del dopo-liberazione. Un male incurabile lo costringe però al ricovero, presso la clinica San Camillo di Milano, dove si spegne il 19 novembre 1945, poco prima di compiere 43 anni.

Antonino Tringali Casanova: morto nel 43.

Ettore Frattari: Nel dopoguerra ha continuato la sua attività nel settore agricolo, diventando anche Presidente nazionale della sezione economica della ortofrutticoltura.

Roberto Farinacci: Fucilato il 28 aprile 1945.

Giacomo Suardo: morto nel 1947.

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